Vittorio Trancanelli

vittoriotrancanellidi Fausto Santeusanio, Ugo Mercati, Ennio Antonelli, Giuseppe Chiaretti.

Vittorio Trancanelli è nato il 26 aprile 1944 a Spello, dove la famiglia si era rifugiata a causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale. Figlio di Saverio e di Carolina Sedeucic, di origine slava, ha una sorella Maria Rita. Ha vissuto la prima parte della sua vita a Petrignano di Assisi dove ha frequentato la scuola elementare. Qui ha pure frequentato la parrocchia facendo il chierichetto ed anche il catechismo ai bambini quasi suoi coetanei. Ha frequentato le scuole medie e il liceo classico al Convitto nazionale di Assisi prendendo la maturità con il massimo dei voti. Si è iscritto all’Università di Perugia, alla facoltà di Medicina e chirurgia laureandosi con 110 e lode. In questo periodo si fidanza e poi sposa Rosalia Sabatini (Lia per gli amici) e dalla loro unione nasce il loro unico figlio Diego. Svolge la sua prima attività di chirurgo nella clinica di Patologia chirurgica guidata dal prof. Castrini, specializzandosi in chirurgia generale, chirurgia d’urgenza e chirurgia gastro enterologica. Successivamente lavora a fianco del prof. Ugo Mercati, di cui diventa aiuto.
Alla sua attività professionale univa alcuni interessi che coltivava in modo assiduo e appassionato. Tra questi emerge la curiosità per la conoscenza degli etruschi, sviluppata sia attraverso la lettura d’opere, sia attraverso l’osservazione diretta degli scavi archeologici. Su questi studi egli ha lasciato molti scritti, nei quali mostra una conoscenza approfondita di questo misterioso popolo.
Ma l’interesse che nel tempo è divenuto sempre più emergente è stato quello verso il popolo d’Israele, di cui era diventato un profondo conoscitore. Egli aveva appreso la lingua ebraica ed aveva studiato la letteratura sia quella riferita alla Bibbia sia quella della tradizione rabbinica. Su questi temi ha tenuto conferenze e lezioni in vari ambiti, soprattutto al Centro ecumenico San Martino di Perugia, di cui era diventato uno dei maggiori responsabili e animatori.
Dopo una lunga e dolorosa malattia, sopportata con grande serenità alimentata dalla fede, è deceduto il 24 giugno 1998. Il suo funerale è stato celebrato nella cattedrale di San Lorenzo, gremita di fedeli, con una solenne liturgia presieduta dall’arcivescovo Mons. Giuseppe Chiaretti e con la partecipazione di molti sacerdoti. Sulla sua bara era stato posto il Crocifisso e accanto il rotolo della Torah.

Ho conosciuto Vittorio Trancanelli quando egli frequentava i corsi universitari ed ebbi modo di apprezzarne le qualità di studente esemplare. Successivamente con Vittorio e sua moglie Lia è nata un’amicizia profonda, motivata da stima ed ammirazione nei loro confronti. Fin da allora Vittorio è stato per me un grande esempio, come uomo, come medico, come genitore, divenendo così un importante punto di riferimento per la mia vita. Nel nostro rapporto di amicizia, ma anche di collaborazione professionale, ho sempre apprezzato in Vittorio l’onestà, l’impegno e la disponibilità soprattutto per coloro che avevano bisogno. Egli ha dedicato ad essi la sua missione di chirurgo con generosità e mai rifiutando, anche nei momenti di sofferenza fisica, le richieste della sua opera professionale. La sua attività di chirurgo era silente, discreta, ma sempre molto efficace. Il ricordo dei pazienti e dei loro familiari è tuttora un coro unanime di gratitudine. L’impegno di lavoro in ospedale è stato volutamente impostato al servizio del altri, con rinuncia ai riconoscimenti professionali o di carriera che egli ampiamente meritava. Infatti Vittorio è stato sempre molto attento allo studio per un continuo aggiornamento, sia teorico che pratico, e raccoglieva con grande perizia i dati della sua esperienza di lavoro per comunicarli alla comunità medico scientifica attraverso relazioni a congressi e pubblicazioni su apprezzate riviste. Questa attività, da cui poteva derivare prestigio, è stata sempre svolta con grande umiltà.
Vittorio e Lia molti anni or sono decisero di prendere in affidamento o in adozione dei bambini bisognosi, spesso con gravi problemi di salute. Posso testimoniare l’entusiasmo e l’affetto con cui essi hanno accolto nella loro famiglia questi figli, ma anche le difficoltà ed i sacrifici che hanno dovuto affrontare per assolvere il loro compito. Sulla scia di questa esperienza di anni, nel 1997 Vittorio insieme a Lia è stato il promotore della costituzione dell’associazione “Alle querce di Mamre”, alla quale hanno aderito varie famiglie ed io stesso, in un progetto comune a sostegno di coloro che hanno bisogno di aiuto. Questa attività viene ora continuata con lo stesso impegno proprio nel ricordo di Vittorio che scelse anche il nome per l’Associazione e che espresse il desiderio che questa fosse mantenuta dopo la sua scomparsa.
Di Vittorio voglio ricordare ancora la profonda cultura ebraica, che gli ha permesso di scrivere articoli e saggi molto significativi e che veniva motivata dal suo bisogno di conoscere il mondo in cui Gesù era vissuto e di trasmetter questa sua conoscenza agli altri.
Sostenuto da una grande fede e dalla preghiera, Vittorio non si lamentava della sua sofferenza fisica, anche negli ultimi mesi di vita, quando la malattia lo aveva aggredito in modo inesorabile: egli riusciva a nascondere a noi tutta la sofferenza, offerta per la sua famiglia e per tutti i malati.
Per quanto ora ho dichiarato con molta sincerità, Vittorio rimane per me, ma anche per la comunità che lo ha conosciuto, un grande modello di vita.

Fausto Santeusanio
Titolare Cattedra di Endocrinologia, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università di Perugia.

Sono trascorsi quasi due anni dalla scomparsa di Vittorio, ma il tempo non ha affievolito il senso di vuoto che ha lasciato; ha solo attutito il dolore per la sua morte, così improvvisa, tragica ed ingiusta. Ingiusta perché, pur essendo destino comune ad ognuno, ha colpito un uomo nella maturità della sua vita, nel momento in cui iniziava a raccogliere i frutti di anni di lavoro, sacrificio e di impegno. Ingiusta perché ci ha prematuramente privato di un uomo giusto e retto, esempio e punto di riferimento per tutti noi nella professione e nella vita. Vittorio è stato con me per 30 anni. L’ho conosciuto studente di medicina nel 1966, quando ha iniziato a frequentare come interno l’Istituto di patologia chirurgica nel quale lavoravo come giovane Aiuto e da allora le nostre vite e i nostri destini professionali hanno viaggiato sempre insieme fino al momento della sua malattia e della morte.
E’ stato al mio fianco nei momenti difficili della professione, è stato con me nella esperienza inebriante della Chirurgia d’urgenza di Monteluce, dove lavorando giorno e notte, fianco a fianco con un manipolo di chirurgi giovani ed entusiasti come noi, abbiamo creato un gruppo, una scuola di chirurgia, la cui memoria, credo, durerà nel tempo.
Talmente grande era per lui questa passione, talmente grande la motivazione, da trascurare per questo la propria salute e pagare per questo il prezzo di una grave malattia e di un intervento chirurgico mutilante, nel 1976. Ed il chirurgo che l’ha operato ero io. Penso che chiunque altro, dopo un’esperienza che l’ha portato quasi alla morte, si sarebbe arreso, ma per Vittorio questo è stato invece un motivo in più per impegnarsi e, prodigandosi nella cura dei malati, per combattere il male degli altri ed esorcizzare il proprio. E’ per me un vanto potermi definire il suo maestro nella professione di chirurgo e ne sono stato ampiamente ripagato: molte delle cose che ho fatto, dei risultati che ho ottenuto sono infatti stati possibili anche grazie alla sua collaborazione. Era da tempo pronto per il grande salto, diventare Primario chirurgo, ma solo nei mesi precedenti la comparsa dei segni della sua malattia si stavano realizzando i presupposti per poter realizzare questo progetto, anche se non penso che questo rientrasse tra le cose importanti per lui.
Vittorio mi ha voluto bene, come un figlio ama il padre e io ne ho voluto a lui. Anche quando le nostre opinioni o il nostro modo di vedere le cose erano in contrasto, questo profondo sentimento di rispetto e di affetto non è mai stato messo in discussione. Ed a me, quasi scusandosi per avermi deluso, per non essere stato all’altezza, si è affidato alla fine, nella certezza che se una speranza di guarigione ci fosse stata, solo io avrei potuto dargliela.
Di Vittorio ricordo la grande professionalità e la cultura: riusciva, nonostante una professione impegnativa ed estenuante, a trovare il temo per coltivare le sue grandi passioni: l’etruscologia, l’ebraismo, l’impegno religioso e sociale, per citarne alcune.
Ne ricordo la dolcezza, il carattere timido, quasi scontroso e la grande umiltà con la quale si poneva nei confronti dei malati e dei colleghi, mai prevaricando o imponendosi in funzione del proprio ruolo.
Nella vita si incontrano tante persone, si conoscono molti uomini, ma sono pochi quelli che lasciano un segno indelebile nella nostra vita: Vittorio è uno di questi. Ora non è più fisicamente con noi, ma tutto quello che ha fatto, il ricordo di quello che è stato ce lo fanno e ce lo faranno sentire sempre vivo e vicino.

Ugo Mercati
Primario Unità operativa di Chirurgia dell’Ospedale Silvestrini di Perugina

Il ricordo del dott. Vittorio Trancanelli ritorna molto spesso alla mia mente e risveglia un commosso sentimento di affetto. Mi è spontaneo ringraziare Dio di averlo incontrato e di essere stato suo amico oltre che suo Vescovo.
In lui e in sua moglie, la Signora Lia, vedo due persone straordinarie, innanzitutto per la disponibilità e carità verso il prossimo. La loro casa è stata una casa aperta e accogliente. L’amore paterno e materno per il figlio Diego si è allargato ad abbracciare altri cinque ragazzi presi in affidamento. Varie persone in difficoltà hanno trovato presso di loro prolungata e generosa ospitalità. Singolare la figura di un monaco dei Benedettini Olivetani, venuto a Perugia per assistere da vicino un confratello ricoverato in ospedale, ospitato in casa Trancanelli e morto improvvisamente lasciando una forte impressione di santità:” Lo abbiamo sempre considerato un santo protettore della nostra famiglia”, dice la Signora Lia.
Dati questi precedenti, sono rimasto ammirato, ma niente affatto sorpreso e dubbioso, quando Vittorio e Lia sono venuti in arcivescovado a presentarmi il progetto divenuto preso realtà, “Alle querce di Mamre” e mi hanno dichiarato la volontà condivisa con alcune altre famiglie di trasferirsi tutte in uno stesso luogo, in modo da abitare l’una accanto all’altra, per dare avvio a un’originale esperienza comunitaria e poter così attuare insieme un’accoglienza più ampia per ragazzi e altre persone in difficoltà.
Il riferimento alla località biblica, dove Abramo nostro padre nella fede offrì ospitalità ai tre misteriosi visitatori figure di una presenza e manifestazione di Dio, indica eloquentemente la vera sorgente, da cui i coniugi Trancanelli hanno ricevuto ispirazione e forza. In loro l’amore del prossimo è stato espressione e prolungamento dell’amore di Dio.
Per conoscere e far conoscere meglio il Signore, Vittorio ha studiato con passione la lingua, la cultura, la storia, l’archeologia del mondo ebraico, in cui Gesù di Nazareth è vissuto e dove il cristianesimo affonda le sue radici. Pienamente coerente con la sua identità cristiana, anzi da essa sostenuto, ha testimoniato costantemente grande apertura al dialogo e all’amicizia anche con persone non credenti o di altra fede religiosa. Ha saputo armonizzare i suoi molteplici interessi e la sua passione di studioso con la scrupolosa fedeltà alla professione di medico. Anzi il suo impegno professionale è andato ben al di là del puro dovere, caratterizzandosi per la umanissima vicinanza alle persone e per la disponibilità a prestazioni volontarie e gratuite fuori orario a favore di indigenti ed emarginati.
Se è stato esemplare come medico, Vittorio lo è stato ancor più come paziente. Ha vissuto la sua dolorosa malattia con straordinaria fortezza d’animo, evitando con cura di pesare sugli altri a cominciare da familiari, mettendosi con totale fiducia nella mani del Signore. Poche ore prima della sua morte, sono andato a fargli visita. L’ho trovato assopito per effetto delle medicine somministrategli allo scopo di alleviargli il dolore. A un certo momento si è risvegliato; mi ha visto; il suo volto si è illuminato di un sorriso che non dimenticherò più.
Come me sono molti a ricordarlo con gratitudine e ammirazione. E’ bello che ci sia una scuola a custodire la sua memoria, perché continui ad accompagnare i ragazzi verso la vita chi a dei ragazzi ha aperto la casa e ha dato una famiglia.

Ennio Antonelli
Arcivescovo di Firenze.

Dire che ho di lui commosso ricordo e grande ammirazione è ancora poco; in realtà il ricordo è una presenza viva e l’ammirazione è venerazione. E’ stato un uomo singolare ed eccezionale che, pur avendone le capacità, non ha voluto far carriera nella sua professione, né si è preoccupato di conseguire prestigio e e vantaggi economici. S’è tutto donato invece, per motivi di fede cristiana, ad amare i figli non amati e in situazione di disagio: d’accordo con la moglie Lia, li ha portati in casa sua, adottandoli come figli propri, fidando solo nella Provvidenza.
La sua casa è sempre stata aperta alle famiglie e alle persone in stato di bisogno, senza mai giudicare nessuno; e per quest’opera si è unito ad altre famiglie con gli stessi intendimenti, andando ad abitare con loro in un fabbricato comune a Cenerente e dando vita ad un’associazione “Alle querce di Mamre”.
La titolazione biblica rimanda alla sua profonda passione per la Bibbia; per intenderla al meglio, ha studiato per suo conto lungua e cultura ebraica, dandone poi splendidi saggi in conferenze che teneva al Centro Ecumenico San Martino.
Per lui perdura nel mondo medico ammirazione diffusa, anche se discreta, com’era nel suo stile. E’ morto da credente e la sua camera divenne nei giorni dell’ultima malattia una sorta di chiesa in cui meditare e pregare.
Personalmente lo considero un “santo” laico, uno di quelli senza aureola, che sanno però insegnare un modo diverso di vivere e di affrontare il nuovo millennio, e cioè la “civiltà dell’amore”

Giuseppe Chiaretti
Arcivescovo di Perugia – Città della Pieve