LE ENCICLICHE DI GIOVANNI PAOLO II LETTE DA JOSEPH RATZINGER, BENEDETTO XVI


5 ottobre 2009

di Joesph Ratzinger



Le encicliche sono anzitutto da dividere per gruppi di tematiche affini. Ci sarebbe da ricordare in primo luogo il trittico trinitario degli anni 1979 – 1986, che comprende le encicliche Redemptor hominis, Dives in misericordia e Dominum et vivificantem. Al decennio 1981 – 1991 appartengono le tre encicliche sociali Laborem exercens, Sollicitudo rei socialis, Centesimus annus. Ci sono poi le encicliche che trattano tematiche ecclesiologiche: Slavorum apostoli (1985), Redemptoris missio (1990), Ut unum sint (1995). All’ambito ecclesiologico si può anche assegnare l’ultima enciclica, finora, del Papa Ecclesia dei Eucaristia (2003), nonché, in un certo senso, l’enciclica mariana Redemptoris mater (1987). Già nella sua prima enciclica il Papa aveva legato strettamente i temi della madre Chiesa e della Madre della Chiesa, allargandoli all’ambito storico – teologico e pneumatologico:Supplico soprattutto Maria, la celeste Madre della Chiesa, affinché si degni in questa preghiera del nuovo Avvento dell’umanità di perseverare con noi, che formiamo la Chiesa, cioè il Corpo mistico del suo Figlio unigenito. Io spero che, grazie a tale preghiera, potremo ricevere lo Spirito Santo che scende su di noi (cfr. At 1,8) e divenire in questo modo testimoni di Cristo “fino agli estremi confini della terra” (ibid.)». Nella mariologia, per il Papa, si incontrano tutti i grandi temi della fede; non c’è enciclica che non si concluda con un cenno alla Madre del Signore. E infine abbiamo tre grandi testi dottrinali, che possono essere assegnati all’ambito antropologico: Veritatis splendor (1993), Evangelium vitae (1995) e Fides et ratio (1998).





La prima enciclica, Redemptor hominis, è quella più personale, il punto di partenza di tutte le altre encicliche. Sarebbe facile dimostrare che tutti i temi successivi vi erano già accennati: il tema della verità e il legame tra verità e libertà viene affrontato secondo tutta l’importanza che ha in un mondo che vuole la libertà ma considera la verità una pretesa e il contrario della libertà. La passione ecumenica del Papa emerge già in questo primo testo magisteriale. Le grandi sottolineature dell’enciclica eucaristica –eucaristia e sacrificio, sacrificio e redenzione, eucaristia e penitenza- tutto questo vi è già presente a grandi linee. L’imperativo “non uccidere” –il grande tema di Evangelium vitae- viene gridato forte al mondo. Come abbiamo già visto, con il tema mariano è collegato l’orientamento del cristianesimo verso il futuro, tipico del Papa. Il legame della Chiesa a Cristo, per il Papa, non è legame con un passato, un orientamento all’indietro, ma piuttosto il legame con Colui che è e dà futuro e che invita la Chiesa ad aprirsi a un nuovo periodo della fede. Il coinvolgimento personale, la speranza, ma anche il suo profondo desiderio che il Signore possa donarci un nuovo presente di fede e di pienezza di vita, una nuova Pentecoste, si fa evidente quando, quasi come un’esplosione, da lui prorompe l’invocazione«E la Chiesa del nostro tempo sembra ripeter con sempre maggior fervore e con santa insistenza:”Vieni, o Spirito Santo!” Vieni! Vieni!» (18).







Tutti questi temi che –come abbiamo già detto- anticipano l’intera opera magisteriale del Papa, sono tenuti insieme da una visione di cui dobbiamo almeno cercare di far emergere la direzione fondamentale. In occasione degli esercizi che come cardinale arcivescovo di Cracovia predicò nel 1976 a Paolo VI e alla Curia romana raccontava come gli intellettuali cattolici polacchi, nei primi anni del dopoguerra, avessero cercato in un primo tempo di confutare, contro il materialismo marxista ormai divenuto dottrina ufficiale, l’assolutezza della materia. Ma ben presto il centro del dibattito si spostò: non erano più in questione le basi filosofiche delle scienze naturali (anche se questo tema mantiene sempre la sua importanza), ma l’antropologia. La questione era diventata: chi è l’uomo. La questione antropologica non è affatto una teoria filosofica sull’uomo, ma ha un carattere esistenziale. Dietro di essa c’è la questione della Redenzione. Come può vivere l’uomo? Chi ha la risposta alla questione sull’uomo –questa questione così concreta- chi è in grado di insegnarci a vivere, il materialismo, il marxismo o il cristianesimo? La questione antropologica è dunque una questione scientifica e razionale, ma, nello stesso tempo, anche una questione pastorale: come possiamo mostrare agli uomini la via per la vita e far capire anche ai non credenti che le loro domande sono anche le nostre e che, di fronte al dilemma dell’uomo di oggi e di allora, Pietro aveva ragione quando disse al Signore:«Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna» (Gv 6, 68). Filosofia, pastorale e fede della Chiesa si fondono in questa tensione antropologica.





Nella sua prima enciclica Giovanni Paolo II ha, per così dire, riassunto i frutti del cammino fino ad allora percorso nella sua qualità di pastore della Chiesa e come pensatore del nostro tempo. La sua prima enciclica ruota intorno alla questione dell’uomo. L’espressione «l’uomo è la prima e fondamentale via della Chiesa» è diventata quasi un motto. Ma, citandola, ci si è troppo spesso dimenticati che poco prima il Papa aveva detto:«Gesù Cristo è la via principale della Chiesa. Egli è la nostra via “alla casa del Padre” (cfr. Gv 14, 1ss.) ed è anche la via a ciascun uomo». Di conseguenza, anche la formula dell’uomo come prima via della Chiesa continua così:«…via tracciata da Cristo stesso, via che immutabilmente passa attraverso il mistero dell’Incarnazione e della Redenzione». Antropologia e cristologia sono, per il Papa, inseparabili. Chi è l’uomo e dove deve andare per trovare la vita è proprio ciò che è apparso in Cristo. Questo Cristo non è soltanto un’immagine di esistenza umana, un esempio di come si debba vivere, ma è «in certo modo unito ad ogni uomo». Egli ci raggiunge dall’interno, alla radice della nostra esistenza, diventando così, dall’interno, la via per l’uomo. Rompe l’isolamento dell’io; è garanzia della dignità indistruttibile di ciascun individuo e, nello stesso tempo, è colui che supera l’individualismo in una comunicazione alla quale aspira tutta la natura dell’uomo.





Per il Papa, antropocentrismo è allo stesso tempo cristocentrismo, e viceversa. Di contro all’opinione che solo attraverso le forme primitive dell’essere uomo (partendo dal basso, per così dire), si possa spiegare che cosa sia l’uomo, il Papa sostiene che soltanto partendo dall’uomo perfetto si può comprendere che cosa sia l’uomo, e che è da questo punto di vista che si può intravedere la via dell’essere uomini. A questo proposito avrebbe potuto richimarsi a Teilhard de Chardin che così diceva:«La soluzione scientifica del problema umano non viene affatto offerta esclusivamente dallo studio dei fossili, ma da una attenta osservazione delle caratteristiche e delle possibilità dell’uomo di oggi, che determineranno l’uomo di domani». Naturalmente Giovanni Paolo II va ben oltre questa diagnosi: che sia l’uomo, lo possiamo alla fine capire solo guardando a colui che compie totalmente la natura dell’uomo che è immagine di Dio, egli, il Figlio di Dio, Dio da Dio e luce da luce. Così corrisponde perfettamente all’orientamento intrinseco della prima enciclica che essa, nel prosieguo del magistero papale, sia cresciuta a formare, insieme con altre due encicliche, il trittico trinitario. La questione dell’uomo non si può staccare dalla questione di Dio. La tesi di Guardini che conosce l’uomo solo chi conosce Dio trova una chiara conferma in questa fusione dell’antropologia con la questione di Dio.









Gettiamo ancora uno sguardo alle altre due tavole del trittico trinitario! Il tema di Dio Padre appare, per così dire, celato in primo luogo sotto il titolo Dives in misericordia. Si può ben credere che l’input per questa tematica sia venuto al Papa dalla devozione della suora cracoviense Faustina Kowalska che in seguito egli ha elevato all’onore degli altari. Mettere al centro della fede e della vita cristiana la misericordia di Dio era stato il grande desiderio di questa santa donna. Con la forza della sua vita spirituale ella ha messo in luce, proprio nel nostro tempo segnato dalla spietatezza delle sue ideologie, la novità del cristianesimo. Basta solo ricordare che Seneca –un pensatore del mondo romano per più versi abbastanza vicino al cristianesimo- disse una volta:«La compassione è una debolezza, una malattia». Mille anni dopo Bernardo di Clairvaux, nello spirito dei Padri, ha trovato la meravigliosa formula; «Dio non può patire, ma può compatire». Trovo meraviglioso che il Papa abbia messo la sua enciclica su Dio Padre sotto il tema della misericordia divina. Il primo titoletto dell’enciclica è:«Chi vede me, vede il Padre » (Gv 14, 9). Vedere Cristo significa vedere il Dio misericordioso. E’ da rimarcare che in questa enciclica la digressione sulla terminologia biblica della divina misericordia nel Vecchio Testamento occupa ben tre pagine. In essa viene spiegata anche la parola rah min che proviene dalla parola rehem = ventre materno, e conferisce alla misericordia di Dio i tratti dell’amore materno. L’altro punto focale dell’enciclica è la sua profonda interpretazione della parabola del figliol prodigo, nella quale l’immagine del Padre risplende in tutta la sua grandezza e la sua bellezza.





Ancora una parola intorno all’enciclica sullo Spirito Santo nella quale emerge il tema della verità e della coscienza. Secondo il Papa, il vero e proprio dono dello Spirito Santo è «il dono della verità della coscienza e il dono della certezza della redenzione» (31). Dunque alla radice del peccato sta la menzogna, il rifiuto della verità:«La disobbedienza come dimensione originaria del peccato significa rifiuto di questa fonte (= legge eterna), per la pretesa dell’uomo di diventare fonte autonoma ed esclusiva nel decidere del bene e del male». La prospettiva fondamentale di Veritatis splendor già qui appare con tutta evidenza. E’ chiaro che il Papa, proprio nell’enciclica sullo Spirito Santo, non resta fermo alla diagnosi del nostro essere in pericolo, ma la emette per aprire la via alla guarigione. Nella conversione l’affanno della coscienza si muta in amore che risana, che sa patire:«Il dispensatore di questa forza salvatrice è lo Spirito Santo…».





Mi sono trattenuto –forse troppo a lungo- sul trittico trinitario perché contiene l’intero programma delle encicliche successive e lo ricollega alla fede in Dio. Mio malgrado dovrò dedicare alle altre encicliche solo pochi schematici cenni. Le tre grandi encicliche sociali applicano l’antropologia del Papa alla problematica sociale del nostro secolo. Egli sottolinea la prevalenza dell’uomo sui mezzi di produzione, la prevalenza del lavoro sul capitale, la prevalenza dell’etica sulla tecnica. Al centro sta la dignità dell’uomo che è sempre un fine e mai un mezzo; a partire da qui vengono chiarite le grandi questioni d’attualità della problematica sociale in contrapposizione critica tanto al marxismo quanto al liberalismo.









Le encicliche ecclesiologiche meriterebbero una considerazione accurata, alla quale devo rinunciare. Se Ecclesia de Eucaristia considera la Chiesa dall’interno e dall’altro e così ne coglie la sua capacità di creare comunione, se Redemptoris Mater tratta della prefigurazione della Chiesa in Maria e del mistero della sua maternità, le altre tre encicliche di questo gruppo presentano i due grandi ambiti relazionali in cui la Chiesa vive: il dialogo ecumenico –come ricerca dell’unità dei battezzati secondo il comando del Signore, secondo la logica intrinseca della fede, che è stata inviata nel mondo da Dio come forza di unità- è il primo ambito relazionale che il Papa, con tutta la forza della sua passione ecumenica, fa entrare nella coscienza della Chiesa con la Ut unum sint. Anche Slavorum apostoli è un testo ecumenico di particolare bellezza. Esso, da una parte, si colloca nel rapporto fra Oriente e Occidente, dall’altra mostra il collegamento di fede e cultura e la capacità di creare cultura della fede, che va al fondo di sé e sperimenta una nuova dimensione dell’unità. L’altro ambito relazionale riguarda gli uomini che professano religioni non-cristiane o vivono senza religione, per annunciare loro Gesù di cui Pietro disse ai farisei:«In nessun altro c’è salvezza; non c’è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo in cui possiamo essere salvati» (At 4, 12). Il Papa spiega, in questo testo, il rapporto tra dialogo e annuncio. Egli mostra che la missione, l’annuncio di Cristo a tutti quelli che non lo conoscono resta sempre un obbligo poiché ogni uomo attende nel suo intimo colui nel quale Dio e uomo sono uno, colui che è il «Redentore dell’uomo».





Veniamo infine alle tre grandi encicliche nelle quali la tematica antropologica viene sviluppata sotto diversi aspetti. Veritatis splendor non ha di mira solo la crisi interna alla Chiesa della teologia morale, ma appartiene al dibattito di dimensioni mondiali sull’ethos, che oggi è diventato una questione di vita o di morte per l’umanità. Contro una telogia morale che nel XIX secolo si era ridotta in modo sempre più preoccupante a casistica, già nei decenni precedenti il Concilio si era messo in moto un deciso movimento di opposizione. La dottrina morale cristiana doveva essere riconsiderata nella sua grande prospettiva positiva a partire dal cuore della fede e non considerata come un elenco di divieti. L’idea dell’imitazione di Cristi e il principio dell’amore vennero sviluppate come le idee – guida fondamentali, a partire dalle quali potevano emergere organicamente le singole dottrine. La volontà di lasciarsi ispirare dalla fede come luce nuova che rende trasparente la dottrina morale determinato un allontanamento dalla versione giusnaturalistica della morale a favore di una costruzione di taglio biblico e storico – salvifico. Il Concilio Vaticano II aveva confermato e ribadito questi approcci. Ma il tentativo di costruire una morale puramente biblica risultò impraticabile di fronte alle concrete domande dell’epoca. Il puro biblicismo, proprio nella teologia morale, non è una via possibile. Così, in modo sorprendentemente rapido, dopo una breve fase in cui si tentò di dare alla teologia morale un’ispirazione biblica, seguì il tentativo di una spiegazione puramente razionale dell’ethos, ma il ritorno al pensiero giusnaturalistio è risultato sbarrato: la corrente antimetafisica che forse aveva già svolto un ruolo nel tentativo biblicistico faceva sembrare il diritto naturale un modello antiquato e non più attualizzabile. Si restò alla mercè di una razionalità positivistica che non riconosceva più il bene come tale. «Il bene è sempre –così diceva allora un teologo morale- solo meglio di…». Restava come criterio il calcolo delle conseguenza. Morale è ciò che sembra il più positivo considerate le conseguenze prevedibili. Non sempre il consequenzialismo è stato applicato in modo così radicale. Ma alla fine ne risulta una costruzione tale che si dismette ciò che è morale poiché il bene come tale non esiste. Per un simile tipo di razionalità neanche la Bibbia ha più niente da dire. Essa può fornire motivazioni, ma non contenuti. Ma se le cose stanno così, il cristianesimo come «via» -tale dovrebbe e vorrebbe essere- è spacciato. E se prima, dall’ortodossia si era rifugiato nell’ortoprassi, ora l’ortoprassi diventa una tragica ironia: perché essa in fondo non esiste.







Il Papa, con grande decisione, ha ridato al contrario legittimità alla prospettiva metafisica che è solo una conseguenza della fede nella creazione. Ancora una volta, partendo dalla fede nella creazione, gli riesce di legare e fondere antropocentrismo e geocentrismo:«la ragione tra la sua verità e la sua autorità dalla legge eterna, che non è altro che la stessa Sapienza divina… La legge naturale, infatti…, altro non è che la luce dell’intelligenza infusa in noi da Dio». Proprio perché il Papa sta dalla parte della metafisica in forza della fede nella creazione, può capire anche la Bibbia come Parola presente, legare la costruzione metafisica e biblica dell’ethos. Una perla dell’enciclica, significativa sia filosoficamente che teologicamente, è il grande passaggio sul martirio. Se non c’è più nulla per cui valga la pena morire, allora anche la vita diventa vuota. Solo se c’è il bene assoluto per il quale vale la pena morire, e il male eterno che non diventa mai bene, l’uomo è confermato nella sua dignità e noi siamo protetti dalla dittatura delle ideologie.





Questo punto è fondamentale anche per l’enciclica Evangelium vitae che il Papa ha scritto su invito pressante dell’episcopato mondiale, ma che è anche espressione della sua appassionata lotta per l’assoluto rispetto della dignità della vita umana. Laddove la vita umana è trattata come mera realtà biologica diventa oggetto del calcolo delle conseguenze. Ma il Papa, insieme alla fede della Chiesa, vede nell’uomo –in ogni uomo- piccolo o grande, debole o forte che sia, utile o inutile che possa apparire, l’immagine di Dio; Cristo, lo stesso Figlio di Dio fatto uomo, è morto per ogni uomo. Questo conferisce a ogni singolo uomo un valore infinito, una dignità assolutamente intangibile. Proprio perché nell’uomo c’è di più del mero bios anche la vita biologica diventa infinitamente preziosa. Non è a disposizione di chicchessia, poiché è rivestita della dignità di Dio. Non ci sono conseguenze, per quanto nobili, che possano giustificare esperimenti sull’uomo. Dopo tutte le esperienze crudeli di abuso dell’uomo, per quanto le motivazioni potessero apparire altamente morali, questa era ed è una parola necessaria. Risulta evidente che la fede è il rifugio dell’umanità. Nella situazione di ignoranza metafisica nella quale ci troviamo e che diventa al contempo atrofia morale, la fede si dimostra come l’umano che salva. Il Papa come portaparola della fede difende l’uomo contro una morale apparente che minaccia di schiacciarlo.





Finalmente dobbiamo considerare la grande enciclica Fides et ratio su fede e filosofia. Il tema della verità che contrassegna l’intera opera magisteriale del Santo Padre viene sviluppato in tutta la sua drammaticità. Affermare la conoscibilità della verità, ovverosia annunciare il messaggio cristiano come verità riconosciuta è visto oggi in larga misura come un attacco alla tolleranza e al pluralismo. La verità diventa persino una parola vietata. Ma proprio qui entra in gioco, ancora una volta, la dignità dell’uomo. Se l’uomo non è capace di verità, allora tutto quello che egli pensa e fa è pura convenzionalità, mera «tradizione». A lui non rimane altro –come abbiamo già visto- che il calcolo delle conseguenze. Ma chi può realmente abbracciare con lo sguardo le conseguenze delle azioni umane? Se è così, tutte le religioni sono solo tradizioni, e naturalmente anche l’annuncio della fede è una pretesa colonialistica o imperialistica. Esso non è in contraddizione con la dignità dell’uomo solo se la fede è verità, poiché essa non danneggia nessuno; anzi, è il bene che ci dobbiamo reciprocamente. In seguito ai grandi successi nell’ambito delle scienze della natura e della tecnica la ragione ha perso coraggio di fronte alle grandi domande dell’uomo su Dio, sulla morte, sull’eternità, sulla vita morale. Il positivismo si stende sull’occhio interiore dell’uomo come una cateratta. Ma se queste domande, decisive alla fine per la nostra vita, sono relegate nell’ambito della pura soggettività e dunque, in ultima analisi, dell’arbitrarietà, noi siamo diventati ciechi per ciò che riguarda l’essere uomini. Partendo dalla fede, il Papa chiede alla ragione il coraggio di riconoscere le realtà fondamentali. Se la fede non sta nella luce della ragione, essa sprofonda nella mera tradizione e con ciò dichiara la sua profonda arbitrarietà. La fede ha bisogno del coraggio della ragione per se stessa. Non è contro di essa, ma la sollecita a pretendere da sé le grandi cose per le quali è stata creata. Sapere aude! Pretendi da te stessa di poter fare grandi cose! A questo sei destinata. La fede, così ci dice il Papa, non vuole far tacere la ragione ma la vuole liberare dal velo della cateratta che, di fronte alle grandi domande dell’umanità, è steso ampiamente su di essa. Ancora una volta si vede che la fede difende l’uomo nel suo essere uomo. Josef Pieper ha espresso una volta il pensiero che «nell’epoca finale della storia, sotto la signoria della sofistica e di una corrotta pseudofilosofia, la vera filosofia si potrà ricongiungere nella primordiale unità con la teologia», e che così, alla fine della storia, «la radice di ogni cosa e il significato ultimo dell’esistenza –che vuol dire: l’oggetto specifico del filosofare- sarà guardato e considerato solo da quelli che credono».





Ora, noi stiamo –per quanto ci è possibile sapere- alla fine della storia. Ma corriamo il rischio di negare alla ragione la sua vera grandezza. E il Papa considera giustamente compito della fede sollecitare la ragione ad avere nuovamente il coraggio della verità. Senza la ragione la fede va in rovina; senza la fede la ragione rischia di atrofizzarsi. Ne va dell’uomo. Ma perché l’uomo sia redento c’è bisogno del Redentore, abbiamo bisogno di Cristo, uomo, che è uomo e Dio «in modo in confuso e indiviso» in un’unica persona. Redemptor hominis.