di Piero Gheddo
missionario del Pime
Nel 1975 il più importante settimanale brasiliano illustrato, “Manchete” di Rio de Janeiro, gli dedicò un articolo intitolato: “L’uomo più buono del Brasile”, che incominciava con queste parole: “Il nostro paese è terra di conquista per finanzieri e industriali italiani. Molti vengono da noi ad impegnare i loro capitali allo scopo di guadagnarne altri. Marcello Candia, ricco industriale milanese, vive in Amazzonia da dieci anni, vi ha speso tutte le sue sostanze, con uno scopo ben diverso: per aiutare gli indios, i caboclos, i lebbrosi, i poveri. L’abbiamo eletto l’uomo più buono del Brasile per l’anno 1975″.
Quando Marcello Candia (1916-1983), a Dio piacendo, verrà elevato alla gloria degli altari, sarà un santo tipico del nostro tempo: industriale di successo, consacrando tutta la sua vita e i suoi soldi ai poveri e alla missione ha dimostrato con i fatti che anche un ricco può diventare un modello riconosciuto di vita cristiana autentica ed eroica. Naturalmente usando il capitale, il profitto, le tecniche manageriali non per servire il proprio egoismo, ma il prossimo più povero e abbandonato.
Ho avuto la fortuna di conoscere per quasi trent’anni Marcello Candia, anzi, considero una grande grazia che m’ha fatto il Signore avergli potuto stare vicino per tanto tempo: perchè quando si conosce un “santo” (fra virgolette perchè la Chiesa deve ancorsa pronunziarsi), si capisce la differenza che passa fra il Vangelo predicato (come spesso facciamo noi sacerdoti) e il Vangelo vissuto. E si tocca con mano che solo “il Vangelo vissuto” è efficace, converte i cuori, lascia tracce profonde nelle anime.
Chi era Marcello Candia? Figlio di un industriale milanese (nato a Portici, presso Napoli), ereditò dal padre la fabbrica di acido carbonico fondata all’inizio del secolo e la diresse per vent’anni con successo. Ma Dio lo chiamava ad essere “l’industriale della carità”. Fin da giovane studente (tre lauree in chimica, biologia e farmacologia), divideva il suo tempo fra l’industria paterna (che potenziò costruendo altri stabilimenti) e le opere di carità nella sua Milano: il “Villaggio della madre e del fanciullo”, l’assistenza ai profughi dai campi di concentramento tedeschi e agli ex-carcerati, un dispensario medico gratuito, l’aiuto ai poveri delle periferie cittadine, il “Collegio degli studenti d’Oltremare” voluto dal Card. Montini e fondato in collaborazione col prof. Giuseppe Lazzati.
Candia sentiva profondamente anche la chiamata alle missioni. Nel secondo dopoguerra fonda la scuola di medicina per missionari (presso l’Università di Milano), l’Alam (Associazione in aiuto alle missioni), la rivista trimestrale “La Missione” e appoggia vari organismi di laicato missionario che stavano nascendo in quel tempo: l’Ummi, il Cuamm, l’Afi, il Celim, l’Afmm, l’invio in Brasile dei volontari laici di Gioventù Studentesca (di Don Giussani). Marcello Candia è stato uno dei primi e più appassionati promotori del laicato missionario in Italia: è il primo missionario laico italiano del nostro tempo che, a Dio piacendo, sarà riconosciuto beato e santo dalla Chiesa; le associazioni internazionali di volontariato cristiano e il loro organismo rappresentativo (Focsiv) dovrebbero assumerlo come modello e protettore.
Dalla fine degli anni quaranta, dopo l’incontro con mons. Aristide Pirovano, missionario del Pime e vescovo di Macapà alle foci del Rio delle Amazzoni, Marcello sogna di abbandonare tutto per seguirlo in Amazzonia e fondarvi un ospedale missionario. Nel 1964, a 48 anni di età (non si era sposato per seguire la chiamata di Dio) vende le sue industrie e va con i missionari a Macapà spendendovi i suoi averi e la sua stessa vita per aiutare i poveri.
L’attività di Candia era travolgente, l’ha consumato anzitempo: ha avuto quattro infarti e un’operazione al cuore, è morto di cancro al fegato per le sofferenze patite nello svolgere la sua opera in Brasile. In 18 anni di vita in Amazzonia fondò e finanziò, seguendole sempre da vicino, 14 opere di carità, di educazione, di preghiera: due Carmeli di clausura, un grande ospedale, un lebbrosario, una scuola per infermiere, un centro sociale per i lebbrosi, una casa per handicappati, ecc. Si preoccupava che queste opere passassero nelle mani dei brasiliani il più presto possibile e che fossero sempre testimonianza di carità cristiana verso i più poveri.
Dove sta la grandezza di questo “santo” del nostro tempo, modello di tutti i laici missionari? Nella sua profonda vita di fede e di pietà e nella sua carità. Si definiva “un semplice battezzato”: non apparteneva ad alcuna associazione o movimento ecclesiale; un uomo libero, con una spiritualità profonda ma elementare (pur essendo tre volte laureato!), che s’è santificato con le preghiere del “Manuale del buon cristiano”. Marcello Candia vedeva veramente nei poveri e nei lebbrosi l’immagine di Cristo: si inginocchiava di fianco a loro, li baciava, faceva amicizia, amava stare con le persone più umili. Diceva: “Quando sono venuto in Amazzonia, pensavo che il dono più grande che facevo ai poveri erano i miei soldi e le mie capacità professionali. Poi ho capito che dovevo dare tutto me stesso. In essi ho trovato un tesoro. Non sono io che ho dato qualcosa, ma loro, i poveri, che danno a me”.
Sono stato varie volte in Amazzonia e ricordo il lebbrosario di Marituba (presso Belém), il primo visitato da un Papa, Giovanni Paolo II, l’8 luglio 1980. Giornata memorabile, sotto un sole fulminante (48 gradi all’ombra, all’aperto). Il Papa guarda e ascolta quella folla di lebbrosi e di fedeli venuti da Belém, da Macapà e da varie parti dell’Amazzonia, che cantano e gridano la loro gioia; dopo un po’ chiede a mons. Aristide Pirovano che gli è vicino: “Ma insomma, dov’è Marcello Candia?”. Non era sul palco, sotto la tenda con le autorità, ma sotto il sole rovente, senza cappello, dietro a un uomo in carrozzella: tentava, sventolando un ventaglio, di mitigare l’afa al suo amico Adalucio Calado, presidente della comunità dei lebbrosi, senza mani, senza piedi e senza naso, incaricato di dare il benvenuto a Giovanni Paolo II a nome degli 800 pazienti del lebbrosario di Marituba. Gli dice fra l’altro: “Da quando è venuto con noi il dottor Candia, sentiamo che Dio ci vuol bene davvero. Oggi lei viene a confermarlo con la sua presenza”.
Finite le cerimonie ufficiali, il Papa scende in mezzo ai lebbrosi, li abbraccia uno per uno, e Candia in seguito notava: “Erano commossi per quell’abbraccio che da anni non ricevevano dai figli, dai parenti, dagli amici!”. Quando Giovanni Paolo II è di fronte a Marcello lo bacia in fronte e gli dice: “Ho sentito tanto parlare di lei…”. Marcello raccontava poi l’incontro e ripeteva: “Quel bacio mi ha portato fortuna, è stata una benedizione del Signore per tutte le opere di carità in Amazzonia”.
Vent’anni dopo, cos’è rimasto del dottor Candia nel Brasile dei poveri? Sono rimaste le trenta e più opere che la Fondazione Candia mantiene, fra le quali due conventi di clausura delle Carmelitane di Firenze voluti da Marcello. Quello di Macapà è il primo nell’immensa Amazzonia brasiliana (13 volte l’Italia). Ma soprattutto è rimasto il ricordo vivo di un uomo buono, un modello di vita cristiana e di amore ai poveri.
Adalucio Calado, che ho visto ancora di recente a Marituba, si commuove nel ricordare Marcello. Mi dice: “Il dottor Candia non solo ci ha aiutati economicamente e con le opere sanitarie e sociali, ma ci ha voluto bene: in lui vedevamo l’amore di Dio anche per noi lebbrosi, rifiutati da tutti”.
Ho chiesto ad Adalucio perchè gli ospiti della colonia di Marituba considerano Marcello Candia un santo. “Perchè faceva tutto per amore di Dio, mi risponde. Non cercava nulla per sè ma tutto per gli altri, i poveri, gli ammalati, noi hanseniani. Era eroico nella sua donazione al prossimo, commovente: lui ricco, colto e importante nel mondo, veniva a spendere la sua vita tra noi che non potevamo dargli nulla in cambio. E non per un motivo umano, altrimenti non avrebbe resistito, sarebbe rimasto deluso: ma solo per amore di Dio. Noi pensavamo: se lui è un uomo così buono, quanto più buono dev’essere Dio!”.
C’è un aspetto nella vita di Marcello che lo rende un modello quanto mai attuale per un mondo come il nostro. Non era un paternalista, ma nemmeno un “pauperista”. Aveva un grande rispetto del denaro, che sentiva come dono di Dio per fare del bene: ne aveva e ne riceveva molto e sapeva amministrarlo bene, ma lo usava tutto per gli altri, non per se stesso. Una delle sue frasi preferite era: “Chi ha ricevuto molto deve dare molto”. Viviamo, si dice, in una società sempre più fondata sul denaro: non sarebbe niente di male, se Marcello Candia fosse un modello conosciuto e seguito, se facesse scuola nel mondo dei ricchi che è il nostro.
Il vescovo di Macapà succeduto a mons. Pirovano, mons. Giuseppe Maritano, ha testimoniato: “Voleva che l’ospedale fosse per i poveri, perchè questo era l’unico scopo per il quale l’aveva costruito. Diceva sempre: ‘Se c’è un malato povero e uno ricco, prima ospitiamo il povero e poi, se c’è posto, il ricco, che può rivolgersi all’ospedale governativo. Io voglio un ospedale missionario per i poveri e quindi dev’essere per forza passivo. Se è in attivo vuol dire che non è più missionario e per i poveri’”.
Il 12 gennaio 1991, su proposta della “Fondazione dottor Marcello Candia”, l’arcivescovo di Milano, card. Carlo Maria Martini, istituiva il tribunale diocesano per la sua canonizzazione e così lo definiva: “Marcello Candia è un modello di laico impegnato, dedito, coraggioso, capace di prendere sul serio la parola di Gesù, creativo, capace di mettere la sua professionalità a servizio degli ultimi. E’ dunque per noi un testimone straordinario, un cristiano esemplare di questa fine del secondo millennio, un modello nel nome del quale vorremmo avviarci verso il terzo millennio per incominciarlo con speranza”. L’8 febbraio 1994, chiudendo il processo diocesano, il card. C.M. Martini diceva: “La Chiesa ambrosiana esprime ufficialmente il desiderio di poter un giorno annoverare tra i suoi santi e beati questo suo figlio”.
Prima di iniziare il processo diocesano, l’arcivescovo di Milano aveva raccolto testimonianze sulla “fama di santità” del servo di Dio, chiedendo anche il parere ad una settantina di cardinali e vescovi che l’avevano conosciuto, in Italia e in Brasile. Ne aveva ottenuto risposte positive, non poche entusiastiche. Marcello è ricordato e pregato in Amazzonia e in Italia. La causa di canonizzazione, iniziata nel 1991 e chiusa in diocesi di Milano mel 1994, è quasi giunta al termine del suo cammino presso la congregazione dei santi. Manca il “miracolo” che confermi la “fama di santità” di cui Marcello ha goduto in vita e dopo morte. Alla Fondazione Candia dicono: “Il più grande miracolo di Marcello è che dopo la sua morte le sue opere in Brasile si sono moltiplicate e gli aiuti che la gente manda, invece di diminuire, aumentano di anno in anno”.
Il postulatore della causa, padre Piero Gheddo, ha il compito di far conoscere il servo di Dio Marcello Candia, affinchè i fedeli ne imitino le virtù e lo preghino per ottenere grazie. Bisogna precisare che lo scopo di ogni causa di canonizzazione è di proporre all’imitazione dei fedeli del mondo intero, e anche dei non cristiani (specie in un caso come quello di Marcello Candia), un battezzato che ha praticato in modo eroico le virtù cristiane, ha testimoniato concretamente che il Vangelo di Gesù, quando è vissuto nella vita quotidiana, porta la pace, la gioia, la fraternità, il vero progresso dell’uomo. Occorre pregare, affinchè la potenza del Signore confermi la glorificazione di questo che il card. Martini ha definito “un testimone straordinario e un cristiano esemplare”. Chi ricevesse grazie per intercessione di Marcello Candia è pregato di segnalarle a P. Piero Gheddo – Pime – Via Monterosa, 81 – 20149 Milano – Tel. 02-43.82.01. Allo stesso indirizzo si possono ottenere immagini del Servo di Dio e i due volumi: “Marcello dei Lebbrosi” di Piero Gheddo (De Agostini, pagg. 326, E. 12,00) e “Lettere dall’Amazzonia” di Marcello Candia (San Paolo, pagg. 356, E. 16,00). Chi volesse ricevere immagini e la “Lettera agli Amici di Marcello Candia” scriva a: “Fondazione dottor Marcello Candia”, Via P. Colletta, 21, 20135 Milano, tel. 02.546.37.89.
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