Uno scienziato al servizio del più misero universo femminile
di Marina Airoldi
Il cavaliere e abate Francesco Faà di Bruno fu un personaggio che visse la sua rigorosa testimonianza cristiana con modi originali, difficilmente inquadrabili in schemi tradizionali, come è spesso degli spiriti liberi, e perciò fu poco compreso, quando non del tutto avversato già al suo tempo. Però mai avrebbe immaginato, lui così schivo, di divenire, a un secolo dalla morte, un “caso”, al centro di un dibattito infuocato che, partendo dalla sua persona, ha coinvolto e coinvolge il giudizio storico sul periodo risorgimentale e postunitario, sui suoi protagonisti e la loro posizione di fronte ai cattolici, come anche sull’atteggiamento di questi ultimi rispetto ai profondi cambiamenti in atto in Italia negli assetti politici e nei rapporti economici e sociali. Lasciando ad altri le polemiche, è interessante capire perchè crea tanti imbarazzi questo personaggio misconosciuto, contemporaneo, concittadino e amico del ben più noto e “solare” don Giovanni Bosco.
Esponente dell’antica nobiltà piemontese, dodicesimo figlio di Luigi Faà marchese di Bruno e di donna Carolina Sappa de’ Milanesi, nato il 29 marzo 1825 ad Alessandria, una delle zone più defilate e provinciali del Regno di Sardegna, educato nella più austera tradizione cattolica dai padri Somaschi di Novi Ligure, avviato alla tradizionale carriera militare negli alti gradi dell’esercito, avrebbe potuto incarnare il più classico esempio dell’aristocratico sabaudo, come viene immaginato secondo una visione preconcetta dura a morire: un po’ codino, papalino, rigido nelle idee e nel comportamento, poco entusiasta delle novità, tanto meno di quelle culturali. Invece dimostrò subito una precoce disposizione per gli studi matematici e scientifici nella Regia Accademia Militare di Torino, e divenne un ottimo topografo, in grado di disegnare una “Gran carta del Mincio” nel 1848, quando si guadagnò i gradi di capitano combattendo a Peschiera come aiutante di campo del principe ereditario Vittorio Emanuele. Non fu un militare tradizionalista e conservatore, come non fu mai un cattolico integralista ottuso. Infatti la sua partecipazione alla prima fase delle guerre risorgimentali, che lo vide in prima linea e gli costò una ferita durante la battaglia di Novara del 1849, non fu subita come un obbligo imposto dal suo stato, ma vissuta con l’entusiasmo del giovane convinto di combattere per la patria e dare il proprio contributo all’unità d’Italia, come risulta dalle sue lettere, dove prefigura un saldo regno sabaudo allargato al Lombardo-Veneto con il quale gli altri Stati italiani si sarebbero potuti unire pacificamente in confederazione. Era il sogno neoguelfo, che aveva trovato ampi consensi tra i moderati e soprattutto tra i cattolici preoccupati di conciliare le aspirazioni unitarie con i diritti di legittimi sovrani e del papa in particolare.
La vita del capitano Faà ebbe una svolta quando il nuovo re, Vittorio Emanuele II, intuito il suo valore, gli offrì il posto di precettore di materie scientifiche per i propri figli, subordinandolo però al conseguimento di un titolo ufficiale di studio. Non deve meravigliare questa attenzione per un’educazione innovativa, giunta a sfiorare anche un monarca appassionato di caccia più che di libri, perchè l’Europa era ormai travolta dall’entusiasmo per le conquiste della scienza, nato già dal clima illuminista, alimentato poi dalla rivoluzione francese e dalle riforme scolastiche napoleoniche, ed esaltato dalle applicazioni tecnologiche della nascente seconda rivoluzione industriale. A Torino l’università aveva illustri cattedratici, ma Parigi nel 1850 era il cuore degli studi e delle sperimentazioni più avanzate. Inoltre la corte dei Savoia, dove ancora si parlava francese, era storicamente legata alla Francia e alla sua cultura. Fu così che il capitano Francesco Faà si iscrisse alla Sorbona, per frequentarvi i corsi di astronomia e matematica a spese del Ministero della Guerra.
Appassionatissimo dei suoi studi, non si lasciò esaltare dal facile ottimismo positivista, che si illudeva in un futuro luminoso dell’umanità, ormai guidata da un pensiero scientifico sganciato da superate proposte religiose. Al contrario ogni approfondimento della straordinaria armonia dell’universo, regolata da leggi rigorosamente matematiche, lo convinceva sempre di più dell’esistenza di un creatore intelligente innamorato delle sue creature. Così, in piena epoca di polemica antireligiosa, specie negli ambienti dotti, Francesco Faà, considerato cattolico integralista, non si rifugiò in un sterile rifiuto della modernità, ma per tutta la vita approfondì i suoi studi e fece conoscere le sue scoperte sulle più prestigiose riviste scientifiche internazionali, come nelle Esposizioni universali, deciso a dimostrare con i fatti la conciliabilità tra scienza e fede. Pagando l’amaro prezzo dell’emarginazione. Non fu però un caso isolato. A Parigi si stavano vivendo importanti esperienze di cattolicesimo sociale, attento ai bisogni concreti delle categorie più deboli. Una persona come il Faà, abituato all’analisi, fece presto a scorgere sotto la superficie scintillante della capitale le sofferenze e i problemi che l’inurbamento e la industrializzazione stavano producendo. Tanto più che alcuni suoi docenti e molti compagni di studi stavano vivendo l’esperienza delle Conferenze di san Vincenzo fondate da Federico Ozanam e avevano fatto della parrocchia di St. Sulpice un centro di spiritualità e di assistenza. Era proprio la risposta al bisogno del brillante studente piemontese di tradurre in azione concreta una scelta di fede ampiamente meditata, pur senza rinunciare ai suoi interessi scientifici, anzi mettendoli al servizio del suo impegno sociale. Tutto il suo modo di agire successivo fu sempre suggerito non da un pietismo generico, ma da un analisi precisa del problema e dei mezzi concreti per superarlo nell’immediato, nel medio e nel lungo periodo, con calcoli precisi dei costi e dei ricavi. E con una costante di fondo: non rinunciare mai, per nessun motivo, alla coerenza con la scelta cristiana di vita e a ciò che la sua coscienza gli suggeriva.
Lo dimostrò subito al ritorno a Torino, nel 1851, ormai diplomato in scienze, quando l’ambiente anticlericale di corte lo ritenne troppo papalino per essere precettore dei principi, perchè aveva con chiarezza espresso la sua critica alla repubblica romana di Mazzini e Garibaldi, interpretata come violenta usurpazione di un potere legittimo. Accettò questa esclusione e il successivo allontanamento da Torino per una missione militare giustificata dalla sua abilità di topografo, per disegnare con precisione i confini sul mare dello Stato sabaudo. Ma non accettò una sfida a duello, ritenuta prova d’onore negli ambienti militari, ma che contrastava con le sue idee di scienziato e di cristiano. Per coerenza chiese di uscire dall’esercito. Volle però lasciare agli ex-commilitoni un Manuale del soldato cristiano, nel quale spiegava come la pratica del duello sia profondamente ingiusta, perchè sostituisce l’arbitrio del caso e della forza al diritto e alla ragione.
Nel 1853 il cavalier Francesco, capitano in congedo, dovette rifarsi una vita cercando strade nuove. Mentre continuava gli studi, si interessò di diffondere anche in Piemonte le Conferenze di San Vincenzo, avvicinandosi ai problemi della sua Torino, una capitale che non poteva certo paragonarsi a Parigi, ma dove identici erano i bisogni di una variegata umanità sofferente. Cominciò a conoscere le diverse attività di straordinari cristiani impegnati ad affrontare le problematiche vecchie e nuove di un proletariato e sottoproletariato allo sbando, come Giuseppe Cottolengo (morto nel 1842), don Bosco, la contessa Juliette Colbert di Barolo, don Leonardo Murialdo, don Giuseppe Cafasso. Mise le sue conoscenze al servizio dei parroci che cercavano di spiegare alla gente analfabeta il sistema metrico decimale e quello dei nuovi pesi e misure, introdotto a partire dal 1850. Non era un problema da poco, che creava confusioni, ma soprattutto truffe e soprusi. Per questo inventò anche un almanacco, Il Galantuomo, a poco prezzo, per i contadini, con massime e consigli pratici, che poi grazie a don Bosco divenne un successo editoriale.
Scoprì infine, quasi per caso, un universo femminile diseredato, che pareva dimenticato da tutti e trovò così il suo campo d’azione, quando, appassionato di musica sacra e organista presso la sua parrocchia di San Massimo, a Borgo Nuovo, organizzò un coro femminile e una scuola di canto domenicale. Queste iniziative, oltre ad essere un potente mezzo di aggregazione per le popolane, che non avevano altre possibilità per confrontarsi, fecero emergere l’assoluta precarietà di vita delle collaboratrici domestiche, allora denominate con la spregiativa qualifica di “serve”, donne e ragazze anche molto giovani, provenienti quasi sempre dalle zone più povere del regno, spesso analfabete, abbandonate a se stesse e soggette all’arbitrio dei “padroni”, senza alcun tipo di tutela. Infatti pur costituendo il gruppo più numeroso di lavoratrici (poco meno di dodicimila nel 1861, contro le 9000 lavandaie e cucitrici e le 7000 operaie, in una città di 200.000 abitanti), il potere pubblico se ne occupava solo quando diventavano socialmente pericolose, come per i ragazzi aiutati da don Bosco. Mentre pubblicava una raccolta di canti sacri popolari, La lira cattolica, componendone alcuni personalmente, convinto che anche questo mezzo poteva educare a esprimersi, il Faà cominciò a studiare quali tipi di interventi avrebbero potuto essere praticabili, confrontandosi con le più avanzate esperienze francesi. Questo fu possibile grazie a una nuova parentesi di studio a Parigi, negli anni 1854-1856, dove era tornato per laurearsi in matematica e astronomia sotto la guida di Urbain Le Verrier e di Augustin Cauchy, quest’ultimo prestigioso esponente del mondo scientifico europeo e del cattolicesimo sociale. Il Cauchy, tra gli altri interessi, si stava occupando delle rivendicazioni dei lavoratori riguardo gli inumani orari di lavoro, battendosi per la santificazione del giorno festivo, che sostanzialmente significava proporre una giornata di pausa ogni sette giorni, quando la pratica più diffusa era di dodici ore lavorative al giorno per sette giorni su sette. La domenica libera avrebbe permesso a uomini, donne e bambini, considerati solo come forza-lavoro, di tornare a sentirsi persone. Anche il Faà riproporrà la stessa esperienza a Torino nel 1859, fondando la Pia Opera per la Santificazione delle Feste, di cui fu vicepresidente don Bosco. Entrambi avevano in comune l’impegno ad affrontare i problemi del lavoro dando un’assistenza immediata, ma nel contempo battendosi per una legislazione più giusta, per una maggior sensibilità del potere pubblico di fronte a trattamenti iniqui, per un cambio di mentalità generale, con la convinzione che solo una continua educazione cristiana delle coscienze avrebbe portato ad una società più solidale nei confronti delle componenti più deboli. Questo spiega l’attenzione al problema dell’istruzione, della formazione e della catechesi.
Tornando in Italia il Faà espresse il suo semplice e impegnativo programma di vita in una lettera alla sorella Maria Luigia, affetta da cecità, per la quale aveva ideato uno scrittoio per ciechi adottato in tutto il mondo. Scrisse dunque: Per me, ora, l’unico affare, se Dio mi sostiene, é di vivere da santo e di meritare di fare una morte santa. Tutto il resto é veramente inutile e non sono che giochi da ragazzi.
Con questo spirito affrontò le continue umiliazioni che gli venivano dai centri del potere, dominati dagli anticlericali: gli fu negato il posto di Direttore dell’Osservatorio astronomico di Torino, motivo del soggiorno parigino, e nel campo del mondo accademico gli fu sempre preclusa una cattedra da ordinario o un qualsiasi riconoscimento. Nonostante ciò non smise nè gli studi nè la volontà di divulgazione, tenne liberi corsi non retribuiti, mentre le sue ricerche venivano pubblicate sulle più prestigiose riviste europee e americane e le sue invenzioni brevettate.
Accettò anche la sconfitta politica, nel 1857, nel suo collegio di Alessandria, dove ebbe come avversario Umberto Rattazzi, concentrandosi sull’impegno sociale, come tanti altri cattolici suoi contemporanei. Ma anche in questo caso ciò non significò disimpegno politico, perchè ritenne sempre suo dovere intervenire più volte presso l’amministrazione locale o il potere centrale per sottoporre progetti e proposte a sollievo dei ceti più umili. Ad esempio presentò al ministro degli Interni, proprio il Rattazzi, un piano studiato nei particolari, costi compresi, per l’impianto di fornelli economici, in grado di fornire ai poveri della città pasti caldi a prezzo basso nei mesi invernali. La sua proposta, suggerita dall’esperienza parigina, fu bocciata e ripresa solo molti anni dopo. Intanto però il Faà, a spese sue e di alcuni benefattori, li aveva ugualmente avviati. Nel frattempo si riaccostò al mondo del disagio femminile, riaprendo la scuola di canto e fondando oratori simili a quelli maschili di don Bosco.
Nel 1859 avvenne la scelta decisiva, con l’istituzione della “Pia Opera di Santa Zita” per il ricovero, l’istruzione professionale e il collocamento delle donne di servizio in difficoltà. Non a caso il cavalier Francesco volle come patrona una povera “serva” di Lucca divenuta santa nel XIII secolo, e costruì la sua casa d’accoglienza in uno dei più poveri e malfamati, quello di San Donato, impegnandovi il suo patrimonio personale e altri fondi raccolti in molti modi, compresa la questua davanti alle chiese. Il suo scopo non era una semplice assistenza, ma una educazione professionale e spirituale, per formare giovani donne in grado di dare testimonianza cristiana e diventare operatrici di pace nelle case dove avrebbero lavorato. Non abbandonava le sue protette nel momento delicato del rinserimento nel mondo del lavoro, verificando l’affidabilità delle famiglie, richiedendo contratti scritti e organizzando una Società di mutuo soccorso.
A San Donato diede origine ad una vera propria “città delle donne”, regolata da norme rigide, retaggio del suo passato militare, e finanziata da una lavanderia-stireria modello, impiantata presso il vicino canale e dotata di avveniristiche macchine a vapore inventate da lui stesso. Per garantire il funzionamento della lavanderia e i servizi interni alla casa di Santa Zita fondò la Classe delle Clarine, ragazze povere e handicappate, alle quali restituiva così una dignità, oltre ad assicurare assistenza per tutta la vita. Per curare le lavoratrici malate e le convalescenti aprì un’Infermeria di San Giuseppe, studiando diete appropriate per le ricoverate. Nel 1862 avviò un pensionato per donne anziane e invalide “di civile condizione”, che assicurava loro una vecchiaia serena e, nello stesso tempo, era un’ulteriore fonte di finanziamento per l’opera principale.
Tutto veniva organizzato e seguito con grande meticolosità dal Faà, che pur vivendo a San Donato, non tralasciava i suoi studi e le lezioni all’università. Anzi sollecitò il ministro della Pubblica Istruzione a incrementare le istituzioni culturali finalizzate alla ricerca scientifica per superare il divario ormai esistente tra l’Italia e altri stati europei e americani. Questa sua attenzione al campo educativo gli suggerì una serie notevole di iniziative: un Liceo maschile, una biblioteca circolante, una Classe delle educande con corsi triennali per la formazione professionale di ragazze povere, una Classe delle allieve maestre e istitutrici per la formazione di insegnanti elementari, delle quali comprendeva l’enorme importanza educativa. Non solo si prodigò come insegnante, ma anche come autore di testi.
Per ogni bisogno che emergeva nel contesto sociale, la mente scientifica del Faà cercava una soluzione, fosse il problema dell’igiene pubblica, per cui proponeva al municipio un piano di bagni e lavatoi pubblici, o fosse quello dell’improvvisa miseria dei sacerdoti dopo le confische dei beni ecclesiastici, per i quali apriva un pensionato specifico. Si accorse persino del disagio dei parroci poveri e per loro aprì un “emporio cattolico” di articoli religiosi a basso costo. La costante dei suoi interventi fu sempre l’estrema discrezione e l’attenzione alla dignità delle persone.
Nel 1868 iniziò la costruzione della chiesa di Nostra Signora del Suffragio, convinto che ci fossero bisogni spirituali non meno importanti di quelli materiali, sia tra le sue protette, sia nel quartiere, ma anche e soprattutto per le anime dei defunti dimenticati, specie i caduti di tutte le guerre. Per garantire costanti preghiere di suffragio e per avere collaboratrici fidate fondò nello stesso anno la congregazione religiosa delle Minime di Nostra Signora del Suffragio, con la preziosa collaborazione di Giovanna Gonella, ma anche in questo campo non mancarono le amarezze, per le diffidenze degli ambienti curiali torinesi e romani, che rimandarono l’approvazione definitiva fin oltre la morte del fondatore. Come semplici postulanti le Minime, guidate dalla “signorina” Gonella, si misero al servizio dei vivi sofferenti e dei morti dimenticati seguendo l’austera regola imposta dal fondatore, secondo il motto Pregare, agire, soffrire. Accanto alla chiesa, il Faà progettò un ardito campanile, per mostrare come la scienza matematica potesse mettersi al servizio della fede. Sulla cima organizzò un suo osservatorio astronomico e meteorologico, ma vi sovrappose una statua dell’arcangelo Michele come richiamo di un destino umano finalizzato al giudizio finale. Attento ai problemi pratici, come sempre, vi fece installare anche un grande orologio che servisse a tutto il quartiere, pagandolo in gran parte a sue spese, senza scoraggiarsi per l’esiguità del contributo del Comune, al quale aveva illustrato con un’ampia relazione i vantaggi sociali dell’iniziativa.
Francesco Faà pur condividendo la vita quotidiana dei più umili non trascurava il mondo della cultura, continuò sempre l’insegnamento all’università (dove andarono a vuoto gli appelli di rettore e colleghi perchè fosse riconosciuto ordinario) e nel 1872 pubblicò un Piccolo omaggio della scienza alla Divina Eucarestia, affrontando il tema della transustanziazione. Sempre convinto dell’importanza della divulgazione comperò e diresse il periodico Il cuor di Maria e divenne direttore de Il Museo delle Missioni Cattoliche. Inoltre avviò a San Donato una tipografia gestita da donne, per stampare libri di catechesi e devozione, che spesso traduceva lui stesso dal francese, dall’inglese, e dal tedesco, scegliendo quindi il meglio della produzione europea.
Nel 1875 maturò la decisione del sacerdozio e fu ordinato l’anno dopo grazie ad un Breve papale che lo dispensò da parte dell’iter consueto, non senza contrasti con l’arcivescovo di Torino.
Nel 1877, con una sensibilità longimirante e con la consueta discrezione si occupò di un altro grave problema del mondo femminile, quello delle ragazze-madri, e aprì per loro una “Pia casa di prevenzione”, la prima del genere in Italia, in un edificio anonimo dove un numero minimo di persone conosceva il nome delle ricoverate. Queste dopo il parto venivano aiutate a reinserirsi nel mondo del lavoro, con la possibilità di tornare se sottoposte a pressioni sessuali.
Nel 1881 progettò una scuola professionale e un educandato fuori città, per favorire le ragazze del mondo contadino. Comperò per questo un piccolo castello nelle Langhe, a Benevello d’Alba, ma incontrò la diffidenza proprio di quei contadini che avrebbe voluto aiutare a migliorare.
Non dimenticò nemmeno il mondo da cui era venuto, prevenendo le richieste di aiuto dei “poveri vergognosi”, quei nobili decaduti che vivevano con enorme disagio la necessità di ammettere la propria povertà.
Dopo aver tanto operato l’abate Francesco morì il 27 marzo 1888, lasciando la direzione delle sue opere al canonico Agostino Berteu e la sua splendida biblioteca scientifica all’università. Tre anni dopo le sue suore poterono fare le prime professioni solenni e dal 1927 divennero le responsabili delle sue opere, alcune delle quali continuano ancora oggi, anche in America latina.
La particolare testimonianza di vita di Francesco Faà fu quella di un laico, poi sacerdote, in grado di cogliere i segni del suo tempo e di affrontarne con determinazione e coraggio le problematiche alla luce delle proprie convinzioni e della propria fede, senza paura di andare controcorrente. La sua coerenza e il suo impegno nel sociale sono stati ritenuti proponibili come modello anche dalla Chiesa, che ne ha promosso la beatificazione, avvenuta nel 1988.
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