di Remo Rinaldi
Monsignor Dalla Zuanna (1880 – 1956) è una delle figure episcopali più forti e originali della Chiesa di Pio XII, figura dimenticata perché sopraffatta dalla vicenda ecclesiale di don Zeno Saltini e Nomadelfia.
IL FRATE
Federico Dalla Zuanna, nato a Valstagna (Vicenza), in una povera famiglia contadina, entra tra i frati minori cappuccini a 13 anni. E’ novizio col nome di fra Vigilio da Valstagna. Ordinato sacerdote a Venezia nel 1904, è immediatamente scelto come segretario dal ministro provinciale Serafino da Udine, il quale lo fa soggiornare in Austria, nei periodi estivi, affinché s’impadronisca della lingua tedesca. Inviato a Roma per perfezionarsi negli studi, consegue la laurea in teologia alla Gregoriana e in filosofia alla Pontificia Accademia di San Tommaso. Si diploma in lingua ebraica e in paleografia. Chiamato alle armi nel maggio 1915, nel luglio successivo è cappellano dei Gruppi di Artiglieria a Cavallo, con la funzione aggiunta di interprete di tedesco. Partecipa a tutte le operazioni di guerra del suo Gruppo, facendo da interprete anche alle immediate dipendenze del Comando Supremo. Si distingue per la generosa dedizione ai suoi compiti.
Congedato nell’aprile 1919, nel luglio è direttore e professore dello Studio teologico di Padova. Si afferma pure come predicatore, assai apprezzato nei seminari, per i ritiri del clero, tra i laureati cattolici. Nel maggio 1925 è eletto ministro provinciale. Nel 1926 decide di aprire un piccolo seminario a Santa Croce di Aidussina, a est di Gorizia, per aspiranti cappuccini di lingua sloveno-croata, proprio mentre le autorità governative fasciste procedono all’italianizzazione culturale forzata del territorio, ricorrendo, se occorre, ai metodi dello squadrismo anche nei confronti del clero. Nega al provveditore agli studi e al vescovo di Trieste la sostituzione di un padre cappuccino esonerato dall’insegnamento per discorsi offensivi del sentimento nazionale, ossia per aver parlato francamente dell’anticlericalismo non sempre fine di Garibaldi, Oberdan, Battisti. I motivi dell’esonero non gli sembrano “sufficienti”. Impedisce la nomina di alcuni frati cappuccini come cappellani delle organizzazioni giovanili fasciste di Trieste, Capodistria, Pola.
Sempre nel 1926, forma un gruppo di padri editori, del quale è direttore, e dà inizio alla trascrizione dei manoscritti di san Lorenzo da Brindisi, custoditi nell’archivio provinciale dei cappuccini veneti. Il primo volume delle Opera omnia di san Lorenzo è pronto nel marzo 1928. Si tratta di un’impresa editoriale immane, invano tentata da altri, portata a compimento in un ventennio per la decisione, la preparazione scientifica, la costanza, le doti organizzative del padre Vigilio. Alla fine, sono quindici volumi di grande formato per complessive 8.000 pagine. L’edizione è la premessa della proclamazione di san Lorenzo da Brindisi a dottore della Chiesa da parte di Giovanni XXIII.
Durante il triennio del provincialato, il padre ha compiuto pure una visita alle missioni dei cappuccini veneti in Brasile, con un viaggio fortunoso durato quattro mesi e mezzo.
PREDICATORE APOSTOLICO E MINISTRO GENERALE
Nel 1931, padre Vigilio è eletto ministro provinciale per la seconda volta. Mentre è nel pieno della realizzazione dei suoi progetti, il ministro generale gli comunica che il papa Pio XI lo ha scelto come predicatore apostolico. Contrariamente alla consuetudine, che impone al predicatore apostolico di lasciare ogni altra carica, il papa consente che resti ministro della provincia, affinché possa partecipare di diritto al prossimo capitolo generale del 1932, in occasione del quale padre Vigilio è eletto ministro generale al primo scrutinio e all’unanimità, cosa mai accaduta nella storia dell’Ordine. Oltre alla stima di cui gode nell’Ordine, certamente ha influito, su questo consenso dei padri capitolari, l’alta considerazione che il papa nutre per il padre Vigilio. Pio XI contravviene ancora una volta alla consuetudine, gli conferma pubblicamente i due uffici, perché non vuole privarsi del suo predicatore. Al termine delle prediche, spesso gli esprime la propria soddisfazione. Il padre, nella sua cronaca della predicazione al Palazzo apostolico, scrive semplicemente che il papa gli ha detto “buone parole”.
Per far fronte ai due importanti uffici, padre Vigilio si organizza in questo modo: dal periodo che precede l’Avvento e sino a Pasqua, resta a Roma, spostandosi solo per brevi viaggi indispensabili; dal periodo postpasquale all’autunno, compie i lunghi viaggi per le visite alle province in Italia o all’estero. Tutte le iniziative e le decisioni del periodo del suo generalato sono prese in singolare sintonia con Pio XI, il quale non manca di esprimergli anche pubblicamente il suo apprezzamento. La devozione e la dedizione del religioso per il papa sono ricambiate dalla stima di Pio XI. Il papa gli affida incarichi di fiducia e lo asseconda con alcuni provvedimenti a favore dell’Ordine, come la decisione di riammettere il padre Pio da Pietrelcina nell’esercizio pubblico del ministero sacerdotale nel 1933-34.
Le convinzioni che il papa e il frate si formano su alcuni fatti importanti della politica europea degli anni Trenta, sono indicative della consonanza che esiste tra loro, per una sorta di influenza reciproca. Il ministro generale, informato dai missionari cappuccini, ragguaglia il papa sulla realtà della conquista dell’Etiopia, che non può essere scambiata per un’azione civilizzatrice, come credono molti presuli italiani. Il papa manifesta la sua disapprovazione per la guerra etiopica. Padre Vigilio, informato dai cappuccini tedeschi e austriaci, contribuisce a rendere edotto il papa sul volto reale del nazismo, concorrendo al formarsi dell’avversione di Pio XI per il nazional-socialismo, per il razzismo, per l’antisemitismo, per l’annessione dell’Austria (a proposito della quale si ignora un’importante presa di posizione del papa manifestata per mezzo del padre Vigilio) e per l’alleanza italo-tedesca. Il comportamento del padre, con qualche esponente del Governo italiano, denota un atteggiamento piuttosto critico nei confronti del fascismo.
E’ singolare il rapporto di confidenza, l’intesa che si viene a creare tra un papa autoritario come Pio XI e questo suo collaboratore, che si trova a lato della linea formale della collaborazione diretta, anche se, come predicatore apostolico, padre Vigilio fa parte della Famiglia pontificia. Naturalmente l’azione del ministro generale cappuccino si svolge anche in altre direzioni. Sono importanti e lungimiranti, per esempio, le sue iniziative a favore della promozione degli studi nell’Ordine, quelle intese a incrementare, anche sotto l’aspetto qualitativo, l’attività missionaria, e quelle atte a favorire la formazione dei giovani religiosi.
Verso la fine del 1937 la salute del papa è in declino. La Curia romana ricorre al pontefice il meno possibile. Nel giugno del 1938, padre Vigilio termina il sessennio del suo generalato. Si aspetta di essere rieletto, ma non è riconfermato. Se nel 1932 era stato eletto con il favore di Pio XI, ora si rileva che il desiderio del papa non ha più gran peso. La mancata rielezione amareggia molto padre Vigilio, tanto più perché ha saputo che un suo definitore generale ha diffuso tra i padri elettori una nota scritta, nella quale si sostiene che il generale uscente, essendo anche predicatore apostolico, non può dedicarsi completamente all’Ordine come sarebbe desiderabile. Padre Vigilio nasconde l’affronto nel suo gran cuore, tace, si ritira nel convento di Belluno per un periodo di riposo. Nell’ottobre ritorna a Roma per le prediche dell’Avvento. Dopo l’ultima predica del 21 dicembre 1938, il papa lo intrattiene, gli dice “buone parole” e lo ringrazia. Ha il presentimento, e glielo dice, che quella sia per lui l’ultima predica. Nella scarna cronaca della sua predicazione al Palazzo apostolico, padre Vigilio annota: “Il 10 febbraio il grande Pontefice Pio XI spirava”. Il 3 marzo 1939, il cardinale Eugenio Pacelli è eletto papa.
VESCOVO A CARPI
Preconizzato vescovo a Carpi, entra in diocesi il 15 agosto 1941. E’ naturale che il suo servizio episcopale risenta delle sue precedenti esperienze e risulti piuttosto difforme, per certi aspetti, dall’azione pastorale degli altri vescovi del territorio. E’, infatti, il suo atteggiarsi e il suo comportarsi durante i fatti e gli avvenimenti della guerra e della Resistenza a differenziarlo nettamente dai vescovi emiliani. Nonostante sia predicatore apostolico, monsignor Dalla Zuanna non si distingue per quello che dice o scrive, ma anzitutto per quello che decide e compie. Che è una caratteristica francescana. San Francesco era convinto che c’è più bisogno di buoni esempi che di belle prediche. Il suo stile episcopale è nuovo: il governo ecclesiale esercitato come servizio, manifestato come paternità.
Durante il periodo sanguinoso della Resistenza modenese, affronta con chiarezza di idee i problemi posti dalle mutevoli situazioni che si susseguono nel periodo tra la caduta di Mussolini, il Governo Badoglio, il ricostituirsi del Governo fascista repubblicano. Non si allinea con gli altri vescovi che si isolano e stanno prudentemente a guardare. Non esita a compromettersi sul piano pratico e pastorale, lasciandosi provocare dai segni dei tempi e coinvolgere nelle circostanze della storia. Si comporta da pacificatore, difensore dei deboli, salvatore dei prigionieri e dei condannati.
Si forniscono solo pochi esempi. Permette il passaggio dei militari del 36° Reggimento di Fanteria acquartierati a Carpi per il monastero di clausura delle Suore cappuccine, perché possano sfuggire ai tedeschi e alla deportazione in Germania. Consente pure l’occultamento delle armi del Battaglione nel monastero, perché non cadano in mano tedesca. Nel dicembre 1943, interpellato da un esponente comunista locale, autorizza che si costituisca in sede cattolica il Comitato di Liberazione Nazionale carpigiano, con la partecipazione di un sacerdote come rappresentante del futuro partito cattolico. Un fatto molto rilevante, quando si pensa che i vescovi viciniori non stimolano i laici, e tanto meno i loro preti, a impegnarsi in questo modo.
Il vescovo, anziché rifugiarsi nel silenzio, nell’attesa di decisioni superiori, decide di intervenire secondo la propria esperienza e la percezione che si forma degli avvenimenti. Non logora la volontà nel dubbio se sia meglio salvaguardare la saldezza dell’Istituzione, il comportamento imparziale della Gerarchia o immergersi nel concreto, con decisioni che potrebbero anche essere fraintese. In certi momenti difficili della storia, la peggior parzialità è non compromettersi.
Tutto il periodo della Resistenza è contrassegnato dai numerosi interventi personali del vescovo Dalla Zuanna presso i comandi tedeschi e repubblicani, per impedire eccidi, per salvare, soccorrere, difendere “i colpiti in qualunque modo dalla sventura”. A quel tempo e in quelle circostanze, i vescovi assai di rado si esponevano di persona. Si servivano di intermediari, scrivevano. Monsignor Dalla Zuanna, al contrario, interveniva sempre di persona, convinto che l’esempio e il servizio sono la forma evangelica e francescana dell’autorità. Nel periodo fra il settembre 1943 e l’aprile 1945, e anche dopo, il vescovo si impone come padre e difensore di tutti coloro che soffrono. Non per ragioni legate a convinzioni politiche o sociali (quantunque egli abbia le sue idee), ma per motivi anzitutto evangelici e religiosi. Alcuni episodi tra i più indicativi.
Il 12 luglio 1944, interviene d’urgenza al poligono di tiro di Cibeno, proprio mentre i tedeschi stanno fucilando per rappresaglia una settantina di prigionieri del campo di Fossoli. Prega, implora, poi osa protestare, si avanza. Un militare lo blocca puntandogli l’arma contro il petto. “Restando io fermo sul posto”, scrive il vescovo, “fui costretto per forza brutale ad allontanarmi, mentre 68 venivano barbaramente trucidati”. Questa volta non riesce a salvare nessuno, ma almeno ci ha provato, nonostante l’inutilità prevedibile del tentativo, ed è l’unico vescovo italiano che si porta sul luogo di un massacro, disposto a subire la violenza degli esecutori.
Il 15 agosto 1944, a Cibeno di Carpi, è ucciso in circostanze ignobili, il console della Guardia repubblicana Filiberto Nannini. Come rappresaglia, viene ordinata l’uccisione di 36 prigionieri politici. Il vescovo riesce a intervenire prima dell’esecuzione. Ha un’accesa discussione in cattedrale con il colonnello Antonio Petti, comandante della Guardia nazionale repubblicana di Modena. Riesce a ottenere la riduzione del numero dei fucilandi. Scrive: “Speravo che tutto fosse sospeso, ma furono fucilati 16 contro la promessa fatta”.
Il 1° settembre 1944, intervenendo a seguito della richiesta dell’arcivescovo monsignor Boccoleri, riesce a scongiurare la fucilazione a Modena di 48 persone.
Il 10 settembre 1944, si reca di persona al campo di prigionia di Fossoli a “perorare”, con l’aiuto del segretario don Tonino Gualdi, il rilascio di un gruppo di internati. Si tratta di una quindicina di persone, tutte scampate all’irruzione e al massacro compiuto dai tedeschi nella certosa di Maggiano di Lucca. Sono liberati e consegnati, sotto la sua custodia e responsabilità, alcuni monaci certosini, un francescano, un suddiacono di Lucca e alcuni laici. I quali sono così sottratti alla deportazione in Germania e a morte praticamente certa.
Il 14 novembre 1944, dopo febbrili trattative condotte dal vescovo tra forze tedesche e partigiane, sono salvi 60 fucilandi, già legati e allineati per la fucilazione contro il muro della chiesa a Limidi di Soliera. Il fatto è l’epilogo di uno scontro armato tra partigiani e tedeschi ed è notevole per più ragioni. Anzitutto perché si arriva a interessare del caso persino il Comando supremo della Wehrmacht in Italia. Poi, perché sono rilasciati anche sei soldati tedeschi catturati dai partigiani, fatto tenuto in ombra. Infine perché i fucilandi erano 600, ossia 100 per ogni soldato catturato. Perciò i salvati non sono solo i 60 già allineati contro il muro per la fucilazione.
Il 7 marzo 1945, riesce a evitare una rappresaglia, dopo aver convinto a rilasciare tre militi della Guardia nazionale repubblicana fatti prigionieri.
Il 22 marzo 1945, ottiene la salvezza di 60 capifamiglia di Budrione, destinati alla fucilazione se non sono rilasciati tre militari tedeschi prigionieri. Sebbene i tre non siano rilasciati, il comando tedesco mette in libertà i capifamiglia.
Questi sono solo i casi più clamorosi. Parecchi altri riguardano la salvezza e la liberazione di singole persone o preti. C’è un altro particolare che differenzia il nostro vescovo da altri comportamenti vescovili del territorio. L’intensa opera di pacificazione, di soccorso e di salvezza non va a discapito della normale azione pastorale, che non subisce rallentatamenti o sospensioni, anche se resa più ardua dalla situazione.
Non è lecita un’interpretazione di parte, come ha fatto una storiografia fortemente ideologizzata, trasformando il Dalla Zuanna nel “capo spirituale” della Resistenza modenese, contrapponendolo polemicamente ai turbamenti e alle inerzie dell’arcivescovo di Modena Boccoleri. Monsignor Dalla Zuanna è, in realtà, il testimone dell’amore evangelico, della religiosità francescana. Tant’è vero che, nei giorni che precedono la liberazione, le due parti in lotta si rivolgono al vescovo affinché a Carpi siano evitate le conseguenze più sanguinose della resa. Altrettanto accade a Modena, dove il vescovo interviene in aiuto all’arcivescovo metropolita. La Resistenza non è stata solo quella armata, ma anche quella disarmata del coraggio e della carità cristiana.
Proprio il giorno che precede la liberazione, il vescovo si reca a visitare i feriti tedeschi ricoverati nell’ospedale di Carpi. Dice loro parole di conforto e di speranza nella loro lingua, riesce a farli sorridere, racconta un testimone. Un gesto di audacia incredibile in quei giorni e in quella terra rovente. Per molto meno altri ci rimettono la vita, ma nessuno osa criticare il vescovo di Carpi, tanto alto è il prestigio che si è guadagnato in quei tempi della ferocia. Nell’agosto 1945, ritornando da Roma, sosta a Livorno. Si reca al campo di prigionia di Coltano, dove sono concentrati i pionieri fascisti e nazisti. Vuole portare conforto ai carpigiano detenuti e perorare nientemeno che la liberazione di un soldato tedesco raccomandatogli da don Zeno Saltini. Nessuno gli dà retta, non gli permettono di parlare con il comandante americano del campo. Sbotta in una esclamazione provocatoria: “Almeno coi tedeschi riuscivo a parlare!”.
A cavallo degli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso, la diocesi di Carpi diventa un luogo nevralgico della Chiesa italiana. Don Zeno Satini si mette in evidenza con alcuni tentativi di organizzare dei movimenti politici di netta marca cristiano-sociale, reclamando sulle piazze, con parole infiammate, la giustizia distributiva. Inoltre, nell’ex campo di prigionia di Fossoli, egli dà inizio a una comunità denominata: Nomadelfia (=legge della fraternità), organizzata secondo il modello delle prime comunità apostoliche: una società nuova fondata sulla civiltà del Vangelo. L’ideale cristiano non è più l’individuo virtuoso, il santo, ma la società santa che si regge su costumi e ordinamenti cristiani.
In quel tempo di lotta al comunismo, le iniziative di don Zeno furono fraintese e si scontrarono con l’opposizione delle autorità civili e religiose. Don Zeno e Nomadelfia furono condannati al naufragio, facendone pagare le conseguenze più gravi a varie centinaia di minori sventurati che avevano trovato nelle famiglie di Nomadelfia affetto e cure. Monsignor Dalla Zuanna era del parere che la carità indiscussa di don Zeno non dovesse essere impedita da misure persecutorie, non era d’accordo con le autorità religiose e civili, difese il suo prete fino all’ultimo. Le competenti autorità della Santa Sede lo invitarono perciò a dimettersi. Il vescovo ubbidì dignitosamente., senza nascondere quanto pensava.
REMO RINALDI, nato a Mirandola (Modena) nel 1932. Ha operato nei settori della formazione professionale e dell’amministrazione del personale. Studioso di storia contemporanea, ha indagato su importanti e trascurati avvenimenti socio-religiosi accaduti nel Modenese del dopoguerra. Su monsignor Dalla Zuanna ha pubblicato:
-Vigilio Federico Dalla Zuanna, Curia provinciale Cappuccini, Venezia-Mestre 1992.
-La resistenza di un vescovo, Vigilio Federico Dalla Zuanna vescovo di Carpi tra guerra e
ricostruzione, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1996.
-Vigilio Federico Dalla Zanna (1880-1956) vescovo cappuccino di Carpi, in: Collectanea
franciscana, Roma, 72/1-2, 2002.
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