Giovannina Mazzone

Giovannina Mazzone, una donna vissuta fra due secoli e due modi diversi di comportamento cristiano, nacque a Casale Monferrato nel 1861 da una famiglia della agiata borghesia. Orfana di madre (morta nel darla alla luce), perse anche il padre quando era appena adolescente, e fu accolta nella casa degli zii, che ebbero sempre cura di lei come di una figlia.
Nell’ultima parte dell’Ottocento -gli anni della formazione e della giovinezza di Giovannina- l’area casalese conobbe condizioni di diffusa povertà a livello popolare, aggravate attorno al 1880 dalla crisi della viticoltura dovuta al flagello della filossera, che costrinse un gran numero di contadini a emigrare nelle Americhe. Negli ultimi due decenni del secolo, Casale conobbe però l’avvio dello sviluppo industriale, con la nascita dell’industria cementiera, un certo sforzo di modernizzazione della città e, più tardi, il sorgere di fabbriche operanti nel settore tessile e manifatturiero. La crescita industriale favorì però condizioni di sfruttamento, all’origine dei primi movimenti socialisti e delle prime lotte operaie. Furono anni non facili anche per il mondo cattolico casalese, che conobbe ondate di anticlericalismo di stampo liberal-massone legate alla questione romana e al non expedit, ma anche un progressivo risveglio laicale attraverso le iniziative dell’Opera dei Congressi.
Anche a Casale la situazione ecclesiale risentì del contesto culturale, sociale e morale predominante nel paese. La constatazione della diffusa ignoranza religiosa spinse il vescovo, mons. Pietro Maria Ferré, a istituire nelle parrocchie la “Società della dottrina cristiana” per l’insegnamento del catechismo ai ragazzi.
In questo contesto Giovannina Mazzone, poco più che ventenne, scopre molto presto il valore della comunità parrocchiale e avverte il senso della chiamata alla corresponsabilità dei laici nella missione della Chiesa. Comprende, con molto anticipo sui tempi, che l’impegno dell’evangelizzazione è un dovere che non si può delegare solo ai preti e alle suore, perché nasce dal battesimo stesso. Si impegna come catechista nella sua parrocchia di S. Stefano, dove si rende conto di come accanto alla diffusa povertà materiale esistano vaste aree di vuoto spirituale. Avverte la necessità di possedere un metodo di insegnamento capace di comunicare e trasmettere con efficacia il messaggio cristiano. E’ una giovane che ha studiato e che si tiene informata sulle esperienze che avvengono anche fuori d’Italia, soprattutto in Francia. Grazie alla comprensione e all’aiuto degli zii compie un viaggio a Parigi, per conoscere i metodi e l’esperienza di una delle scuole catechistiche francesi a quel tempo ritenute all’avanguardia, quella di St. Sulpice, nota anche in Italia.
Ma al ritorno il suo parroco non può che guardare con sospetto e diffidenza quella sua giovane parrocchiana con la testa troppo piena di idee nuove e un po’ lontane dalla tradizione locale, e che chiede con rispetto ma con ferma insistenza maggior spazio per la sua collaborazione.
Ma alla fine il parroco viene convinto e la nuova esperienza catechistica prende l’avvio e si sviluppa sull’esempio francese, tanto da diventare un modello per le altre parrocchie di Casale. Giovannina è convinta che la Parola di Dio non possa essere insegnata da “catechisti tristi o scoraggiati, impazienti o ansiosi, ma da persone che irradino la gioia di Cristo e accettino di mettere in gioco la propria vita per annunciare il Regno.”
Dopo la scuola parrocchiale nascerà la “Compagnia della dottrina cristiana” e alcuni anni dopo l’Oratorio di S. Stefano, una delle prime esperienze oratoriane femminili d’Italia.
Anche la casa degli zii, dove Giovannina abita, è sempre piena di bambine e ragazze che vengono a cercarla e si fermano con lei, mettendo spesso sottosopra l’abitazione. C’è evidentemente bisogno di spazi più ampi. Lo zio, che farebbe qualunque cosa per la nipote, nel 1882 decide di acquistare uno stabile in via Trevigi 9: Giovannina si trasferisce in questo edificio (che diventerà in seguito il complesso di “Casa Mazzone”) e nel 1892 vi trasferirà anche l’oratorio femminile iniziato nella parrocchia di S. Stefano.
Giovannina Mazzone ha sempre ricordato le parole di Paul Claudel: “Quando si è portatori della Parola di Dio, è indispensabile sedersi sulle ginocchia della Chiesa”. Tutta l’attività della sua lunga vita è stata contrassegnata da una operosa, ma mai supina, fedeltà alla Chiesa di Casale, nel solco tipicamente monferrino della concretezza e dell’accoglienza.
Nel 1891, quando l’enciclica Rerum novarum, con la denuncia della concorrenza sfrenata che lascia i lavoratori isolati e indifesi, scuote anche la Chiesa casalese, il vescovo mons. Luigi Gavotti la sollecita a svolgere un’opera di assistenza e promozione umana tra le categorie di lavoratrici più indifese di Casale e della zona circostante.
La Mazzone intraprende contatti con le lavoratrici delle fornaci di cemento. Dopo i primi incontri, nati soprattutto dall’esigenza di salvaguardia morale e di formazione cristiana, si rese conto della necessità di un’opera non solo di assistenza, ma anche di maturazione in campo sociale. Evangelizzazione e promozione della persona costituiranno per lei un binomio inscindibile, una questione di coerenza con la propria fede.
Negli anni successivi, a cavallo fra Ottocento e Novecento, seguiranno altre opere , nate da una virtù spontanea in Giovannina, quella dell’accoglienza cristiana, dell’attenzione a ogni bisogno. Nel 1905 fonda a Casale una casa della “Protezione della giovane”, che offre aiuto a ragazze bisognose di una assistenza immediata. Ad essa si affiancherà un “Circolo di cultura” per le giovani e una scuola per operaie.
La casa della “Tota Mansôn” (la signorina Mazzone), come veniva comunemente chiamata a Casale, nel corso degli anni ha accolto le più diverse categorie di persone e ha dato risposta alle più diverse necessità, dai terremotati di Messina del 1908 ai profughi e ai feriti della Grande guerra agli ebrei perseguitati dell’ultimo conflitto mondiale.
Nel 1911 Giovannina partecipa alla Settimana dell’Opera dei congressi di Torino per illustrare l’urgenza di una adeguata preparazione culturale delle donne lavoratrici. Al Congresso nazionale di Livorno del 1914 presenta il problema dell’assistenza delle mondariso, con le quali essa stessa si impegnerà per molti anni in una esperienza di assistenza morale durante le stagioni della monda nelle grandi tenute risicole dell’Oltrepo pavese.
Nel 1919, Armida Barelli, quando venne a Casale per fondare la Gioventù Femminile di Azione cattolica, trovò in Giovannina Mazzone una preziosa e formidabile collaboratrice: la Tota Mansôn aveva ormai quasi 60 anni, ma percorse in lungo e in largo il Monferrato per dar vita all’organizzazione diocesana della Gioventù Femminile.
Precedentemente, nel 1912, per volontà del vescovo mons. Ludovico Gavotti, l’Oratorio di S. Stefano era diventato “Opera dell’Oratorio femminile di N.S. di Lourdes”. Era il riconoscimento ecclesiale dell’intenso e fruttuoso lavoro che da alcuni decenni Giovannina Mazzone e le sue collaboratrice conducevano a favore della gioventù femminile del Casalese, nonché la consacrazione di una realtà ormai consolidata.
Giovannina non aveva mai pensato di fondare una congregazione religiosa, ed era lontana anche dall’idea di una istituzionalizzazione formale del proprio lavoro: “la scufia a la but nent” (non ci penso neanche ad avere una cuffia da suora) ripeteva fin da ragazza, e ancora nel 1933 scriverà al vescovo Albino Pella, che intendeva erigere l’Opera in congregazione di diritto diocesano: “Mi lasci vivere di quella santa indipendenza umile e filiale che è la libertà dei figli di Dio.”
Ma il riconoscimento ecclesiale avrebbe permesso alla comunità di Giovannina di ampliare gli orizzonti e di estendere la propria presenza e attività oltre i confini della città e della diocesi. Le collaboratrici più attive formarono la “Comunità delle Figlie di N.S. di Lourdes” e negli anni Venti e Trenta svolsero la loro attività nel campo dell’educazione, della collaborazione con le opere parrocchiali, dell’accoglienza e dell’ospitalità (che negli anni della Guerra diventerà rischiosa assistenza ai perseguitati del nazifascismo) a Genova, nel Biellese, a Premia in Val Formazza. La scuola fu sempre intesa da Giovannina come servizio alla promozione umana, per offrire un progetto di vita e una proposta rispettosa ma concreta di scelta cristiana.
A Casale l’Opera nel 1929 aprirà la Casa di S. Teresa in via Negri, che per oltre due decenni svolgerà una provvidenziale attività di assistenza per le moltissime giovani operaie che giungevano dai paesi dell’hinterland casalese dopo l’apertura di un nuovo grande setificio. Negli anni della seconda Guerra mondiale Casa Mazzone divenne il rifugio di perseguitati politici e di ebrei fuggitivi. Qui si incontravano clandestinamente, attorno a Giuseppe Brusasca, i capi partigiani della zona monferrina per i primi contatti che avrebbero dato vita al Comitato di Liberazione Alta Italia. Più volte il vescovo mons. Giuseppe Angrisani fece chiamare segretamente la Tota Mansôn per affidarle i casi più urgenti, soprattutto il ricovero di bambine e di madri ebree in attesa di poter espatriare.
Nel 1938 il vescovo Albino Pella convinse la Mazzone, piuttosto recalcitrante, ma alla fine obbediente come era sempre stata alla volontà dei pastori della sua Chiesa, a tradurre lo spirito della propria Opera in precise formule canoniche, ed eresse l’Opera di Nostra Signora di Lourdes in congregazione di diritto diocesano.
Nel 1946, quando aveva ormai oltrepassato gli 85 anni, Giovannina Mazzone cominciò a soffrire di una forma di polinevrite che lungo un calvario di sette anni di malattia la porterà alla morte nel 1954, dopo averla paralizzata gradualmente in tutta la persona.
Casale ricorda ancora oggi con venerazione la Tota Mansôn come la donna che non ha enunciato teorie, ma ha cercato persone, ponendo prima di ogni cosa i nomi, i volti, le storie di chi incontrava: non tanto i problemi sociali, ma la storia concreta di chi incontrava sul suo cammino. Un amore del mettersi accanto, del non prevalere.