Madre Maria

Una santa monaca ortodossa: madre Maria
mat'mariaDi Pierluigi Fiorini

Ma le tenebre non sono né morte, né vuoto,
In esse si disegna la croce.
Mia fine, mia fine consumata.

Elizaveta Pilenko, poi Mat’ Maria, nacque nel 1891 e morì nel 1945 nella camera a gas di
Ravensbrück. La sua fede ortodossa e la sua vocazione monastica costituiscono il fondamento per un’appassionata vita d’azione, dedita all’impegno sociale, consapevole del legame profondo tra Chiesa e Sinagoga e desiderosa che questo diventi manifesto.
A Gerusalemme, Jad wa-Shem ricorda il suo nome tra quello dei giusti delle nazioni; a Parigi, presso l’Esarcato del Patriarcato di Costantinopoli, sono allo studio gli atti per la sua canonizzazione. Monaca russa ortodossa che ha subito il martirio in Occidente, certa della vittoria del bene sul male e che coopera al disvelarsi di questa, Mat’ Maria presenta agli occhi del credente la ricchezza dell’ecumenismo dei santi [1].

Dalla morte la vita

Le tappe della vita di Madre Marija, dopo i quindici anni, sembrano dolorosamente scandite dalla morte delle persone care: dai propri lutti attinge determinazione più vigorosa e li vive come richiamo a una maggiore vicinanza alla verità.
Elizaveta nacque in una famiglia ricca, con relazioni prestigiose, e trascorse gioiosamente l’infanzia. Poi conobbe la forza della sofferenza. La morte del padre nel 1906 sembra la risposta ai suoi interrogativi da adolescente e la ragazza è convinta che l’esperienza del dolore cancelli Dio: “La risposta è venuta, ed è stata tragica. Di quella risposta ricordo il paesaggio. Era l’alba di una calda giornata estiva. Il cielo era roseo, c’erano delle foglie d’acacia, passeri che cinguettavano, e quei pianti nella camera: mio padre è morto. Nella mia testa pensavo: nessuno ha bisogno di questa morte. È un’ingiustizia. Se non c’è un Dio giusto, non c’è nessun Dio” [2].
Gli anni seguenti sono importanti per la formazione intellettuale di Elizaveta, ma sono soprattutto segnati da un’ansia di verità, da un’appassionata ricerca di Gesù e del Padre che non è stato veramente possibile liquidare con il ragionamento dei quindici anni. L’angoscia, però, sembra non superata. Anche l’incontro con il poeta simbolista Alexandr Block -il discepolo di
Solov’ev che dichiarava di non amare altro che l’arte, i bambini e la morte- è dominato dai temi del dolore e della sofferenza incombente. La ricerca della verità e della liberazione dall’angoscia porta Elizaveta a ottenere di seguire dei corsi di teologia per corrispondenza -le studentesse non erano ammesse all’accademia teologica di San Pietroburgo- e supera gli esami brillantemente. Nel 1910 sposa, senza troppo riflettervi, Dmitrij
Kuz’min-Karavaev. Benché gli anni di questo matrimonio siano caratterizzati da una brillante vita intellettuale e dalla frequentazione dei poeti russi dell’età d’argento, le notti in bianco, le eterne discussioni, i teatri e i liquori lasciano in Elizaveta un senso opprimente di vuoto: “Il cuore mi diceva da lungo tempo:
‘credi’. / … Non più speranze, non restano che dubbi /… Tutto è più vuoto, ma forse più vasto?” [3]. Per lei, però, che a quindici anni aveva tenuto delle lezioni agli operai di una fabbrica, il problema si pone anche nei termini, tipici della tradizione russa, del rapporto tra popolo e intellettuale: “Vivevamo al centro di un immenso paese come al centro di un’isola deserta. La Russia non sapeva leggere, ma tutta la cultura del mondo si concentrava nel nostro ambiente… Eravamo cittadini dell’universo, guardiani del grande museo della civiltà umana. Roma al tempo della decadenza. Non vivevamo, godevamo di quel che vi era di più raffinato nella vita. Non indietreggiavamo davanti a nessuna parola nella sfera dello spirito. Eravamo cinici e impudichi, ma inconsistenti e inerti nell’esistenza. Era, in un certo senso, la rivoluzione prima della rivoluzione, perché scavavamo profondamente, spietatamente, fatidicamente nella terra delle vecchie tradizioni. Lanciavamo degli arditi ponti sull’avvenire! Ma al tempo stesso questa profondità e questo coraggio si associavano a una sorta di declino, a uno spirito di morte, al sentimento del carattere effimero, spettrale di ogni cosa. Vivevamo l’ultimo atto della tragedia, la rottura fra il popolo e
l’intelligencija” [4].

La sensazione di inutilità è fatale a quel matrimonio: Lizaveta lascia Dmitrij che non ha potuto salvare dal vuoto e dall’alcol. Questi troverà altrove la via della sensatezza: diverrà sacerdote cattolico.
Prima di ottenere il divorzio, quando però è già separata dal marito, Elizaveta ha, da una breve relazione, la sua prima figlia,
Gajana. Non si sa quasi nulla del padre di Gajana, cui Dmitrij Kuz’min-Karavaev dà il proprio cognome e a cui dimostrerà in più occasioni un affetto paterno.
Queste vicende sono importanti per la scelta politica della futura madre Maria, che aderisce al partito socialista rivoluzionario, mentre attorno a lei infuria il fragore della I Guerra Mondiale. Ma la sua sete spirituale non è sazia: compra un tubo di ferro, lo schiaccia col martello e lo indossa sotto le vesti come una cintura. Ciò che vuole è che Cristo la renda certa che Egli esiste veramente. Gli anni della guerra sono anche quelli in cui Elizaveta inizia la sua attività instancabile; la sua azione politica la occupa sempre di più; diventa sindaco di
Anapa, la località vicino alla Crimea dove ha trascorso buona parte della sua infanzia serena; si mostra energica e determinata; medita un attentato contro
Trockij, ma desiste dall’uso della violenza; collabora con i bolscevichi, benché loro avversaria, e per questo viene processata dai bianchi. Suo giudice è Daniil Skobcov che le risparmia una dura condanna. Pochi giorni dopo al processo i due prendono la decisione di sposarsi.

La sconfitta dei bianchi apre un nuova capitolo della vita di Elizaveta: lascia la sua terra e attraverso la Georgia, Costantinopoli, la Serbia giunge in Francia. Non è solo la via dell’esilio: il viaggio a Costantinopoli e la scoperta delle chiese greche è un ritrovamento delle radici dell’Ortodossia; si tratta anche però di un cammino verso l’occidente, dell’incontro con una diversa esperienza cristiana. Prima che la famiglia possa stabilirsi, nel 1923, a
Villepreux, presso Parigi, si è arricchita di due nuovi figli, Jura, l’unico maschio, e
Anastasija. Quest’ultima muore a tre anni di meningite. Anche questo nuovo dolore imprime una svolta alla vita di
Elizaveta. Realizza ritratti di dolente bellezza della figlia morente e afferma: “Accanto a Nastasija ho sentito che la mia vita, la mia anima, avevano sempre seguito delle vie anguste, limitate. E adesso voglio una vita autentica e purificata, non al di fuori della mia fede nella vita, ma per giustificare, comprendere e accettare la morte. Qualunque cosa se ne pensi non esistono parole più grandi che ‘amatevi gli uni gli
altri’. Da allora tutto si giustifica, senza eccezione. Allora la vita nella sua totalità è illuminata, mentre al di fuori di esse non vi sono che abominio e dolore” [5].
Il primo gesto di questo nuovo impegno è un’attività di maggiore responsabilità e impegno nell’ambito dell’Azione cristiana degli studenti russi di cui faceva già parte. Ma non ha ancora trovato un orientamento definitivo per il suo cammino; in questo periodo ha un interlocutore d’eccezione in padre Sergeij
Bulgakov. Elizaveta prende la decisione radicale della vita monastica e, ottenuto il consenso del marito, pronuncia i voti il 7 marzo 1932 e assume il nome di
Maria.
Contrariamente alla tradizione propria del monachesimo ortodosso, madre Maria non sceglie una vita di santità scandita dall’azione liturgica e dal ritmo dei digiuni e delle penitenze, ma si impegna con decisione per soccorrere nelle vie di Parigi quanti sono vittima della solitudine, dell’ateismo, dell’alcool… La sua convinzione è che Dio si serva dell’uomo, di lei, e che solo la sua disponibilità consenta l’opera di Dio. A questo scopo fonda nel 1935 Azione ortodossa; fanno parte del comitato direttivo il teologo Sergeij Bulgakov e il filosofo Nikolaj
Berdiaev.
Nel 1936 un nuovo lutto: Gajana muore di tifo in Russia. Madre Maria vive anche questo con la convinzione del trionfo finale della vita contro la morte (”Morte, non è per amarti che sono cresciuta / La cosa più viva in questa vita è ciò che eterno”).

Le persecuzioni naziste in Francia durante la seconda guerra mondiale la chiamano all’eroico impegno della difesa degli ebrei, a cui si dedica con vigore e santità assieme a suo figlio
Jura, a padre Dimitrij Klepinin e altri del suo gruppo. La loro attività è notata dagli invasori, vengono arrestati e inviati in campo di concentramento. Jura e padre
Dimitrij, deportati a Buchenwald, moriranno nel febbraio del 1944. Madre Maria, nel campo di
Ravensbrück, saprà della morte del figlio; quest’ultimo lutto sembra disporre la monaca alla propria fine (”Se morrò, vedrò in questo una benedizione dall’Alto”.
“Jura è morto; anch’io desidero morire”). Il Venerdì santo del 1945, 31 marzo, Mat’ Marija è destinata alla camera a gas o forse prende il posto di una compagna in preda alla paura. In alcuni suoi versi del 1942 compare un presagio di questa fine.

La monaca, la concezione di monachesimo e di maternità

“Consacratevi agli ultimi” raccomanda il metropolita Evlogij nel dare la sua benedizione ad Azione ortodossa. Madre Maria vive in modo radicale questa esortazione, convinta di essere uno strumento nelle mani del Signore per fare fiorire altre anime. Il suo impegno incessante è quello di accogliere nella casa di rue de Lourmel diseredati di ogni tipo, di preoccuparsi del loro nutrimento portando i rifornimenti in pesanti sacchi o spingendo la carriola che li conteneva, ma anche quello di curare una vivace vita intellettuale e di parteciparvi. La divergenza tra il suo comportamento e la tradizione monastica ortodossa le attirò numerose critiche, unite a quelle del suo comportamento -il fatto di fumare o di avere incontri regolari o anche frequenti con l’uomo che era stato suo marito. Ma lei non si limita a ignorare le critiche, le prende di petto, elaborando una propria concezione della vita monastica in un testo teatrale, Anna, in cui si contrappongono la visione di Paula, una monaca fedele alla tradizione, e quella di Anna, che dà voce al pensiero dell’autrice. A Paula che dichiara di avere operato la scelta monastica per la propria salvezza, Anna risponde che il vero monastero è nel mondo: “Noi portiamo sulle spalle la croce del mondo”. Poi, contrapponendosi esplicitamente alle parole dell’Epistola a
Diogneto, afferma “Noi siamo del mondo”.
La medesima visione dell’impegno monastico compare in un’opera dal titolo: Le diverse forme di vita religiosa. In essa madre Maria distingue cinque diverse concezioni di vita cristiana, non solo monastica. La pietà sinodale porta a venerare con medesima devozione Chiesa, patria e zar. La pietà legalista conduce a un’osservanza minuziosa di precetti e divieti. La pietà estetica, che riconosce nella bellezza un criterio di verità, può indurre a deviazioni dal Cristianesimo fino ad allontanare completamente da esso. La pietà ascetica non è specifica del Cristianesimo e, a suo avviso, può diventare una forma molto elaborata di egoismo. La pietà evangelica, finalmente, propria dei santi, caratterizzata dalla manifestazione dell’immagine di Dio interiorizzata, è riconoscibile dall’amore del prossimo. Madre Maria non cerca mai un facile consenso e non teme le contestazioni, la sua opera infatti -come il suo proprio stile di vita- le attirò critiche, numerose e severe.
La vita religiosa di Madre Maria presenta un altro tratto non frequente: ella è madre e per tutta la vita conserva un amore intenso per i suoi figli; prova un acuto senso di colpa per non avere saputo difendere Gajana dalla morte; tiene accanto a sé Jura finché non saranno separati dalle persecuzioni e con la sua morte avverte la fine della propria vita.
Sia nell’opera su Le diverse forme di vita religiosa, sia in altre occasioni Madre Maria spiega la propria concezione di maternità, non amore egoista di sé e dei propri figli, ma un amore cristiano che veda in essi l’immagine di Dio; figli che saranno liberi, ma anche esposti al pericolo.

La Chiesa e la Sinagoga: il martirio

Con l’occupazione nazista in Francia, la casa di rue de Lourmel diventa un centro importante di aiuto agli ebrei. Padre Dimitrij
Klepinin, il rettore, vi prepara certificati di battesimo veri -per ebrei che si fanno battezzare- e falsi. Madre
Maria, quando viene fatto obbligo agli ebrei di indossare la stella di Davide, ricorda come questa sia uno scudo, non un marchio di infamia, e che in quella situazione tutti i veri cristiani potrebbero portarla.
Nel luglio del 1942 madre Maria si reca al Velodromo d’Inverno, dove sono stati radunati molti degli ebrei rastrellati, tra essi un numero elevato di bambini; ottiene il permesso di entrare; porta soccorso e conforto e riesce a organizzare sul momento una fuga di bambini nascosti nei bidoni della spazzatura.
Anche per la presenza di un agente nazista infiltrato, l’Azione ortodossa viene colpita: padre
Dimitrij, Ivan, madre Maria e altri ancora vengono arrestati. Lo spirito di forte legame avvertito dai membri di Azione ortodossa con le origini ebraiche del Cristianesimo si avverte con vigore nelle parole del sacerdote durante l’arresto: questi all’ufficiale tedesco che gli domandava con che animo potesse aiutare degli ebrei rispose, mostrando la croce pettorale: “E questo ebreo lo conoscete?”.
Madre Maria aveva da tempo previsto e accettato la possibilità di un tale esito della sua azione (”Ma perché andarmene? Di che cosa sono minacciata qui? Nel peggiore dei casi, i tedeschi mi chiuderanno in un campo di concentramento. Ma gli esseri umani vivono anche là”). Dapprima reclusa in Francia, viene poi deportata a
Ravensbrück. Anche in campo di concentramento trova la forza per aiutare le sue compagne, portando il conforto dei suoi piccoli doni -i suoi ricami bellissimi preparati chissà come in quell’inferno- o degli addobbi per il mattino di Pasqua, sostenendo la loro fede con la lettura e il commento di un testo religioso, alimentando la loro speranza con la certezza che la morte non è la parola ultima sull’uomo, incrollabile anche davanti ai forni crematori: “Questo fumo è sinistro solo appena esce dal camino. Ma guardatelo levarsi in alto e vedrete come salendo si trasforma in una nube leggera, immateriale, che si dissolve nello spazio infinito. Così fanno le nostre anime quando si strappano da questa terra di peccato, e dopo un volo leggero sono aspirate per l’eternità in nuova vita di felicità”. La forza della speranza non nasconde l’intensità del dolore e il martirio si fa più atroce per la difficoltà di scorgere il disegno di Dio: “Scagliami come una torce nella notte. / Che tutti vedano, che tutti apprendano ciò che chiedi agli umani / Quali tuoi servi mandi al sacrificio”.
Già da tempo Mat’ Marija è pronta a questo passo, sa che, torcia nelle tenebre, non giungerà all’angoscia della morte e del vuoto, ma alla croce.