Padre Aleksandr Men’

di Giovanna Parravicini

Lo ricorderanno come l’apostolo della Russia nel XX secolo: un uomo che a tutti, instancabilmente, con la passione di chi ha visto la Salvezza con i propri occhi, ha annunciato Cristo presente e compagno nel cammino della vita. E questo suo annuncio, attraverso i numerosi libri da lui scritti e diffusi nel samizdat sotto pseudonimi, attraverso un’amicizia fedele e tenera, attraverso le lezioni che negli ultimi anni -il periodo della perestrojka- teneva a ritmo serratissimo ovunque, perché ovunque (alla radio, alla televisione, nelle scuole, nei circoli culturali) era un ospite ambito, ha letteralmente raggiunto tutta l’Unione Sovietica. Alla domanda -come hai incontrato la fede?- mi sono sentita citare decine e decine di volte il nome di padre Aleksandr come l’origine di un incontro decisivo per la propria vita.
Padre Aleksandr Men’ nasce il 22 gennaio 1935. Sua madre, ebrea, si era da tempo avvicinata al cristianesimo, ed è proprio la nascita di Alik a farle prendere la grande decisione di chiedere il battesimo per sé e per il figlio. Così, il 22 settembre 1935 Aleksandr entra a far parte della Chiesa, a quell’epoca sofferente, perseguitata, ricacciata nelle catacombe ma ardente di fede e stretta in un vincolo di carità più forte degli stessi vincoli familiari: i suoi primi ricordi d’infanzia saranno legati alla piccola comunità catacombale che si raccoglieva in gran segreto in una casupola a Zagorsk, nei dintorni dell’antico monastero di San Sergio -chiuso anni prima, intorno allo starec Serafim (Batjukov). Per uno strano paradosso, certamente provvidenziale, pur vivendo in uno stato completamente ateo e anticristiano, Aleksandr si trova immerso fin dall’infanzia in un ambiente che respira la fede, e raccoglie la staffetta della tradizione vivente della Chiesa. Forse proprio così si spiega la solarità della sua persona, innamorata del bello, del buono e del vero presente in tutti gli aspetti della vita, ma sempre protesa “più in là”, verso una bellezza misteriosa e nascosta di cui tutto gli parlava.
La storia, la biologia, l’arte, tutto lo interessa e lo affascina, ma sui dodici anni matura in lui la vocazione al sacerdozio. Padre Vedernikov, il direttore degli studi del seminario che stava allora organizzandosi, a cui Aleksandr si rivolge, gli consiglia di prepararsi leggendo e pregando al seminario, a cui sarebbe potuto accedere solo dopo la maggiore età. Il grande compagno di questi anni sarà per il futuro padre Men’ il filosofo Vladimir Solov’ëv (1853-1900), di cui a quell’epoca era vietata la pubblicazione, ma di cui Alik era riuscito a scovare una vecchia edizione in un mercatino delle pulci: l’unità di tutto e di tutti in Cristo, ecco ciò che padre Men’, realmente un uomo che ci viene incontro dalla Chiesa indivisa, avrebbe assimilato per sempre dal pensiero di Solov’ëv.
Laureatosi in biologia, sposatosi nel 1956 con una sua compagna di studi, Aleksandr bussa nuovamente alle porte del seminario e il primo luglio 1958 viene ordinato diacono; due anni dopo, il primo settembre 1960, riceve l’ordinazione sacerdotale: da questo momento fino a quel 9 settembre del 1990, quando la scure di un ignoto assassino lo colpirà alla nuca sul viottolo che stava percorrendo per andare in parrocchia a celebrare, la vita di padre Aleksandr sarà letteralmente un tutt’uno con la sua dedizione alla vocazione pastorale e missionaria. Guardata dall’esterno, la sua attività ha dell’incredibile: in condizioni di assoluta precarietà -era sempre nel mirino del potere, non aveva a disposizione la letteratura scientifica necessaria a uno studioso- ha scritto decine di libri in cui, in un linguaggio comprensibile all’homo sovieticus, ha ripercorso la traiettoria religiosa dell’umanità, attraverso le grandi figure religiose di tutte le culture, attraverso la storia dell’Antica Alleanza, fino all’incontro con Gesù e con la Chiesa. Solo per fare qualche esempio, il suo libro Il Figlio dell’Uomo ha venduto oltre un milione di copie ed è tutt’ora uno strumento impareggiabile di introduzione alla fede; il suo dizionario di biblistica in tre poderosi volumi è uscito solo poche settimane fa. Eppure non era un intellettuale, non lo vedevi mai a tavolino, ma sempre in giro, indaffarato, a visitare i malati in ospedale (in un’epoca in cui ai medici era vietato l’accesso e la predicazione in ambienti pubblici!), a incontrare persone, a sostenere le comunità che nascevano e si moltiplicavano intorno a lui: un uomo libero -questo forse era il suo segreto- libero perché sottomesso solo al suo Signore. Un uomo che non ha mai ritenuto impossibile quello che tutti ritenevano impossibile, parlare di Cristo e confessare la sua presenza, perché per lui era troppo evidente, affascinante per tacerne.
Un uomo capace di amare, di guardare chiunque incontrasse con una positività carica di interesse e di tenerezza, che -lo si intuiva acutamente- sgorgava dalla preghiera che ci ha consegnato, e che dice tutta la profondità del suo rapporto con Cristo: “Ti amo, Signore, ti amo più di ogni altra cosa al mondo, poiché tu sei la vera gioia, l’anima mia”.