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	<description>Vogliamo salvare dall&#039;oblio il ricordo di uomini e donne che hanno lottato per la giustizia e l&#039;amore nel mondo</description>
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		<title>Giulia e Carlo Tancredi di Barolo</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 15:43:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Una coppia straordinaria, di nobili origini, che seppe mischiarsi e confondersi con i poveri]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Una coppia straordinaria</em></p>
<p>di <strong> Cristina Siccardi<br />
</strong><br />
Lei, una francese di Vandea discendente di Jean Baptiste di Maulévrier il ministro delle finanze del re Sole, lui ultimo erede di una delle famiglie più ricche d’Europa. La Chiesa ha avviato su di loro i processi di beatificazione.<br />
Juliette Françoise Victurnie nasce il 26 giugno nel castello di Maulévrier dal conte Edouard Victurnien Charles René Colbert e dalla contessa Anne Marie Louise de Crénolle.<br />
Carlo Tancredi nasce il 26 ottobre 1782 a Torino da Ottavio Alessandro e da Paolina d’Oncieu che vivevano nel loro bellissimo palazzo di via delle Orfane.<br />
Serena l’infanzia di Carlo Tancredi, dolorosa e pesante quella di Giulia che vide gli orrori della rivoluzione francese. I giacobini ghigliottinarono alcuni suoi parenti e provvidero al genocidio nella sua terra. Nei giorni del grande Terrore il marchese di Maulévrier viene perseguitato e con lui la sua famiglia: sua madre, una sorella ed altri parenti sono condannati a morte e vengono ghigliottinati. Episodi questi che resteranno per sempre impressi nella memoria di Giulia e che non riuscirà mai a cancellare, come non dimenticherà più la sua Vandea, dalla quale ha appreso la tenacia, la resistenza e la fortezza. Intanto i beni dei Colbert vengono confiscati e l’intera famiglia è costretta ad allontanarsi dalla Francia perché bersaglio delle ire politiche. Il celebre capo vandeano Stofflet, guardiacaccia del marchese Colbert, con i suoi compagni del movimento controrivoluzionario, che univa contadini, aristocratici e preti refrattari «per Dio e per il Re» contro la Repubblica, diffonde un proclama che recita così:<br />
«Rendeteci i nostri sacri Pastori, che sono gli amici e i padri nostri, che dividono con noi le sventure e le pene, che ci aiutano a sopportarle colla parola e con l’esempio. Rendeteci il libero esercizio della religione de’ nostri maggiore per la conservazione della quale sapremo versare fino all’ultima goccia del nostro sangue». Da Parigi arriva l’ordine di sterminarli. Quando tutto è cenere vengono raccolti anziani, bambini, malati, che hanno assistito alle atroci morti dei congiunti, e vengono fucilati.<br />
Giulia rimane orfana di madre a soli 7 anni e dopo molti anni così la rievocherà nelle sue Memorie: «Che il sorriso di tale stella sia quello d’una delle persone dilette, cui la Provvidenza ha chiamato alla vita prima di noi? Forse quello di mia madre? Non ho avuto la consolazione di conoscerla, eppure l’ho rimpianta sempre, dacché il cuor mio si è schiuso all’amore».<br />
A 18 anni Carlo Tancredi è nominato paggio imperiale e sarà Napoleone Bonaparte, a combinare il matrimonio del giovane Tancredi con la damigella di corte Giulia Colbert. Mediatore di questa unione fu il principe Camillo Borghese: le strategie matrimoniali erano considerate attentamente dalla diplomazia bonapartista con lo scopo di conquistarsi la simpatia delle famiglie potenti e facoltose. Quell’unione, comunque, risulterà eccezionale.<br />
Giulia Colbert e Tancredi di Barolo s’incontrano spesso nei salotti aristocratici e alla Corte imperiale, scoprendosi varie affinità: cultura vasta e profonda, sensibilità e disponibilità sociale, fede religiosa radicata e operosa. Opposte e complementari le loro personalità: lei vulcanica, impulsiva, ostinata, lui riflessivo, ponderato e calmo.<br />
Il matrimonio viene celebrato a Parigi il 18 agosto 1807.<br />
A Parigi i giovani Barolo continuano a frequentare gli ambienti nobiliari e allo stesso tempo si accostano alle istituzioni sociali di beneficenza. Ma i loro sentimenti e i loro progetti sono proiettati in Italia e a Torino, città che li vedrà protagonisti fra le sue vie più squallide.<br />
Nel 1814 la battaglia di Lipsia fa cadere l’Impero napoleonico e re Vittorio Emanuele I, come gli altri sovrani spodestati, rientra nella sua capitale, Torino. I Barolo si stabiliscono così definitivamente nel loro magnifico palazzo di via delle Orfane. Qui Giulia inizia a conoscere la sua nuova patria, di cui apprende la storia, le abitudini e anche il dialetto, che vuole subito parlare per cercare e trovare un contatto con la gente più umile. Si fa torinese. E riscuote grandi simpatie per la semplicità del tatto, l’operosa carità, la conversazione piacevole e brillante.<br />
Giulia e Carlo Tancredi non possono avere figli, ma decidono di adottare come tali i poveri di Torino.<br />
Viaggiano molto, in tutta Italia e all’estero. Giulia ammira luoghi, paesaggi, città, incontra persone, resta incantata di fronte alle bellezze dell’arte, visita carceri, istituzioni sociali ed educative. Entrambi osservano attenti realtà ed esperienze, problemi sociali e varietà di soluzioni. Nascono da questi esami stimoli ed orientamenti per iniziative da realizzare a Torino, una città che ha davvero bisogno di essere soccorsa. La capitale subalpina, che si sta industrializzando, è diventata infatti un bacino che raccoglie gli immigrati dalle campagne in cerca di lavoro, in cerca di fortuna, ma saranno moltissimi a trovare la miseria, l’abbrutimento, la morte (la delinquenza si svilupperà in gran misura e omicidi e infanticidi saranno all’ordine del giorno). A salvare questa Torino malata saranno loro, i santi sociali, dal Cottolengo al Cafasso, da don Bosco al Faà di Bruno e fra questi anche la coppia Carlo Tancredi e Giulia di Barolo.<br />
Nel dicembre 1827 il conte Luigi Francesetti di Mezzenile esprimeva ai membri della Camera di Agricoltura e Commercio della capitale il proprio fastidio nei confronti dei poveri e dei mendicanti diffusi un po’ ovunque sulle strade di Torino:<br />
«Siamo circondati, siamo giornalmente assediati dagli accattoni; e tale è il loro numero che, anche nella supposizione che tutti fossero veramente poveri e non viziosi, non sarebbe però possibile di avere né mezzi né il tempo di fermarsi con tutti, e di soccorrerli tutti. Ond’è che siamo costretti a proseguire il nostro cammino senza badare né alle loro lagrime né ai loro più commoventi scongiuri, che pure, in teoria, non dovrebbero mai ferire indarno l’orecchio di un uomo qualunque, e particolarmente poi l’orecchio di un cristiano».<br />
Invece i marchesi di Barolo vogliono proprio circondarsi di reietti, aprendosi alla forma di carità più autentica: l’amore. Puntano sulla promozione umana non con la sufficienza dei filantropi o con l’atteggiamento paternalistico di molti aristocratici del tempo.<br />
Se di sera Palazzo Barolo apre le proprie porte per accogliere l’élite di Torino a livello culturale, economico, politico (fra cui Cesare Balbo, il conte di Cavour, i marchesi di Saluzzo, il maresciallo de la Tour, i nunzi pontifici Gizzi, Antonucci, Roberti; gli ambasciatori di Francia, Inghilterra, Austria, Toscana, Spagna; i signori de Lamartine, de Maistre, Rendu), di giorno lo stesso Palazzo offre il pasto a ben duecento poveri.<br />
Se si dovesse eleggere un patrono dei sindaci, questo dovrebbe essere il marchese Tancredi di Barolo che si rivela a Torino un ottimo amministratore civico. Nel 1825 fonda, a sue spese, l’Asilo Barolo, fra i primi esempi in Italia di istituzione organizzata come scuola infantile: raccoglieva i bambini di madri operaie, altrimenti abbandonati per le vie. Nel freddissimo inverno di quell’anno fa distribuire seimila razioni di legna ai poveri. Membro del corpo amministrativo municipale (decurione), segretario della deputazione del Consiglio Generale per l’Istruzione Pubblica e consigliere di Stato di re Carlo Alberto, si dedica in modo particolare all’istruzione e alla formazione professionale dei figli dei diseredati.<br />
Nel 1834, in accordo con l’amata consorte, fonda la congregazione delle Suore di Sant’Anna per assicurare una presenza educativa qualificata nell’asilo Barolo: un’istituzione voluta da laici, un fatto assai raro nella storia degli ordini religiosi.<br />
L’istruzione alla gioventù era lo scopo principale del marchese, indirizzata in particolare alla piccola borghesia e a quella disagiata. Fondò anche una scuola di pittura e scultura a Varallo.<br />
Nelle istituzioni scolastiche promosse dai marchesi ricordiamo ancora la Scuola di Borgo Dora, il collegio Barolo, le Oblate di Santa Maria Maddalena, per la cura delle malate dell’Ospedaletto, le Suore di San Giuseppe, chiamate da Chambery alla scuola di Borgo Dora e alla direzione del Rifugio, e le Dame del Sacro Cuore per l’educazione delle figlie dei nobili e dei borghesi.<br />
Il marchese promuove grandi opere urbane per fare di Torino una città più funzionale e più salubre: fa costruire giardini, fontane con acqua potabile, migliorando anche l’illuminazione cittadina. Di tasca propria finanzia –unica condizione gli fosse riservato un posto per la sua sepoltura – la costruzione del Cimitero Generale della città.<br />
Nel 1827 istituisce la prima Cassa di Risparmio torinese per i piccoli risparmiatori: domestiche, commercianti, artigiani…<br />
Nell’estate del 1835 il colera dopo aver toccato più città d’Europa, giunge tragicamente a Torino. Giulia e Carlo Tancredi si prodigano per l’assistenza ai malati esponendosi ai rischi di contagio. Per l’eroico servizio ai colerosi Giulia riceve la medaglia d’oro dal Governo e il consorte, la cui salute è purtroppo minata irreparabilmente, viene insignito della Commenda dei santi Maurizio e Lazzaro. A causa delle debole salute di Tancredi, i medici consigliano i coniugi Barolo di intraprendere un viaggio per raggiungere il Tirolo. Ma, arrivati a Verona, si devono fermare perché il marchese è colpito da una violenta febbre. Ripresa la via del ritorno giungono in una povera locanda di Chiari, in provincia di Brescia: Tancredi, sotto gli occhi dell’amata, muore. È il 4 settembre 1838.<br />
Lascia scritto Cavour: «Giulietta in queste dolorose circostanze ha dispiegato quella forza d’animo che è una delle sue più preziose qualità… Al confine i nostri stupidi gendarmi le hanno fatto ogni sorta di difficoltà per lasciare entrare i resti di suo marito che dovrebbero essere sacri a tutti i piemontesi perché egli era un grande e ammirabile cittadino».<br />
Erede universale dell’immenso patrimonio è Giulia. Lascia infatti scritto nel testamento il marchese di Barolo:<br />
«Nomino erede universale la marchesa Giulietta Francesca Falletti di Barolo nata Colbert, mia dilettissima consorte, e ciò in pegno del profondo affetto che io ho sempre nutrito per lei, e della mia alta stima ed ammirazione per le sue virtù, volendo così porla in grado di proseguire l’esercizio a maggior gloria di nostra santa religione, a beneficio dei miei concittadini ed a suffragio dell’anima mia… Penso con somma soddisfazione che ella farà certamente delle mie sostanze quel buon uso che è da lungo tempo scopo dei nostri comuni e incessanti desideri». E così sarà.<br />
La marchesa, già in vita chiamata «Madre dei poveri», fedele al suo motto «Gloria a Dio, bene al prossimo, croce a noi», proseguì nell’opera intrapresa insieme al marito e diede un grande contributo alla riforma carceraria, avvalendosi della sua posizione di prestigio e delle sue amicizie, a partire da re Carlo Alberto. Si prodigò per la promozione della donna e per la difesa della fede cattolica nella Torino risorgimentale. Fondò il monastero di clausura delle Maddalene, l’ospedale di Santa Filomena per le bambine disabili; ospitò nel suo palazzo le Famiglie di operaie.<br />
Immensa fu la sua opera di soccorso per le carcerate. La missione su vasta scala che la Barolo intraprese con spirito combattivo e di scontro diretto contro la miseria e lo squallore della vita carceraria fu il frutto di due forti istanze. La prima derivò dal contatto quotidiano con situazioni di estrema povertà e precarietà di tanti reietti, vittime dell’ignoranza e del sistema economico-sociale. La seconda provenne da un’ispirazione interiore. La domenica in Albis, l’ottavo giorno dopo Pasqua del 1814, mentre Giulia percorre via San Domenico: «m’abbattei», racconta nelle Memorie, «nell’accompagnamento del Viatico, che veniva portato dalla parrocchia di Sant’Agostino agli ammalati, i quali non possono andare in chiesa a far le devozioni. Io m’inginocchiai». Fu allora che il grido disperato di un condannato delle carceri Senatorie di quella via la fa trasalire: «Non il viatico vorrei, la zuppa». Quel grido fu un richiamo irresistibile per Giulia. Entra in quella prigione. La sconvolgono le condizioni dei detenuti e decide di ritornare. Così inizia la sua attività in favore dei reclusi, senza limitarsi al Piemonte. Studia a fondo la situazione visitando diverse prigioni in Francia e in Inghilterra, dove ha modo di conoscere Elisabeth Fry, studiosa della questione carceraria, nel penitenziario di Negate.<br />
Giulia comprende che la punizione non è inflitta in modo da produrre un recupero, un reinserimento del soggetto nella società: le carceri, così come sono all’epoca, non servono né a punire giustamente, né a redimere. Servono a corrompere ancor più. Edifici malsani e maleodoranti, ozio, abbandono, malattia, alcolismo, durezza, complicità e corruzione degli stessi carcerieri malpagati, favoriscono il malcostume e la deviazione irrecuperabile dei prigionieri. Scrive Giulia: «Si agisca dunque sempre per mezzo della carità, che si parli con carità, che si consigli, si punisca, si ricompensi, si faccia in modo che la carità intenerisca quei cuori induriti» e ancora: «So di molte prigioni, in cui sono in vigore i regolamenti più severi, dove i medesimi vengono applicati più severamente ancora, ma l’unico risultato che se n’ottiene è di aggiungere nuovi tormenti ai tormentati… Costringere a forzata regolarità d’operare un essere depravato, abituato, anzi rotto al vizio, accostumato a tutte funeste sue emozioni, è un metterlo a nuova tortura. Bisogna fargli prima amare l’ordine, fargliene sentire, quanto egli si sia gustato e depravato, la necessità, la dolcezza: ed allora è convertito da quello che era».<br />
Maestra dietro le sbarre, Giulia si faceva chiudere nelle celle insieme alle detenute, insegnando loro a leggere, scrivere, pregare… e si fece non solo rispettare, ma amare.<br />
Più luce, più pulizia, più sanità entrarono in quelle celle e molte delle detenute, uscite dal carcere, si fecero suore Maddalene, mentre le altre vennero inserite nel sociale con un proprio lavoro dignitoso.<br />
Giulia muore il 19 gennaio 1864, dieci anni dopo la scomparsa di Silvio Pellico (divenuto segretario e bibliotecario di Palazzo Barolo dopo la tragica esperienza dello Spielberg per volere dei marchesi poiché era stato abbandonato da tutti).<br />
Sono trascorsi centoquarant’anni, ma il suo insegnamento è più che mai attuale.<br />
Giulia e Carlo Tancredi: modello di comunione coniugale perfetto. Spogliati di ogni orgoglio patrizio ruppero lo specchio del potere di cui avrebbe potuto abusarne. E fecero qualcosa di grande. Si mischiarono e si confusero in mezzo ai poveri puntando sulla trasformazione dei sistemi per riformare il riformabile, per modificare il modificabile, per fare giustizia dove giustizia non c’era.</p>
<p>Approfondimento bibliografico: C. Siccardi, Giulia dei poveri e dei re. La straordinaria vita della marchesa di Barolo, Ed. Il Punto.</p>
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		<title>Giovannina Mazzone</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 15:42:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1861 - 1954 Volontaria infanticabile, attiva nel campo della evangelizzazione. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giovannina Mazzone, una donna vissuta fra due secoli e due modi diversi di  comportamento cristiano, nacque a Casale Monferrato nel 1861 da una famiglia  della agiata borghesia. Orfana di madre (morta nel darla alla luce), perse anche  il padre quando era appena adolescente, e fu accolta nella casa degli zii, che  ebbero sempre cura di lei come di una figlia.<br />
Nell’ultima parte dell’Ottocento -gli anni della formazione e della giovinezza  di Giovannina- l’area casalese conobbe condizioni di diffusa povertà a livello  popolare, aggravate attorno al 1880 dalla crisi della viticoltura dovuta al  flagello della filossera, che costrinse un gran numero di contadini a emigrare  nelle Americhe. Negli ultimi due decenni del secolo, Casale conobbe però l’avvio  dello sviluppo industriale, con la nascita dell’industria cementiera, un certo  sforzo di modernizzazione della città e, più tardi, il sorgere di fabbriche  operanti nel settore tessile e manifatturiero. La crescita industriale favorì  però condizioni di sfruttamento, all’origine dei primi movimenti socialisti e  delle prime lotte operaie. Furono anni non facili anche per il mondo cattolico  casalese, che conobbe ondate di anticlericalismo di stampo liberal-massone  legate alla questione romana e al non expedit, ma anche un progressivo risveglio  laicale attraverso le iniziative dell’Opera dei Congressi.<br />
Anche a Casale la situazione ecclesiale risentì del contesto culturale, sociale  e morale predominante nel paese. La constatazione della diffusa ignoranza  religiosa spinse il vescovo, mons. Pietro Maria Ferré, a istituire nelle  parrocchie la “Società della dottrina cristiana” per l’insegnamento del  catechismo ai ragazzi.<br />
In questo contesto Giovannina Mazzone, poco più che ventenne, scopre molto  presto il valore della comunità parrocchiale e avverte il senso della chiamata  alla corresponsabilità dei laici nella missione della Chiesa. Comprende, con  molto anticipo sui tempi, che l’impegno dell’evangelizzazione è un dovere che  non si può delegare solo ai preti e alle suore, perché nasce dal battesimo  stesso. Si impegna come catechista nella sua parrocchia di S. Stefano, dove si  rende conto di come accanto alla diffusa povertà materiale esistano vaste aree  di vuoto spirituale. Avverte la necessità di possedere un metodo di insegnamento  capace di comunicare e trasmettere con efficacia il messaggio cristiano. E’ una  giovane che ha studiato e che si tiene informata sulle esperienze che avvengono  anche fuori d’Italia, soprattutto in Francia. Grazie alla comprensione e  all’aiuto degli zii compie un viaggio a Parigi, per conoscere i metodi e  l’esperienza di una delle scuole catechistiche francesi a quel tempo ritenute  all’avanguardia, quella di St. Sulpice, nota anche in Italia.<br />
Ma al ritorno il suo parroco non può che guardare con sospetto e diffidenza  quella sua giovane parrocchiana con la testa troppo piena di idee nuove e un po’  lontane dalla tradizione locale, e che chiede con rispetto ma con ferma  insistenza maggior spazio per la sua collaborazione.<br />
Ma alla fine il parroco viene convinto e la nuova esperienza catechistica prende  l’avvio e si sviluppa sull’esempio francese, tanto da diventare un modello per  le altre parrocchie di Casale. Giovannina è convinta che la Parola di Dio non  possa essere insegnata da “catechisti tristi o scoraggiati, impazienti o  ansiosi, ma da persone che irradino la gioia di Cristo e accettino di mettere in  gioco la propria vita per annunciare il Regno.”<br />
Dopo la scuola parrocchiale nascerà la “Compagnia della dottrina cristiana” e  alcuni anni dopo l’Oratorio di S. Stefano, una delle prime esperienze oratoriane  femminili d’Italia.<br />
Anche la casa degli zii, dove Giovannina abita, è sempre piena di bambine e  ragazze che vengono a cercarla e si fermano con lei, mettendo spesso sottosopra  l’abitazione. C’è evidentemente bisogno di spazi più ampi. Lo zio, che farebbe  qualunque cosa per la nipote, nel 1882 decide di acquistare uno stabile in via  Trevigi 9: Giovannina si trasferisce in questo edificio (che diventerà in  seguito il complesso di “Casa Mazzone”) e nel 1892 vi trasferirà anche  l’oratorio femminile iniziato nella parrocchia di S. Stefano.<br />
Giovannina Mazzone ha sempre ricordato le parole di Paul Claudel: “Quando si è  portatori della Parola di Dio, è indispensabile sedersi sulle ginocchia della  Chiesa”. Tutta l’attività della sua lunga vita è stata contrassegnata da una  operosa, ma mai supina, fedeltà alla Chiesa di Casale, nel solco tipicamente  monferrino della concretezza e dell’accoglienza.<br />
Nel 1891, quando l’enciclica Rerum novarum, con la denuncia della concorrenza  sfrenata che lascia i lavoratori isolati e indifesi, scuote anche la Chiesa  casalese, il vescovo mons. Luigi Gavotti la sollecita a svolgere un’opera di  assistenza e promozione umana tra le categorie di lavoratrici più indifese di  Casale e della zona circostante.<br />
La Mazzone intraprende contatti con le lavoratrici delle fornaci di cemento.  Dopo i primi incontri, nati soprattutto dall’esigenza di salvaguardia morale e  di formazione cristiana, si rese conto della necessità di un’opera non solo di  assistenza, ma anche di maturazione in campo sociale. Evangelizzazione e  promozione della persona costituiranno per lei un binomio inscindibile, una  questione di coerenza con la propria fede.<br />
Negli anni successivi, a cavallo fra Ottocento e Novecento, seguiranno altre  opere , nate da una virtù spontanea in Giovannina, quella dell’accoglienza  cristiana, dell’attenzione a ogni bisogno. Nel 1905 fonda a Casale una casa  della “Protezione della giovane”, che offre aiuto a ragazze bisognose di una  assistenza immediata. Ad essa si affiancherà un “Circolo di cultura” per le  giovani e una scuola per operaie.<br />
La casa della “Tota Mansôn” (la signorina Mazzone), come veniva comunemente  chiamata a Casale, nel corso degli anni ha accolto le più diverse categorie di  persone e ha dato risposta alle più diverse necessità, dai terremotati di  Messina del 1908 ai profughi e ai feriti della Grande guerra agli ebrei  perseguitati dell’ultimo conflitto mondiale.<br />
Nel 1911 Giovannina partecipa alla Settimana dell’Opera dei congressi di Torino  per illustrare l’urgenza di una adeguata preparazione culturale delle donne  lavoratrici. Al Congresso nazionale di Livorno del 1914 presenta il problema  dell’assistenza delle mondariso, con le quali essa stessa si impegnerà per molti  anni in una esperienza di assistenza morale durante le stagioni della monda  nelle grandi tenute risicole dell’Oltrepo pavese.<br />
Nel 1919, Armida Barelli, quando venne a Casale per fondare la Gioventù  Femminile di Azione cattolica, trovò in Giovannina Mazzone una preziosa e  formidabile collaboratrice: la Tota Mansôn aveva ormai quasi 60 anni, ma  percorse in lungo e in largo il Monferrato per dar vita all’organizzazione  diocesana della Gioventù Femminile.<br />
Precedentemente, nel 1912, per volontà del vescovo mons. Ludovico Gavotti,  l’Oratorio di S. Stefano era diventato “Opera dell’Oratorio femminile di N.S. di  Lourdes”. Era il riconoscimento ecclesiale dell’intenso e fruttuoso lavoro che  da alcuni decenni Giovannina Mazzone e le sue collaboratrice conducevano a  favore della gioventù femminile del Casalese, nonché la consacrazione di una  realtà ormai consolidata.<br />
Giovannina non aveva mai pensato di fondare una congregazione religiosa, ed era  lontana anche dall’idea di una istituzionalizzazione formale del proprio lavoro:  “la scufia a la but nent” (non ci penso neanche ad avere una cuffia da suora)  ripeteva fin da ragazza, e ancora nel 1933 scriverà al vescovo Albino Pella, che  intendeva erigere l’Opera in congregazione di diritto diocesano: “Mi lasci  vivere di quella santa indipendenza umile e filiale che è la libertà dei figli  di Dio.”<br />
Ma il riconoscimento ecclesiale avrebbe permesso alla comunità di Giovannina di  ampliare gli orizzonti e di estendere la propria presenza e attività oltre i  confini della città e della diocesi. Le collaboratrici più attive formarono la  “Comunità delle Figlie di N.S. di Lourdes” e negli anni Venti e Trenta svolsero  la loro attività nel campo dell’educazione, della collaborazione con le opere  parrocchiali, dell’accoglienza e dell’ospitalità (che negli anni della Guerra  diventerà rischiosa assistenza ai perseguitati del nazifascismo) a Genova, nel  Biellese, a Premia in Val Formazza. La scuola fu sempre intesa da Giovannina  come servizio alla promozione umana, per offrire un progetto di vita e una  proposta rispettosa ma concreta di scelta cristiana.<br />
A Casale l’Opera nel 1929 aprirà la Casa di S. Teresa in via Negri, che per  oltre due decenni svolgerà una provvidenziale attività di assistenza per le  moltissime giovani operaie che giungevano dai paesi dell’hinterland casalese  dopo l’apertura di un nuovo grande setificio. Negli anni della seconda Guerra  mondiale Casa Mazzone divenne il rifugio di perseguitati politici e di ebrei  fuggitivi. Qui si incontravano clandestinamente, attorno a Giuseppe Brusasca, i  capi partigiani della zona monferrina per i primi contatti che avrebbero dato  vita al Comitato di Liberazione Alta Italia. Più volte il vescovo mons. Giuseppe  Angrisani fece chiamare segretamente la Tota Mansôn per affidarle i casi più  urgenti, soprattutto il ricovero di bambine e di madri ebree in attesa di poter  espatriare.<br />
Nel 1938 il vescovo Albino Pella convinse la Mazzone, piuttosto recalcitrante,  ma alla fine obbediente come era sempre stata alla volontà dei pastori della sua  Chiesa, a tradurre lo spirito della propria Opera in precise formule canoniche,  ed eresse l’Opera di Nostra Signora di Lourdes in congregazione di diritto  diocesano.<br />
Nel 1946, quando aveva ormai oltrepassato gli 85 anni, Giovannina Mazzone  cominciò a soffrire di una forma di polinevrite che lungo un calvario di sette  anni di malattia la porterà alla morte nel 1954, dopo averla paralizzata  gradualmente in tutta la persona.<br />
Casale ricorda ancora oggi con venerazione la Tota Mansôn come la donna che non  ha enunciato teorie, ma ha cercato persone, ponendo prima di ogni cosa i nomi, i  volti, le storie di chi incontrava: non tanto i problemi sociali, ma la storia  concreta di chi incontrava sul suo cammino. Un amore del mettersi accanto, del  non prevalere.</p>
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		<title>Francesco Faà di Bruno</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 15:41:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1825 - 1888. Cavaliere e abate Francesco Faà di Bruno fu un personaggio che visse la sua rigorosa testimonianza cristiana con modi originali]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Uno scienziato al servizio del più misero universo femminile</p>
<p>di Marina Airoldi</p>
<p>Il cavaliere e abate Francesco Faà di Bruno fu un personaggio che visse la sua rigorosa testimonianza cristiana con modi originali, difficilmente inquadrabili in schemi tradizionali, come è spesso degli spiriti liberi, e perciò fu poco compreso, quando non del tutto avversato già al suo tempo. Però mai avrebbe immaginato, lui così schivo, di divenire, a un secolo dalla morte, un “caso”, al centro di un dibattito infuocato che, partendo dalla sua persona, ha coinvolto e coinvolge il giudizio storico sul periodo risorgimentale e postunitario, sui suoi protagonisti e la loro posizione di fronte ai cattolici, come anche sull’atteggiamento di questi ultimi rispetto ai profondi cambiamenti in atto in Italia negli assetti politici e nei rapporti economici e sociali. Lasciando ad altri le polemiche, è interessante capire perchè crea tanti imbarazzi questo personaggio misconosciuto, contemporaneo, concittadino e amico del ben più noto e “solare” don Giovanni Bosco.<br />
Esponente dell’antica nobiltà piemontese, dodicesimo figlio di Luigi Faà marchese di Bruno e di donna Carolina Sappa de’ Milanesi, nato il 29 marzo 1825 ad Alessandria, una delle zone più defilate e provinciali del Regno di Sardegna, educato nella più austera tradizione cattolica dai padri Somaschi di Novi Ligure, avviato alla tradizionale carriera militare negli alti gradi dell’esercito, avrebbe potuto incarnare il più classico esempio dell’aristocratico sabaudo, come viene immaginato secondo una visione preconcetta dura a morire: un po’ codino, papalino, rigido nelle idee e nel comportamento, poco entusiasta delle novità, tanto meno di quelle culturali. Invece dimostrò subito una precoce disposizione per gli studi matematici e scientifici nella Regia Accademia Militare di Torino, e divenne un ottimo topografo, in grado di disegnare una “Gran carta del Mincio” nel 1848, quando si guadagnò i gradi di capitano combattendo a Peschiera come aiutante di campo del principe ereditario Vittorio Emanuele. Non fu un militare tradizionalista e conservatore, come non fu mai un cattolico integralista ottuso. Infatti la sua partecipazione alla prima fase delle guerre risorgimentali, che lo vide in prima linea e gli costò una ferita durante la battaglia di Novara del 1849, non fu subita come un obbligo imposto dal suo stato, ma vissuta con l’entusiasmo del giovane convinto di combattere per la patria e dare il proprio contributo all’unità d’Italia, come risulta dalle sue lettere, dove prefigura un saldo regno sabaudo allargato al Lombardo-Veneto con il quale gli altri Stati italiani si sarebbero potuti unire pacificamente in confederazione. Era il sogno neoguelfo, che aveva trovato ampi consensi tra i moderati e soprattutto tra i cattolici preoccupati di conciliare le aspirazioni unitarie con i diritti di legittimi sovrani e del papa in particolare.<br />
La vita del capitano Faà ebbe una svolta quando il nuovo re, Vittorio Emanuele II, intuito il suo valore, gli offrì il posto di precettore di materie scientifiche per i propri figli, subordinandolo però al conseguimento di un titolo ufficiale di studio. Non deve meravigliare questa attenzione per un’educazione innovativa, giunta a sfiorare anche un monarca appassionato di caccia più che di libri, perchè l’Europa era ormai travolta dall’entusiasmo per le conquiste della scienza, nato già dal clima illuminista, alimentato poi dalla rivoluzione francese e dalle riforme scolastiche napoleoniche, ed esaltato dalle applicazioni tecnologiche della nascente seconda rivoluzione industriale. A Torino l’università aveva illustri cattedratici, ma Parigi nel 1850 era il cuore degli studi e delle sperimentazioni più avanzate. Inoltre la corte dei Savoia, dove ancora si parlava francese, era storicamente legata alla Francia e alla sua cultura. Fu così che il capitano Francesco Faà si iscrisse alla Sorbona, per frequentarvi i corsi di astronomia e matematica a spese del Ministero della Guerra.<br />
Appassionatissimo dei suoi studi, non si lasciò esaltare dal facile ottimismo positivista, che si illudeva in un futuro luminoso dell’umanità, ormai guidata da un pensiero scientifico sganciato da superate proposte religiose. Al contrario ogni approfondimento della straordinaria armonia dell’universo, regolata da leggi rigorosamente matematiche, lo convinceva sempre di più dell’esistenza di un creatore intelligente innamorato delle sue creature. Così, in piena epoca di polemica antireligiosa, specie negli ambienti dotti, Francesco Faà, considerato cattolico integralista, non si rifugiò in un sterile rifiuto della modernità, ma per tutta la vita approfondì i suoi studi e fece conoscere le sue scoperte sulle più prestigiose riviste scientifiche internazionali, come nelle Esposizioni universali, deciso a dimostrare con i fatti la conciliabilità tra scienza e fede. Pagando l’amaro prezzo dell’emarginazione. Non fu però un caso isolato. A Parigi si stavano vivendo importanti esperienze di cattolicesimo sociale, attento ai bisogni concreti delle categorie più deboli. Una persona come il Faà, abituato all’analisi, fece presto a scorgere sotto la superficie scintillante della capitale le sofferenze e i problemi che l’inurbamento e la industrializzazione stavano producendo. Tanto più che alcuni suoi docenti e molti compagni di studi stavano vivendo l’esperienza delle Conferenze di san Vincenzo fondate da Federico Ozanam e avevano fatto della parrocchia di St. Sulpice un centro di spiritualità e di assistenza. Era proprio la risposta al bisogno del brillante studente piemontese di tradurre in azione concreta una scelta di fede ampiamente meditata, pur senza rinunciare ai suoi interessi scientifici, anzi mettendoli al servizio del suo impegno sociale. Tutto il suo modo di agire successivo fu sempre suggerito non da un pietismo generico, ma da un analisi precisa del problema e dei mezzi concreti per superarlo nell’immediato, nel medio e nel lungo periodo, con calcoli precisi dei costi e dei ricavi. E con una costante di fondo: non rinunciare mai, per nessun motivo, alla coerenza con la scelta cristiana di vita e a ciò che la sua coscienza gli suggeriva.<br />
Lo dimostrò subito al ritorno a Torino, nel 1851, ormai diplomato in scienze, quando l’ambiente anticlericale di corte lo ritenne troppo papalino per essere precettore dei principi, perchè aveva con chiarezza espresso la sua critica alla repubblica romana di Mazzini e Garibaldi, interpretata come violenta usurpazione di un potere legittimo. Accettò questa esclusione e il successivo allontanamento da Torino per una missione militare giustificata dalla sua abilità di topografo, per disegnare con precisione i confini sul mare dello Stato sabaudo. Ma non accettò una sfida a duello, ritenuta prova d’onore negli ambienti militari, ma che contrastava con le sue idee di scienziato e di cristiano. Per coerenza chiese di uscire dall’esercito. Volle però lasciare agli ex-commilitoni un Manuale del soldato cristiano, nel quale spiegava come la pratica del duello sia profondamente ingiusta, perchè sostituisce l’arbitrio del caso e della forza al diritto e alla ragione.<br />
Nel 1853 il cavalier Francesco, capitano in congedo, dovette rifarsi una vita cercando strade nuove. Mentre continuava gli studi, si interessò di diffondere anche in Piemonte le Conferenze di San Vincenzo, avvicinandosi ai problemi della sua Torino, una capitale che non poteva certo paragonarsi a Parigi, ma dove identici erano i bisogni di una variegata umanità sofferente. Cominciò a conoscere le diverse attività di straordinari cristiani impegnati ad affrontare le problematiche vecchie e nuove di un proletariato e sottoproletariato allo sbando, come Giuseppe Cottolengo (morto nel 1842), don Bosco, la contessa Juliette Colbert di Barolo, don Leonardo Murialdo, don Giuseppe Cafasso. Mise le sue conoscenze al servizio dei parroci che cercavano di spiegare alla gente analfabeta il sistema metrico decimale e quello dei nuovi pesi e misure, introdotto a partire dal 1850. Non era un problema da poco, che creava confusioni, ma soprattutto truffe e soprusi. Per questo inventò anche un almanacco, Il Galantuomo, a poco prezzo, per i contadini, con massime e consigli pratici, che poi grazie a don Bosco divenne un successo editoriale.<br />
Scoprì infine, quasi per caso, un universo femminile diseredato, che pareva dimenticato da tutti e trovò così il suo campo d’azione, quando, appassionato di musica sacra e organista presso la sua parrocchia di San Massimo, a Borgo Nuovo, organizzò un coro femminile e una scuola di canto domenicale. Queste iniziative, oltre ad essere un potente mezzo di aggregazione per le popolane, che non avevano altre possibilità per confrontarsi, fecero emergere l’assoluta precarietà di vita delle collaboratrici domestiche, allora denominate con la spregiativa qualifica di “serve”, donne e ragazze anche molto giovani, provenienti quasi sempre dalle zone più povere del regno, spesso analfabete, abbandonate a se stesse e soggette all’arbitrio dei “padroni”, senza alcun tipo di tutela. Infatti pur costituendo il gruppo più numeroso di lavoratrici (poco meno di dodicimila nel 1861, contro le 9000 lavandaie e cucitrici e le 7000 operaie, in una città di 200.000 abitanti), il potere pubblico se ne occupava solo quando diventavano socialmente pericolose, come per i ragazzi aiutati da don Bosco. Mentre pubblicava una raccolta di canti sacri popolari, La lira cattolica, componendone alcuni personalmente, convinto che anche questo mezzo poteva educare a esprimersi, il Faà cominciò a studiare quali tipi di interventi avrebbero potuto essere praticabili, confrontandosi con le più avanzate esperienze francesi. Questo fu possibile grazie a una nuova parentesi di studio a Parigi, negli anni 1854-1856, dove era tornato per laurearsi in matematica e astronomia sotto la guida di Urbain Le Verrier e di Augustin Cauchy, quest’ultimo prestigioso esponente del mondo scientifico europeo e del cattolicesimo sociale. Il Cauchy, tra gli altri interessi, si stava occupando delle rivendicazioni dei lavoratori riguardo gli inumani orari di lavoro, battendosi per la santificazione del giorno festivo, che sostanzialmente significava proporre una giornata di pausa ogni sette giorni, quando la pratica più diffusa era di dodici ore lavorative al giorno per sette giorni su sette. La domenica libera avrebbe permesso a uomini, donne e bambini, considerati solo come forza-lavoro, di tornare a sentirsi persone. Anche il Faà riproporrà la stessa esperienza a Torino nel 1859, fondando la Pia Opera per la Santificazione delle Feste, di cui fu vicepresidente don Bosco. Entrambi avevano in comune l’impegno ad affrontare i problemi del lavoro dando un’assistenza immediata, ma nel contempo battendosi per una legislazione più giusta, per una maggior sensibilità del potere pubblico di fronte a trattamenti iniqui, per un cambio di mentalità generale, con la convinzione che solo una continua educazione cristiana delle coscienze avrebbe portato ad una società più solidale nei confronti delle componenti più deboli. Questo spiega l’attenzione al problema dell’istruzione, della formazione e della catechesi.<br />
Tornando in Italia il Faà espresse il suo semplice e impegnativo programma di vita in una lettera alla sorella Maria Luigia, affetta da cecità, per la quale aveva ideato uno scrittoio per ciechi adottato in tutto il mondo. Scrisse dunque: Per me, ora, l’unico affare, se Dio mi sostiene, é di vivere da santo e di meritare di fare una morte santa. Tutto il resto é veramente inutile e non sono che giochi da ragazzi.<br />
Con questo spirito affrontò le continue umiliazioni che gli venivano dai centri del potere, dominati dagli anticlericali: gli fu negato il posto di Direttore dell’Osservatorio astronomico di Torino, motivo del soggiorno parigino, e nel campo del mondo accademico gli fu sempre preclusa una cattedra da ordinario o un qualsiasi riconoscimento. Nonostante ciò non smise nè gli studi nè la volontà di divulgazione, tenne liberi corsi non retribuiti, mentre le sue ricerche venivano pubblicate sulle più prestigiose riviste europee e americane e le sue invenzioni brevettate.<br />
Accettò anche la sconfitta politica, nel 1857, nel suo collegio di Alessandria, dove ebbe come avversario Umberto Rattazzi, concentrandosi sull’impegno sociale, come tanti altri cattolici suoi contemporanei. Ma anche in questo caso ciò non significò disimpegno politico, perchè ritenne sempre suo dovere intervenire più volte presso l’amministrazione locale o il potere centrale per sottoporre progetti e proposte a sollievo dei ceti più umili. Ad esempio presentò al ministro degli Interni, proprio il Rattazzi, un piano studiato nei particolari, costi compresi, per l’impianto di fornelli economici, in grado di fornire ai poveri della città pasti caldi a prezzo basso nei mesi invernali. La sua proposta, suggerita dall’esperienza parigina, fu bocciata e ripresa solo molti anni dopo. Intanto però il Faà, a spese sue e di alcuni benefattori, li aveva ugualmente avviati. Nel frattempo si riaccostò al mondo del disagio femminile, riaprendo la scuola di canto e fondando oratori simili a quelli maschili di don Bosco.<br />
Nel 1859 avvenne la scelta decisiva, con l’istituzione della “Pia Opera di Santa Zita” per il ricovero, l’istruzione professionale e il collocamento delle donne di servizio in difficoltà. Non a caso il cavalier Francesco volle come patrona una povera “serva” di Lucca divenuta santa nel XIII secolo, e costruì la sua casa d’accoglienza in uno dei più poveri e malfamati, quello di San Donato, impegnandovi il suo patrimonio personale e altri fondi raccolti in molti modi, compresa la questua davanti alle chiese. Il suo scopo non era una semplice assistenza, ma una educazione professionale e spirituale, per formare giovani donne in grado di dare testimonianza cristiana e diventare operatrici di pace nelle case dove avrebbero lavorato. Non abbandonava le sue protette nel momento delicato del rinserimento nel mondo del lavoro, verificando l’affidabilità delle famiglie, richiedendo contratti scritti e organizzando una Società di mutuo soccorso.<br />
A San Donato diede origine ad una vera propria “città delle donne”, regolata da norme rigide, retaggio del suo passato militare, e finanziata da una lavanderia-stireria modello, impiantata presso il vicino canale e dotata di avveniristiche macchine a vapore inventate da lui stesso. Per garantire il funzionamento della lavanderia e i servizi interni alla casa di Santa Zita fondò la Classe delle Clarine, ragazze povere e handicappate, alle quali restituiva così una dignità, oltre ad assicurare assistenza per tutta la vita. Per curare le lavoratrici malate e le convalescenti aprì un’Infermeria di San Giuseppe, studiando diete appropriate per le ricoverate. Nel 1862 avviò un pensionato per donne anziane e invalide “di civile condizione”, che assicurava loro una vecchiaia serena e, nello stesso tempo, era un’ulteriore fonte di finanziamento per l’opera principale.<br />
Tutto veniva organizzato e seguito con grande meticolosità dal Faà, che pur vivendo a San Donato, non tralasciava i suoi studi e le lezioni all’università. Anzi sollecitò il ministro della Pubblica Istruzione a incrementare le istituzioni culturali finalizzate alla ricerca scientifica per superare il divario ormai esistente tra l’Italia e altri stati europei e americani. Questa sua attenzione al campo educativo gli suggerì una serie notevole di iniziative: un Liceo maschile, una biblioteca circolante, una Classe delle educande con corsi triennali per la formazione professionale di ragazze povere, una Classe delle allieve maestre e istitutrici per la formazione di insegnanti elementari, delle quali comprendeva l’enorme importanza educativa. Non solo si prodigò come insegnante, ma anche come autore di testi.<br />
Per ogni bisogno che emergeva nel contesto sociale, la mente scientifica del Faà cercava una soluzione, fosse il problema dell’igiene pubblica, per cui proponeva al municipio un piano di bagni e lavatoi pubblici, o fosse quello dell’improvvisa miseria dei sacerdoti dopo le confische dei beni ecclesiastici, per i quali apriva un pensionato specifico. Si accorse persino del disagio dei parroci poveri e per loro aprì un “emporio cattolico” di articoli religiosi a basso costo. La costante dei suoi interventi fu sempre l’estrema discrezione e l’attenzione alla dignità delle persone.<br />
Nel 1868 iniziò la costruzione della chiesa di Nostra Signora del Suffragio, convinto che ci fossero bisogni spirituali non meno importanti di quelli materiali, sia tra le sue protette, sia nel quartiere, ma anche e soprattutto per le anime dei defunti dimenticati, specie i caduti di tutte le guerre. Per garantire costanti preghiere di suffragio e per avere collaboratrici fidate fondò nello stesso anno la congregazione religiosa delle Minime di Nostra Signora del Suffragio, con la preziosa collaborazione di Giovanna Gonella, ma anche in questo campo non mancarono le amarezze, per le diffidenze degli ambienti curiali torinesi e romani, che rimandarono l’approvazione definitiva fin oltre la morte del fondatore. Come semplici postulanti le Minime, guidate dalla “signorina” Gonella, si misero al servizio dei vivi sofferenti e dei morti dimenticati seguendo l’austera regola imposta dal fondatore, secondo il motto Pregare, agire, soffrire. Accanto alla chiesa, il Faà progettò un ardito campanile, per mostrare come la scienza matematica potesse mettersi al servizio della fede. Sulla cima organizzò un suo osservatorio astronomico e meteorologico, ma vi sovrappose una statua dell’arcangelo Michele come richiamo di un destino umano finalizzato al giudizio finale. Attento ai problemi pratici, come sempre, vi fece installare anche un grande orologio che servisse a tutto il quartiere, pagandolo in gran parte a sue spese, senza scoraggiarsi per l’esiguità del contributo del Comune, al quale aveva illustrato con un’ampia relazione i vantaggi sociali dell’iniziativa.<br />
Francesco Faà pur condividendo la vita quotidiana dei più umili non trascurava il mondo della cultura, continuò sempre l’insegnamento all’università (dove andarono a vuoto gli appelli di rettore e colleghi perchè fosse riconosciuto ordinario) e nel 1872 pubblicò un Piccolo omaggio della scienza alla Divina Eucarestia, affrontando il tema della transustanziazione. Sempre convinto dell’importanza della divulgazione comperò e diresse il periodico Il cuor di Maria e divenne direttore de Il Museo delle Missioni Cattoliche. Inoltre avviò a San Donato una tipografia gestita da donne, per stampare libri di catechesi e devozione, che spesso traduceva lui stesso dal francese, dall’inglese, e dal tedesco, scegliendo quindi il meglio della produzione europea.<br />
Nel 1875 maturò la decisione del sacerdozio e fu ordinato l’anno dopo grazie ad un Breve papale che lo dispensò da parte dell’iter consueto, non senza contrasti con l’arcivescovo di Torino.<br />
Nel 1877, con una sensibilità longimirante e con la consueta discrezione si occupò di un altro grave problema del mondo femminile, quello delle ragazze-madri, e aprì per loro una “Pia casa di prevenzione”, la prima del genere in Italia, in un edificio anonimo dove un numero minimo di persone conosceva il nome delle ricoverate. Queste dopo il parto venivano aiutate a reinserirsi nel mondo del lavoro, con la possibilità di tornare se sottoposte a pressioni sessuali.<br />
Nel 1881 progettò una scuola professionale e un educandato fuori città, per favorire le ragazze del mondo contadino. Comperò per questo un piccolo castello nelle Langhe, a Benevello d’Alba, ma incontrò la diffidenza proprio di quei contadini che avrebbe voluto aiutare a migliorare.<br />
Non dimenticò nemmeno il mondo da cui era venuto, prevenendo le richieste di aiuto dei “poveri vergognosi”, quei nobili decaduti che vivevano con enorme disagio la necessità di ammettere la propria povertà.<br />
Dopo aver tanto operato l’abate Francesco morì il 27 marzo 1888, lasciando la direzione delle sue opere al canonico Agostino Berteu e la sua splendida biblioteca scientifica all’università. Tre anni dopo le sue suore poterono fare le prime professioni solenni e dal 1927 divennero le responsabili delle sue opere, alcune delle quali continuano ancora oggi, anche in America latina.<br />
La particolare testimonianza di vita di Francesco Faà fu quella di un laico, poi sacerdote, in grado di cogliere i segni del suo tempo e di affrontarne con determinazione e coraggio le problematiche alla luce delle proprie convinzioni e della propria fede, senza paura di andare controcorrente. La sua coerenza e il suo impegno nel sociale sono stati ritenuti proponibili come modello anche dalla Chiesa, che ne ha promosso la beatificazione, avvenuta nel 1988.</p>
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		<title>Eurosia Fabris Barban</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 15:40:17 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Prima del XX Secolo]]></category>
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		<description><![CDATA[1866 - 1932. Madre di famiglia, terziaria francescana, visse con una grande intensità spirituale. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;">EUROSIA FABRIS in BARBAN</span><br />
madre di famiglia,<br />
terziaria francescana.</p>
<p>Il 22 giugno, nella sala Clementina dei palazzi vaticani, alla presenza di ss.  il papa Giovanni Paolo II, riceveva il riconoscimento ufficiale un miracolo  ottenuto grazie all’intercessione della venerabile Eurosia Fabris in Barban.</p>
<p>1.- Un programma di vita.</p>
<p>Eurosia era nata il 27 settembre 1866 in Quinto Vicentino, un Comune a una  diecina di chilometri da Vicenza.<br />
In famiglia tutti la chiamavano Rosina. Un focolare domestico il suo, basato sui  principi cristiani che rendevano i membri della famiglia sereni e, come i loro  genitori, amanti del lavoro. La preghiera, specie la recita serale del rosario,  riuniva tutta la famiglia. Rosina, cresciuta in quel clima, si era proposta come  programma di vita fare la volontà di Dio.<br />
In un tempo in cui l’analfabetismo femminile era del 75.7%, Rosina aveva avuto  la fortuna di frequentare le prime due classi della scuola elementare;  sufficienti per imparare a leggere, scrivere e fare i conti. La lettura fu la  sua passione.<br />
La volontà di Dio costituiva l’oggetto della sua perenne ricerca, attraverso la  lettura, la riflessione, la preghiera e il consiglio.<br />
Arrivata all’età di 15/16 anni si domandava con insistenza quale fosse il piano  di Dio su di lei.<br />
In una casa del vicinato si era consumata una disgrazia: una giovane sposa  moriva di un male inesorabile, lasciando il vedovo Carlo Barban di 23 anni e due  figliolette di 20 e 4 mesi. Assieme a loro vivevano il padre di Carlo, Angelo,  anziano e ammalato, il fratello ancora minorenne, Benetto. Fu chiesto alla  giovane Rosina di 19 anni di accudire la casa come domestica, impegno che  accettò ben volentieri. Tutte le sue cure erano centrate sulle due bambine,  bisognose di affetto e di una mamma che se ne prendesse veramente cura di loro;  più tardi, confidò a uno dei suoi fratelli: Il Signore stesso mi ha messo su  questa strada, ed io mi sono lasciata condurre da Lui. Io mi sono sposata  proprio per sacrificarmi! Ho sposato il vedovo Carlo per pietà delle sue tenere  figliole; per poter allevare queste piccole orfane. L’ho fatto proprio per amor  loro, perché era la Volontà di Dio. Io sapevo fare la sarta e quindi avrei  preparato loro dei graziosi vestitini. Così avrei fatto ad esse da mamma e  sarebbero cresciute bene, perché m’ero proposto d’educarle per il Signore, come  intendevo io.<br />
Il vedovo Carlo pensò che il modo migliore per riempire il vuoto lasciato dalla  defunta moglie era di sposare Rosina. Alla proposta, essa chiese tempo per  pregare e consigliarsi; ascoltato il parere dei genitori e del confessore, mossa  da tenerezza verso le due bambine, accettò, vedendo nell’insieme delle cose la  manifestazione della volontà divina. Il matrimonio venne celebrato il 5 maggio  1886 nella loro chiesa parrocchiale di Marola, frazione di Torri di Quartesolo  (Vicenza).</p>
<p>2.- Terziaria francescana.</p>
<p>Nel 1916 venne fondata una comunità di terziari francescani nella parrocchia di  Marola. Eurosia Fabris fu tra le prime a iscriversi, seguita dal figlio Sante  Luigi Barban. La comunità era curata spiritualmente dai frati Minori del vicino  convento di S. Lucia in Vicenza.<br />
La spiritualità francescana arricchì di molto i principi guida della vita di  Eurosia.<br />
Sempre puntuale alle riunioni della fraternità, non mancava mai. Le sue figlie  attestano che fu sempre fedele alla recita dei dodici pater – ave – gloria.<br />
I principi della spiritualità francescana penetrarono nella mente di Rosa,  traducendosi poi in testimonianza.<br />
Eurosia non parlava molto, anzi metteva in guardia dal pericolo della lingua  sfrenata invitando alla cautela. Quando in una conversazione si passava alla  mormorazione, cercava mille scusanti: Chi sa se sarà vero… E se succedesse a  noi? Per evitare errori suggeriva: Prima si parla con Dio e poi si risponde agli  uomini.<br />
Sapeva quando doveva parlare e quando tacere; se vedeva che le sue parole  riuscivano vane, faceva silenzio, così la pace non era rotta, purché non si  trattasse dell’onore di Dio e del bene delle anime.<br />
Il vangelo era la base della sua vita, ispirava i suoi comportamenti.</p>
<p>3.- La povertà evangelica.</p>
<p>La visione francescana parte dalla povertà intesa come liberazione/libertà. S.  Francesco insegnava che bisogna essere poveri perché Gesù fu povero; è un  problema d’imitazione del nostro Redentore, non una scelta di convenienza.<br />
Entrando nella famiglia Barban, Eurosia sapeva che non andava “a far la  signora”, e neanche lo desiderava; il marito possedeva dei buoni campi,  produttivi, ma il padre Angelo si era lasciato imbrogliare lasciando al figlio  Carlo una situazione debitoria.<br />
Rosa aveva capito il valore della povertà: Mi pare che se fossi ricca non sarei  contenta come sono adesso; anche Gesù è stato povero, ed era il Padrone del  mondo… io non desidero altro che l’amore del Signore. La casa era povera ma  pulita, in ordine: Amava che nella nostra casa risplendessero la pulizia e la  povertà. Coloro che frequentavano casa Barban percepivano che si trattava di una  povertà dignitosa, motivata dalla semplicità e sobrietà, che Rosa manifestava  anche nel vestire.<br />
S. Francesco predicava una povertà che coinvolgesse tutta la persona, la povertà  esteriore e interiore fondata sulla fiducia nella divina provvidenza.<br />
In tempi di forte crisi economica e sociale, Rosa confidò sempre nell’aiuto  divino.<br />
Nel 1917 morì una sua nipote, Sabina, rimasta sola a casa con i figli, dopo che  il marito era stato chiamato alle armi. Nessuno dei parenti voleva assumersi la  responsabilità dei tre orfani. Rosa, in pieno accordo col marito Carlo, non  esitò un istante, li prese con sé e fece loro da mamma. Al marito che domandò  Come facciamo?, Rosa rispose: Niente paura, Carlo, abbiamo fede nel Signore; non  sa egli che ci siamo al mondo? Coraggio Carlo, pensiamo che il Signore ci vede,  ci ama; penserà lui a cavarci d’impiccio; ci soccorrerà di certo, almeno per i  nostri bambini, egli che ama tanto l’innocenza.<br />
Rosa era molto generosa, tanto che una volta il marito fece osservre: «Tu, Rosa,  dai via tutto e tu muori di fame per gli altri». Ma la mamma pronta, rispose:  «Vedrete che non moriremo di fame, no; il Signore ci aiuterà». Altre volte  ripeteva: «Tu daresti via anche i denti che hai in bocca…» E mamma diceva:  «Vedrete che non ci mancherà niente, e non moriremo di fame; il Signore ci  aiuterà».</p>
<p>4.- Fedeltà alla Chiesa.</p>
<p>Ringraziava Dio di averla fatta nascere cristiana, in un paese di cristiani e di  appartenere alla Chiesa cattolica.<br />
I tempi in cui visse s. Francesco, la gerarchia della Chiesa era contestata; la  dissolutezza dei costumi provocava critiche, indifferenza religiosa e il sorgere  di movimenti eretici. Nonostante tutto, s. Francesco invitava all’obbedienza, a  vedere nel papa, nei vescovi e nei sacerdoti il loro carisma, indipendentemente  dal loro comportamento.<br />
I tempi in cui visse Eurosia si caratterizzarono per la questione romana: i  rapporti tra lo Stato italiano e la gerarchia cattolica erano difficili e  delicati. Succedeva che politici, giornalisti o intellettuali uscissero con  espressioni offensive verso il papa. Mamma Rosa reagiva in difesa del papa: Non  sapete che il papa è il vicario di Gesù, guai a chi tocca il papa, tocca Dio e  sarà castigato. E’ il vicario di Gesù Cristo, è nostro Signore in terra, è il  Padre delle nostre anime. Chi ama il papa, ama Dio; quindi bisogna amarlo,  rispettarlo, obbedirgli e pregare tanto per lui.<br />
Nonostante i nostri peccati la Chiesa deve essere amata, la Chiesa siamo noi, se  vogliamo una Chiesa santa bisogna partire dalla nostra testimonianza, e fu ciò  che mamma Rosa fece. Disprezzò la vanità e le ricchezze del mondo; era sempre  contenta del suo stato, non si lagnava delle strettezze della vita; e si che  allora noi si stentava molto a vivere! Ma la mamma era sempre contenta ed  eccitava alla fiducia in Dio anche il papà Carlo, diceva: «Coraggio, Carlo,  vedrete che il Signore ci aiuterà». Il suo apostolato si esercitò specialmente  in famiglia; inculcò l’esercizio della presenza di Dio, e della preghiera.<br />
La famiglia fu il luogo della sua missione, vissuta come sposa e madre. La vita  di Rosa Barban fu tutta spesa per Iddio e per la sua famiglia. Non conosceva  ostacoli per fare il bene; per la gloria di Dio sacrificava tutta la sua vita,  compiendo perfettamente il suo dovere di sposa e di madre; sempre, senza  stancarsi mai, senza mai lagnarsi. E per la gloria di Dio e la salvezza delle  anime non temeva fatiche e disagi (il suo parroco).</p>
<p>5.- La carità di mamma Rosa.</p>
<p>Rosa esercitò una carità spicciola.<br />
Il suo matrimonio fu considerato da tutti uno squisito gesto di carità. Accettò  le due bambine, Chiara Angela ed Italia, figlie del primo matrimonio del marito,  come proprie. I primi due figli suoi morirono in tenera età; i due che seguirono  scelsero la vita sacerdotale, don Giuseppe e don Secondo Barban; il terzo,  Angelo Matteo, entrò nel seminario dei frati Minori, divenne p. Bernardino  Barban ofm. Chiara Angela scelse di entrare presso le Suore della Misericordia  di Verona.<br />
Non potendo pagare la rata del seminario, Giuseppe e Secondo frequentarono il  ginnasio in seminario da esterni. Ogni giorno mamma Rosa si svegliava presto,  preparava la colazione ai due figli che poi percorrevano a piedi la distanza da  Marola a Vicenza per frequentare il ginnasio. Non marinarono mai la scuola. Poi  mamma Rosa assisteva alla messa, preparava la colazione degli altri che nel  frattempo si erano svegliati; il resto della giornata lo dedicava al lavoro di  sarta fino a tarda sera. Così contribuiva al bilancio familiare.<br />
Che il secondo figlio volesse entrare in seminario, non dispiaceva, tutt’altro,  sembrava nato per l’altare, si diceva, ma che entrasse anche il primo, Carlo  Barban non era contento, Quando venne a saperlo disse: Non se ne parli neppure!  La vanga, il rastrello, altro che studiare!… Essendo il maggiore doveva aiutare  a far quadrare il bilancio familiare. Ma la fede nella divina provvidenza di  mamma Rosa prevalse.<br />
Degli altri figli di mamma Rosa, sei scelsero il matrimonio, uno morì  seminarista e l’altro si fece religioso francescano con il nome di fr. Giorgio.  A tutti mamma Rosa insegnò a cercare la volontà di Dio, seguirla a tutti i costi  se volevano salvarsi l’anima.<br />
Mamma Rosa visse i primi tre decenni del novecento, caratterizzati da forte  crisi economica, emigrazioni, povertà, la guerra del 1915-1918 con le sue  conseguenze. I soldi erano scarsi, le famiglie bisognose molte. Non esisteva la  previdenza sociale. Mamma Rosa faceva quello che poteva: se non aveva i soldi  aveva i prodotti dell’orto e del pollaio.<br />
C’era qualche sposa a cui mancava il latte per il bambino? Ebbene, si diceva,  andiamo dalla Rosa: lo allatterà di certo! &#8211; Sicché aveva non uno, ma due, e  certe volte tre bambini… E così tutte le volte che il Signore le diede figlioli,  e per mesi e anni interi. Di tanto sacrificio non accettò mai nulla, anzi, di  nascosto, quando poteva, portava essa stessa latte, uova, minestra, alle povere  spose… Dalle sue risorse, piccole, faceva parte coi poveri, sempre di nascosto  col marito. Mi raccontarono le stesse famiglie beneficate quante volte la Rosa,  di nascosto, portava loro pane, vino, brodo, lardo, ecc.; e questo se lo levava  dalla bocca. Sentiva nel suo cuore una compassione immensa per tutti, e a tutti  dava quanto poteva. La sua vita fu una vera missione di santità. Aveva il marito  che non era tanto paziente. Ma Rosa lo seppe vincere sempre con la bontà. Mai  una volta ho sentito dire che abbia mormorato contro il prossimo (un’amica di  famiglia).<br />
Persuadeva il marito ad alloggiare i pellegrini, i pastori; sicché casa Barban  era il ritrovo sicuro e gradito di quanti erano di passaggio, ed ogni sera c’era  gente che dormiva nel fienile o nella stalla. E a questi Rosina dava con  l’alloggio anche la cena. Una volta nel fienile nacque un bambino; Rosa si  prestò con carità nell’assistenza della madre; preparò brodo, latte. Rimase  quella famiglia in casa Barban per tre giorni; Carlo fece da padrino al piccolo  e poi partirono tutti contenti ringraziando tanto la bontà e la carità dei  coniugi Barban.</p>
<p>6.- La santità, un dono dello Spirito Santo alla sua Chiesa.</p>
<p>Nell’economia trinitaria, il Padre è il creatore, il Figlio il redentore, lo  Spirito Santo il santificatore.<br />
Lo Spirito Santo attua la redenzione nel cuore dei fedeli, li giustifica, li  santifica.<br />
Il santo, nella Chiesa cattolica, è colui che si lascia guidare dallo Spirito,  corrisponde alla sua chiamata. Lo Spirito ne plasma l’anima e, quando vuole dare  un messaggio alla sua Chiesa, lo presenta come esempio agli altri. Questo è il  senso della beatificazione/canonizzazione nella Chiesa cattolica.<br />
Ogni santo è un segno, un messaggio per tutta la Chiesa.<br />
Eurosia Fabris in Barban rappresenta una santità semplice, diciamo “casalinga”.  Una sposa e mamma che si lasciò santificare dallo Spirito Santo. Il suo esempio  è alla portata di tutti.<br />
Due testimonianze significative, tra le molte. Il suo parroco don Stefano  Baschirotto: La vita di Rosa Barban fu tutta spesa per Iddio e per la sua  famiglia. Una sua allieva nella scuola di cucito: Viveva di fede attiva ed  operosa: era veramente straordinaria, sia pure nella sua vita ordinaria di  famiglia.<br />
Questa è la santità che ora lo Spirito Santo propone alla sua Chiesa richiamando  alcuni valori evangelici sempre predicati dalla Chiesa: quelli della famiglia.</p>
<p>Fra Claudio Bratti ofm<br />
p. Fabio Longo ofm<br />
Vice Postulatore delle CCSS</p>
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		<title>S. E. Natale Mosconi</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 15:37:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Un arcivescovo sempre a fianco dei più deboli che si distinse anche per il suo impegno antifascista.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>NATALE MOSCONI, ARCIVESCOVO DI FERRO</p>
<p>di Mons. Carlo Pedretti</p>
<p>&#8220;Pulcino biondo&#8221; nasce il 26 dicembre 1904, a Soresina, figlio di un ferroviere casellante, sulla linea Cremona &#8211; Treviglio, e di una casalinga, mamma di una decina di figli. Alunno nel 1917 del seminario di Cremona, è poi studente nel 1927 dell&#8217;Università Cattolica di Milano. Laurea in filosofia e lettere moderne. Ha un modello: San Carlo Borromeo. Inizia a scrivere e a insegnare: ricerche storiche e letterarie, biografie diplomatiche, profili di vescovi del suo tempo -Giovanni Cazzani e Paolo Rota-. Vicario a Sant&#8217;Imerio in città, assistente degli universitari (fucini) e dei laureati, direttore ardimentoso del settimanale diocesano La vita cattolica, è un convinto antifascista. Il gerarca della città lo tiene d&#8217;occhio come un pericoloso avversario. Quando il vescovo lo nomina a Sant&#8217;Abbondio ha soli trentaquattro anni: è il parroco più giovane della città. Per dodici anni è pastore a tempo pieno. Nel 1951 è eletto vescovo di Comacchio, la diocesi più povera d&#8217;Italia. Incomincia la sua missione con una prova terribile: l&#8217;alluvione autunnale. Un episcopato breve, solo tre anni, ma attivissimo: nuovo seminario minore, nuove parrocchie, nuove chiese, nuova catechesi, nuova carità. Il 4 agosto 1954, Anno Mariano, è nominato da Pio XII arcivescovo a Ferrara. Alla croce di San Cassiano succede quella estense, ma lo stile non cambia. Primo impegno il nuovo seminario; secondo, la nuova azione cattolica diocesana. L&#8217;impegno è quello di sempre:&#8221; Custodire, difendere, evangelizzare la verità&#8221;. La comunità rossa ferrarese è allarmata. L&#8217;arcivescovo di ferro accoglie il Concilio Ecumenico voluto dall&#8217;amico Giovanni XXIII come un dono. Vi partecipa assiduamente, lo comunica ai suoi ferraresi con due opere fondamentali, prima con Vigilia Conciliare, poi con Sermoni Conciliari. Sceglie la festa patronale, San Giorgio cavaliere e martire, per la rinuncia alle sue Chiese, Ferrara e Comacchio, in coincidenza con il quarantanovesimo di ordinazione presbiteriale e il venticinquesimo di consacrazione episcopale:&#8221; Vi lascio perché vi amo&#8221;. Paolo VI gli scrive:&#8221; Sappiamo che tu durante questi venticinque anni hai operato con molteplici iniziative, per il bene dei greggi a te affidati&#8221;. Lascia il palazzo arcivescovile per ridursi nel piccolo appartamento familiare di &#8220;Betlem per chi soffre&#8221; preparato per gli anziani soli della città e della diocesi. Gli sono angeli di conforto due sorelle, nel ricordo della mamma, e il segretario mons. Guido Rossi. Muore pianto da tutti il 27 settembre 1988. La salma riposa nella terra natale, il cimitero di Soresina.</p>
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		<title>Pirro Scavizzi</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 15:36:39 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Al servizio dei poveri]]></category>
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		<description><![CDATA[1884 - 1964 Parroco, infaticabile lavoratore, sempre pronto ad aiutare i più poveri e bisognosi. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><span style="font-size: small;">Michele Manzo</span></strong></p>
<p>Pirro Scavizzi nasce a Gubbio nel 1884, terzo di otto figli. Il padre, austero e  poco comunicativo, è funzionario statale e la madre, dolce e devota, si occupa  dei figli. A dodici anni la famiglia si trasferisce per lavoro a Roma e da lì  non si sposteranno più. Pirro studia al Liceo Tasso ma a sedici anni, conosciuto  un missionario, matura la convinzione di voler intraprendere gli studi per  diventare sacerdote. Entra al Collegio Capranica nel 1900 su un posto gratuito  spettante alla diocesi e vi rimane sette anni. Studia prima filosofia e poi  teologia all’Università Gregoriana. La formazione sacerdotale è di estremo  rigore e sacrificio. Il primato è della pietà, preferita alla cultura. In questo  clima, insieme ad altri studenti, pronuncia un voto di ‘rinuncia agli onori’ cui  si atterrà scrupolosamente per tutta la vita. Viene ordinato nel 1907, a  ventitre anni.<br />
In una Roma diocesana molto arretrata rispetto alla crescita impetuosa della  città, don Pirro entra nella vita parrocchiale a S. Vitale, in via Nazionale. La  zona è densamente popolata e lui, occupandosi dei giovani, si distingue subito  per zelo e pietà. Fa catechismo, dirige un coro, canta, suona e compone musica  sacra (tra cui il classico Inni e canti sciogliamo o fedeli). Fonda un circolo  giovanile mariano, sollecita le prime vocazioni, tra cui quella di Umberto  Terenzi, fondatore del santuario del Divin Amore negli anni ’30. Si occupa anche  degli ammalati e, operando alcune conversioni, viene a scontrarsi con  l’anticlericalismo massone. La forte attività ed il desiderio di fare ancora di  più lo stremano e dopo sette anni cede. Lascia la parrocchia, inizia a fare  esperienza di predicazione con i missionari Imperiali-Borromeo (associazione di  sacerdoti disponibili alle missioni popolari) e, all’entrata in guerra  dell’Italia, da lui auspicata, inizia prima a collaborare con la rivista  dell’ordinariato militare e poi passa a fare il cappellano sui treni-ospedale  dell’Ordine di Malta. Per due anni, accompagnando i feriti di ritorno dal  fronte, fa un’enorme esperienza della drammaticità della vita e della sofferenza  umana. Alla fine contrae anch’egli la terribile ‘spagnola’, uscendone quasi  miracolosamente dopo aver sfiorata la morte.<br />
Nel 1919, a trentacinque anni, viene nominato parroco di S. Eustachio al  Pantheon, in cui resterà per tredici anni. Si tratta della principale esperienza  pastorale della sua vita. La zona è centralissima, tra la sede del Senato e  corso Vittorio, a due passi dalla sede del Vicariato posta in via della Pigna.  Vi risiedono molte famiglie aristocratiche romane, tra cui quella del nunzio  mons. Eugenio Pacelli, ma anche altre povere. Pio XI, che ha abitato per venti  anni di fronte alla parrocchia, lo vuole conoscere personalmente prima della  nomina. Dopo il colloquio gli dona una somma di denaro per l’inizio  dell’attività. Nel giro di pochi anni don Pirro dà un volto di parrocchia  moderna a S. Eustachio, non solo come luogo di culto ma come centro di  molteplici attività pastorali, coinvolgendo i laici e anticipando le riforme  conciliari. Vi fa subito realizzare un corso di predicazioni straordinarie dai  missionari Imperiali. Celebra un piccolo sinodo, in cui si forma una sorta di  consiglio pastorale (con il fratello di mons. Montini) e soprattutto costruisce  un nucleo di comunità parrocchiale. Apre una cappellina nella chiesa, con un  solo crocifisso, e la dedica ad una missione africana in Uganda che poi viene  adottata. Crea diverse associazioni per tutti gli strati sociali ed altre, come  l’Azione cattolica, sono rivitalizzate. Passa quasi tutte le mattine dentro al  confessionale, di fronte al quale si crea sempre una lunga fila di persone. Di  sera tocca alle persone importanti. La notte compone musica, scrive lettere e  prediche, prega. Dorme poco. In una fase in cui sono normali i tariffari per le  prestazioni religiose egli abolisce i cosiddetti ‘diritti di stola’ e dà tutto  quel che riceve ai poveri, a volte compreso il materasso e le coperte. Eppure la  beneficenza è tanta da poter comperare gli edifici posti dietro la chiesa, anche  grazie ad un altro dono di Pio XI. Apre perfino, negli ultimi anni, una piccola  mensa per i poveri. Dal 1921 diviene direttore spirituale dell’Unitalsi, cui  rimarrà legato fino alla morte,accompagnando ogni anno a Lourdes un treno di  ammalati. Conosce la Palestina e vi invia un gruppo di giovani romane da lui  sollecitate alla vita religiosa. Coinvolge tante e tante persone. Il suo motto è  &lt;valorizzare e mobilitare&gt;.<br />
Nonostante ciò, e forse proprio a causa di tali successi nella vita  parrocchiale, gli ostacoli non mancano. In Vicariato gli danno del “fanatico”,  richiamandolo per una sua proposta ai sacerdoti – apparsa sulla rivista di p.  Gemelli &#8211; di non chiamarsi più ‘secolari’ ma ‘apostolici’, rinunciando ad ogni  tipo di retribuzione. Il gran numero di vocazioni suscitate dal lavoro al  confessionale – tra cui quella del card. Bafile &#8211; gli provoca accuse da parte di  altri sacerdoti gelosi e da parte di genitori contrari. All’esterno invece  l’ostacolo è posto dalla massoneria, la cui sede è posta proprio di fronte alla  canonica, a palazzo Giustiniani, dalle cui finestre si odono i canti religiosi  provenienti dai cori giovanili. L’insieme di questi fattori, combinati con  alcune incomprensioni con il nuovo vicario card. Marchetti Selvaggiani e con la  prostrazione per la morte della madre, lo portano alle dimissioni nell’aprile  del 1932. Il nuovo vicario dice di preferire “un parroco di talenti ordinari,  sempre accessibile ai parrocchiani, piuttosto che un parroco di talenti  straordinari ma meno facilmente accessibile ai parrocchiani”.<br />
A quarantotto anni Scavizzi si trova ai margini della diocesi, quasi respinto.  Non può che tuffarsi direttamente nell’attività di predicazione dei missionari  Imperiali-Borromeo, cui ha sempre partecipato al ritmo di una missione l’anno  anche da parroco. I missionari sono dodici ecclesiastici che pur impegnati in  altri settori, si rendono disponibili ad effettuare missioni popolari di circa  due-tre settimane nelle parrocchie e nelle diocesi che ne facciano domanda,  soprattutto dell’Italia centrale. Per otto anni don Pirro mette a frutto le sue  qualità di predicatore e confessore in una opera instancabile di circa quaranta  missioni, cinque all’anno, dirigendole tutte. Pur insieme a due- tre altri  confratelli è la sua personalità ad emergere ed a ottenere un gran successo di  popolo in queste missioni straordinarie. Le prediche si svolgono in modo  distinto a tutte le fasce di popolazione e ad orari diversi. Particolarmente  seguita è la predica sotto forma di dialogo tra ‘il dotto e l’ignorante’, facile  da capire e da interiorizzare per la gente semplice. Si tengono poi grandi  processioni collettive, commemorazioni ed erezioni di crocifissi in ricordo  della missione.<br />
Nell’estate del 1940, nel momento in cui l’Italia entra in guerra a fianco della  Germania, Scavizzi non ha dubbi di fronte alla possibilità di ripetere  l’esperienza dei treni-ospedali dei Cavalieri di Malta. La vive nello stesso  modo trasfigurato dell’altra volta, al servizio spirituale dei feriti. Passa il  Natale in treno celebrando tre messe e portandosi dietro altare ed armonium da  un vagone all’altro. Da un’aspettativa di qualche mese il servizio durerà in  tutto quattro anni, divisi equamente fra treno e ospedale. Tra l’autunno del ‘41  e quello del ’42 vive un’esperienza straordinaria: quella di divenire una sorta  ambasciatore segreto del Papa nei paesi dell’Est, prevalentemente in Polonia,  potendo testimoniare personalmente sulle fasi dell’Olocausto nei confronti degli  Ebrei. Aprendosi il fronte russo infatti il suo treno viene destinato a quelle  operazioni. Compie in tutto sei viaggi della durata di un mese circa ciascuno. A  volte rimangono fermi anche per diversi giorni nelle stazioni. Così ha modo di  avvicinare più volte il vescovo di Cracovia mons. Sapieha, di ricevere da lui  lettere ed informazioni per il Santo Padre, e di consegnare a lui soldi e  messaggi di conforto da parte di Pio XII. Per questo motivo ha due colloqui  personali e riservati con il Papa. Redige per lui delle relazioni dettagliate ed  incontra più volte gli ecclesiastici della segreteria di stato vaticana tra cui  i monss. Tardini e Montini. Ad essi testimonia le atrocità dell’occupazione  nazista nei confronti degli ebrei e del clero cattolico. Gli orrori visti lo  portano a riconsiderare il suo punto di vista sugli ebrei. Tornato a Roma  collabora per la loro salvezza dall’occupazione tedesca. Fonderà poi  un’associazione di amicizia cristiano-ebraica e chiederà ufficialmente che si  ponga fine alla preghiera ‘pro perfidis judaeis’.<br />
Terminata la guerra don Pirro riprende quasi immediatamente la serie delle  missioni popolari dedicate stavolta alla ricostruzione morale e spirituale della  popolazione, piegata e stremata dagli eventi bellici. Predica perfino nei  penitenziari in cui sono reclusi i gerarchi fascisti, per volontà del Vaticano  che lo nomina ‘prelato domestico’. Percorre tanti paesi ed incontra tanta gente  umile portando loro la parola evangelica di consolazione e di speranza. Il  lavoro è incessante per alcuni anni, poi dal ’49 in poi le missioni diminuiscono  fino al ‘55. Nel 1957 il nuovo arcivescovo di Milano, mons. Montini, gli chiede  una missione in un quartiere di estrema periferia, la Comasina, nel quadro di  una grande missione diocesana. Il biennio ‘56-’58, invece, è dedicato tutto a  Roma. La richiesta diocesana è di dodici missioni di cui nove in altrettante  parrocchie romane della zona nord-ovest, come per affrontare una sorta di  emergenza spirituale presente nelle nuove borgate formatesi dopo  l’urbanizzazione selvaggia del periodo post-bellico. Anche qui don Pirro, ormai  più che settantenne, non si risparmia, cercando con nuovi mezzi, come le  autocappelle e gli altoparlanti, la riuscita delle missioni tra baracche e  strade polverose.<br />
Sono le sue ultime missioni. La fibra del suo fisico comincia a cedere. L’ultimo  impegno, che è anche un autorevole riconoscimento, lo riceve dal nuovo pontefice  Giovanni XXIII che nel 1960 lo invita a predicare gli esercizi spirituali in  Vaticano davanti a tutta la curia ed a lui stesso in occasione dell’avvento.  Dopo una lunga malattia muore nell’estate del 1964 nella casa degli  Imperiali-Borromeo ove viveva di fianco a S. Maria Maggiore, proprio mentre  Paolo VI stava per andarlo a visitare personalmente da Castelgandolfo. Ora  riposa nella cappellina del Crocifisso da lui voluta a S. Eustachio. Nel suo  diario troviamo scritto: “Un tappeto che una volta serviva per varie cose,  essendo logoro, fu ridotto a delle strisce per usi minori, poi infine essendo un  pezzetto, servì solo per spolverare”.</p>
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		<title>Pier Giorgio Frassati</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 15:35:56 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Al servizio dei poveri]]></category>
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		<description><![CDATA[1901-1925. Laico, si distinse nel servizio ai poveri - beatificato il 20 maggio 1990. Festa 4 luglio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Cristina Siccardi</p>
<p>Sono trascorsi più di 100 anni dalla nascita di Pier Giorgio Frassati, beatificato da papa Giovanni Paolo II il 20 maggio 1990, ma il ricordo di questo giovane, l&#8217;unico nel cui nome le nuove generazioni si raccolgono in preghiera, è vivo e il suo modello è considerato sia dalla Chiesa che dai laici idoneo alla cristianità del Duemila.<br />
È stato un antesignano del laicato apostolico, un interprete ante litteram del Concilio Vaticano II e la sua immagine è straordinariamente attuale, profondamente radicata nell&#8217;eterno presente di Dio.<br />
L&#8217;ingegnare Pier Giorgio Frassati, la cui laurea post mortem è stata consegnata nel 2001, fu autodidatta della fede perché, pur crescendo in un ambiente avulso dalla presenza di Dio, sostanzialmente sterile e materialista, ha lasciato emergere nella luce la sua oceanica anima.<br />
Cresciuto in una famiglia alto borghese e poco unita, attenta più all&#8217;apparenza che all&#8217;essere, all&#8217;avere più che ai sentimenti, Pier Giorgio Frassati, che portò la tempesta nella sua casa (la santità è sempre &#8220;rivoluzionaria&#8221;), rappresenta il figlio dei nostri giorni: cresciuto nel benessere e nella superficiale attenzione ai valori della vita e ai principi evangelici. Invece di adeguarsi a quello stereotipo di esistenza sterile, lui si oppone e pur continuando, a differenza di un san Francesco d&#8217;Assisi, a vivere fra le pesanti mura domestiche, segue ugualmente un cammino di perfetta carità.<br />
La sua breve, ma intensa esistenza, fu la realizzazione, nel quotidiano, dello straordinario nell&#8217;ordinario. Ogni suo atto era svolto con la volontà del missionario, dell&#8217;evangelizzatore che grida con gioia al mondo il prodigio della salvezza e molti specchiandosi nel suo sorriso e nei suoi occhi scrutavano la propria anima, non a caso alcuni suoi cari amici scelsero la strada del sacerdozio.<br />
In occasione della sua beatificazione il Times di Londra gli dedicò un articolo in prima pagina. Ma perché tanto interesse per questo ragazzo ricco, bello, intelligente, dalla vita normale, che non ha fondato né istituti, né scuole, né congregazioni religiose?<br />
Pier Giorgio nasce a Torino il 6 aprile 1901. Cresce in una città di inizio secolo piena di ricordi storici e sabaudi; da poco è stata defraudata del suo titolo di capitale, qualche torinese si è addirittura suicidato per questo, eppure è piena di vitalità, di voglia di produrre e di pensare: da un lato troviamo l&#8217;industria, in particolare quella automobilistica e dall&#8217;altro intellettuali che fanno della città un laboratorio di idee. Nel campo della moda Torino ha poco da invidiare a Parigi e i teatri di prosa e di varietà sono numerosissimi. La Chiesa locale vanta di fronte al mondo la sua santità sociale (Giuseppe Cafasso, Giuseppe Benedetto Cottolengo, Giovanni Bosco, Francesco Faà di Bruno, i marchesi di Barolo…), ma possiede anche personalità del suo tempo cariche di energia evangelica come Giuseppe Allamano, fondatore delle Missioni della Consolata, Adolfo Barberis, fondatore del Famulato cristiano (per la moralizzazione del servizio domestico).<br />
In questa Torino dove santità, anticlericalismo e dure lotte operaie convivono, si trasferiscono dal biellese i coniugi Alfredo Frassati e Adelaide Ametis. Il padre di Pier Giorgio è proprietario del quotidiano La Stampa, nonché stretto amico del primo ministro Giovanni Giolitti. Nel 1913 diventerà senatore e più tardi ambasciatore a Berlino. I gravosi impegni gli impediscono di seguire l&#8217;educazione di Pier Giorgio e di Luciana, nata nel 1902. Spetta alla madre l&#8217;educazione dei figli. Adelaide è pittrice, legata ai precetti religiosi, senza troppi approfondimenti spirituali. Pier Giorgio matura personalmente la sua sete di Dio e diventa autodidatta del Vangelo.<br />
Disse nel giorno della beatificazione Giovanni Paolo II, grande ammiratore di Pier Giorgio, che lo definì il ragazzo delle otto beatitudini: &#8220;Ad uno sguardo superficiale, lo stile di Pier Giorgio Frassati, un giovane moderno pieno di vita, non presenta granché di straordinario… In lui la fede e gli avvenimenti quotidiani si fondono armonicamente, tanto che l&#8217;adesione al Vangelo si traduce in attenzione ai poveri e ai bisognosi&#8221;.<br />
L&#8217;entrata all&#8217;Istituto Sociale dei padri Gesuiti è un momento decisivo. Padre Lombardi gli consiglia la comunione quotidiana, con la grande disapprovazione materna, e d&#8217;ora in poi l&#8217;eucaristia sarà il centro della sua vita. A 17 anni entra a far parte della Conferenza di San Vincenzo, assumendo così un impegno costante di carità. &#8220;Lui, che era così allegrone, quando parlava di cose spirituali, diventava un altro. Tanto è vero che quando veniva in camera mia, era come se entrasse il sole!&#8221;, racconterà più tardi padre Lombardi.<br />
In casa Pier Giorgio non viene compreso: non si capisce perché preferisca recitare il rosario quotidianamente in una casa dove non si prega, perché non ambisca ad occupare un posto di rilievo nella società come invece suo padre ha sempre fatto raggiungendo il successo. È il giovane che invece di studiare, come i suoi genitori vorrebbero per raggiungere presto la laurea in ingegneria, &#8220;bighellona&#8221; con gli amici della San Vincenzo, della Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana), del Partito Popolare di don Luigi Sturzo, nel convento dei padri domenicani, nelle sacrestie delle chiese per servire messa, &#8220;perdendo&#8221; continuamente tempo prezioso e invece di pensare ai doveri di un rampollo del suo rango si occupa di preghiere, di celebrazioni eucaristiche, di letture spirituali e come non bastasse alla legazione italiana di Berlino, dove suo padre è ambasciatore, ruba i fiori nelle sale di rappresentanza per portarli sulle tombe della povera gente.<br />
Scrive suo padre nel febbraio del 1922: &#8220;Agendo sempre senza riflessione nelle cose che per te dovrebbero essere importantissime (come, nel caso speciale, era il non dimenticare il libro che ti doveva servire per il prossimo esame) diventerai un uomo inutile agli altri e a te stesso&#8221;. Destinato a ben altri orizzonti rispetto a quelli della scalata sociale, Pier Giorgio, &#8220;l&#8217;uomo inutile&#8221;, ritagliava spazi di eternità. E ancora nel 1922 il beato legge duri biasimi paterni: &#8220;Bisogna che ti persuada, caro Giorgio, che la vita bisogna prenderla sul serio, e che così come tu fai, non va né per te, né per i tuoi, i quali ti vogliono bene e sono molto amareggiati per tutte queste cose che succedono troppo spesso e si ripetono sempre monotone e dolorose. Ho poca speranza che tu cambi, eppure sarebbe strettamente necessario cambiare subito: prendere le cose con metodo, pensare sempre con serietà a quello che devi fare, avere un po&#8217;di perseveranza. Non vivere alla giornata, senza pensiero come uno scervellato qualunque. Se vuoi un po&#8217; di bene ai tuoi devi maturare. Io sono molto, ma molto di cattivo umore&#8221;.<br />
Per un uomo d&#8217;azione e di pervicace pragmatismo come il senatore Frassati è incomprensibile un figlio come il suo, votato alla preghiera, alla trascendenza, alla lotta per le idee di giustizia in nome del Vangelo. Padre e figlio avevano vite completamente diverse, ma entrambe frenetiche, l&#8217;una indirizzata al lavoro e all&#8217;amministrazione del patrimonio familiare, l&#8217;altra per operare nel nome di Dio con amore e carità. Nel sangue scorreva sangue biellese e come il padre in Pier Giorgio spiccavano dignità, intraprendenza, coerenza, eticità, schiettezza, rettitudine, coerenza e caparbietà.<br />
Già negli anni della giovinezza Alfredo era attraversato da moti di inquietudine spirituale: continuamente spinto a nuovi traguardi di successo, ma costantemente insoddisfatto a causa di una fede soffocata che sarà liberata lentamente, con un personale e sorprendente avvicinamento agli uomini di Chiesa a partire dal 4 luglio 1925 con la tragica morte del figlio.<br />
Pier Giorgio s&#8217;innamora delle lettere di san Paolo, le legge e le rilegge anche per strada o sul tram e a 21 anni entra nel Terz&#8217;ordine di San Domenico. Un posto tutto particolare nella sua vita lo occupa l&#8217;amicizia. Negli anni del Politecnico (Ingegneria meccanica con specializzazione mineraria) dà vita ad un gruppo di ragazzi e ragazze che vivono con serenità e rispetto il valore dell&#8217;amicizia: &#8220;La Società dei tipi loschi&#8221;. Ogni membro, &#8220;lestofanti&#8221; e &#8220;lestofantesse&#8221;, prendono un nome, Pier Giorgio sceglie &#8220;Robespierre&#8221;. Voglia di vivere e spirito goliardico aleggia fra gli amici di Frassati per poter &#8220;servire Dio in perfetta letizia&#8221;. L&#8217;impegno sociale e politico, contro il Regime fascista, lo schiera tra le fila del Partito Popolare italiano, fondato da don Luigi Sturzo nel 1919. Il suo impegno politico e sociale fu una diretta conseguenza del suo modo di sentirsi cristiano: non gli era sufficiente aiutare i poveri, andare nelle loro misere soffitte, nei tuguri dove la malattia e la fame si confondevano nel dolore, non gli bastava portare ai diseredati una parola di conforto, carbone, viveri, medicinali e denari, voleva dare una soluzione a quei problemi di miseria e di abbandono e la politica gli parve la via idonea per fare pressione là dove si decideva la giustizia. Durissima fu la sua lotta contro il fascismo, una realtà che respirò anche a casa sua: il padre venne anche perseguitato per la battaglia, condotta sulle colonne del suo giornale, contro il Regime.<br />
Benché molto legato alla sorella Luciana, Pier Giorgio scelse tutt&#8217;altra strada: lei il mondo prestigioso e affascinante della diplomazia; lui i poveri e gli infelici. Luciana, l&#8217;unica persona di casa con la quale poteva confidarsi, scriverà anni dopo di aver difeso spesso il candore del fratello dalle incomprensioni del mondo e della sua stessa famiglia, dove il rapporto fra madre e padre si era andato frantumando di anno in anno fino a sgretolarsi.<br />
Le conferenze di San Vincenzo furono il massimo campo di azione per Pier Giorgio: fu in esse che poté esprimere concretamente la sua carità per i poveri, gli orfani, i senza lavoro, i senza tetto.<br />
A quel tempo molti ragazzi e ragazze si recavano nelle soffitte della Torino povera a portare la loro assistenza. Ciò che distingueva Pier Giorgio dagli altri era il modo e lo status a cui apparteneva: il figlio del senatore del Regno si abbassava ad avvicinare gli umili, gli ultimi e ciò si compiva non come atto paternalistico dall&#8217;alto in basso, ma per condivisione e partecipazione viva e attiva ai drammi del sociale.<br />
Sollecitava spesso i suoi compagni d&#8217;Università e dell&#8217;Azione Cattolica ad iscriversi alla San Vincenzo. Diceva loro: &#8220;La San Vincenzo è un&#8217;istituzione semplice adatta agli studenti perché non implica impegni, unico e solo quello di trovarsi un giorno della settimana in una determinata sede e poi visitare due o tre famiglie ogni settimana. Vedrete, vi richiederà poco tempo, eppure quanto bene possiamo fare a noi stessi… L&#8217;assistere quotidianamente alla fede con cui le famiglie spesso sopportano i più atroci dolori, il sacrificio perenne che essi fanno e che tutto questo fanno per l&#8217;Amore di Dio ci fa tante volte rivolgere questa domanda: &#8220;Io che ho avuto da Dio tante cose sono sempre rimasto così neghittoso, così cattivo, mentre loro, che non sono stati privilegiati come me, sono infinitamente migliori di me…&#8221;".<br />
Alcuni amici lo chiamavano &#8220;il facchino degli sfruttati&#8221; e certi inventarono per lui una sigla speciale: &#8220;FIT&#8221;, &#8220;Frassati Impresa Trasporti&#8221;. Nelle soffitte del centro, ma anche in povere case della periferia, portava infatti di tutto: generi alimentari, legna, carbone, vestiti, mobili…<br />
Amante della montagna, Pier Giorgio trova nell&#8217;alpinismo la manifestazione palpabile del suo cammino ascetico &#8220;verso l&#8217;alto&#8221;, verso la fede più pura. Scriveva nel 1925 all&#8217;amico Bonini: &#8220;Vivere senza una fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere in una lotta continua la Verità, non è vivere, ma vivacchiare&#8221;.<br />
Crede nell&#8217;associazionismo cattolico e nel 1922 entra nell&#8217;Azione cattolica il cui motto è: preghiera, azione, sacrificio.<br />
Pur non ottenendo brillanti risultati universitari, Pier Giorgio è vicino al traguardo della laurea e con essa la realizzazione del suo grande desiderio: lavorare con i minatori per condividere il loro lavoro duro e pesante. Ma tutti i suoi sogni si frantumano uno ad uno. È confuso, soprattutto perché non comprende il disegno di Dio su di lui. Aveva pensato di farsi sacerdote, ma, oltre alla famiglia contraria a quell&#8217;idea &#8220;malsana&#8221;, in Germania, quando di tanto in tanto raggiungeva il padre ambasciatore a Berlino (1921-1922), lui stesso era mutato perché aveva conosciuto il padre domenicano Karl Sonnenschein, chiamato il &#8220;san Francesco tedesco&#8221;, pastore dei cattolici italiani residenti a Berlino e guida spirituale degli studenti. Il religioso, noto per la sua grande umiltà e grande carità, instaurò un ottimo rapporto di stima e simpatia con il giovane torinese, invitandolo a partecipare alle riunioni dei circoli misti, composti cioè sia da studenti sia da operai. Pier Giorgio avrebbe voluto imitare, in qualità di sacerdote, proprio padre Sonneschein, ma comprese che in Italia un apostolato sacerdotale di questo tipo non sarebbe stato accolto.<br />
Nell&#8217;ultimo anno della sua vita Pier Giorgio s&#8217;innamorò di una ragazza, Laura Hidalgo (1898-1976), rimasta orfana giovane, laureata in matematica e considerata da casa Frassati socialmente non all&#8217;altezza del nome di Pier Giorgio. Quell&#8217;esperienza segnò fortemente il beato, non chiamato al matrimonio, ma al laicato cristiano fra la gente e i poveri.<br />
&#8220;Sei un bigotto?&#8221;, gli chiesero un giorno in Università, così come venivano scherniti i cattolici dai massonico-liberali, dai social-comunisti e dai fascisti. La sua risposta fu netta: &#8220;No. Sono rimasto cristiano&#8221;.<br />
Nel gennaio del 1925 Luciana sposa il diplomatico polacco Jan Gawronski. Un durissimo colpo per Pier Giorgio che resta completamente solo nella casa delle discordie. A giugno di quell&#8217;anno il padre gli domanda di entrare ne La Stampa e dunque di rinunciare alle sue aspirazioni professionali, lavorare fra i minatori. Il senatore, che provava sempre una certa soggezione di fronte al figlio, non ebbe il coraggio di parlargli direttamente, così Alfredo Frassati chiese all&#8217;amico Giuseppe Cassone, cronista de La Stampa, di farlo al suo posto. Lo stesso Cassone testimonierà: &#8220;Un giorno che egli [Pier Giorgio] era venuto a trovarmi in ufficio colsi l&#8217;occasione. Gli parlai come si parla a un figlio assennato e caro. Mi ascoltò in silenzio puntandomi, scrutatori e sereni, quei suoi begli occhi di fanciullo, poi mi domandò: &#8220;Cassone, crede proprio che venendo io qui a La Stampa il babbo sarà contento?&#8221;. Dissi di sì. Egli non esitò più: &#8220;Dica al babbo che accetto&#8221;. Lo considerai un grande sacrificio per lui, e commosso, l&#8217;abbracciai&#8221;.<br />
La sua proverbiale allegria lo abbandona nell&#8217;ultima parte della sua esistenza, quando appare quasi presago della fine prematura; anche il suo aspetto fisico muta e i lineamenti perdono i tratti adolescenziali. Viene meno dunque quel suo spirito perennemente sereno a motivo di una serie di condizionamenti che sembrano soffocarlo: l&#8217;amore per Laura Hidalgo, la volontà paterna di integrarlo nell&#8217;amministrazione de La Stampa, il timore dolorosissimo di una possibile separazione fra gli amati genitori, la cui convivenza è sempre più difficile. Un giorno, ad un amico che gli aveva domandato che cosa avrebbe voluto fare dopo gli studi, lui rispose: &#8220;Non lo so: sacerdote no, perché è una missione troppo grande e non ne sono degno; il matrimonio no. L&#8217;unica soluzione sarebbe quella che il Signore mi prendesse con sé&#8221;.<br />
È tempo ormai &#8220;di raccogliere ciò che ho seminato&#8221;. La morte lo rapisce, rapidissima. Viene colpito dalla poliomielite fulminante. Sei giorni appena per corrodere quel fisico sano e forte di 24 anni. E ancora una volta la famiglia non lo comprende: tutti sono attenti all&#8217;agonia dell&#8217;anziana nonna Ametis, non accorgendosi della gravità del suo male. Non un lamento uscirà dalla sua bocca, non una richiesta. &#8220;Il giorno della mia morte sarà il più bello della mia vita&#8221; aveva detto ad un amico.<br />
Le grandi incomprensioni svaniscono: Alfredo Frassati è di fronte alla bara del figlio &#8220;ribelle&#8221;, alla quale rendono omaggio, con suo sconcerto, migliaia e migliaia di persone e di poveri della Torino semplice e umile. Tutti presenti non per i meriti del nome Frassati, ma per Pier Giorgio, solo per ciò che lui e lui solo ha rappresentato e qualcuno scoprirà dopo che quel giovane pronto a soccorrere tutti era il figlio del senatore e direttore de La Stampa. Proprio da qui Alfredo inizia a scoprire l&#8217;identità di Pier Giorgio, la sua grandezza umana e spirituale. E il lungo tempo della prova condurrà lui, non credente, alla conversione.<br />
Quattro giorni dopo la morte del figlio, Alfredo scrive a sua madre, Giuseppina Frassati, una lettera colma di strazio, un tormento che perdurerà ancora 36 anni, fino alla morte: &#8220;Giorgio era un santo, oggi lo riconoscono tutti… L&#8217;impressione per la sua morte qui a Torino è stata pari alla sua bontà. Mai si è visto una folla unanime cantare le lodi di un morto. Ma il povero Pier Giorgio non c&#8217;è più e la mia vita è finita.<br />
Avevo troppo nel mondo: fino a 57 anni ho avuto tutto. Ora sono il più povero dei poveri. Mendico nel mondo, nessuno può darmi anche la minima parte di quello che mi fu tolto.<br />
Ti bacio, cara mamma, auguriamoci di congiungerci presto con lui, il tuo Alfredo&#8221;.<br />
Pier Giorgio, incompreso da vivo, era stato fonte di tante preoccupazioni e insofferenze ed ora, da morto, è causa di un disperato e inconsolabile rimpianto.<br />
La strana ribellione di Pier Giorgio, che aveva continuato a vivere nella casa paterna, perché amava infinitamente la sua famiglia, ma che aveva scelto comunque e liberamente la sua strada di fede e di impegno sociale, acquista ora una nuova luce per il senatore ed egli ammira, e ne è allo stesso tempo orgoglioso, della coerenza di idee: Pier Giorgio agiva come credeva, parlava come sentiva, e faceva come parlava.<br />
La sua morte aprì dunque gli occhi al padre e alla madre, la quale si occupò di raccogliere le prime testimonianze sul figlio e collaborò con il salesiano don Antonio Cojazzi, che era stato insegnante di Pier Giorgio, per la stesura della prima biografia sul beato, pubblicata nel 1928.<br />
Il 16 luglio arrivò a La Stampa, preludio della sentenza di morte, il decreto di diffida dove erano elencati i &#8220;peccati mortali&#8221; del quotidiano che non si allineava con il governo fascista. Alfredo Frassati in un mese perse figlio e giornale, distrutto lasciò Torino, si rifugiò dalla figlia all&#8217;Aja e da quella città scrisse una lettera alla cognata Elena (25 agosto 1925) dove rivela un suo impressionante presentimento nel giorno delle nozze di Luciana:</p>
<p>&#8220;Cara Elena,<br />
hai ragione: non possiamo più farci auguri, non solo, ma non lo dobbiamo. La vita è finita realmente: ogni giorno che passa vedo più chiaramente l&#8217;abisso: mi parevano meno grevi i primi giorni. L&#8217;ho sempre nel cuore: nessuno ha compreso cos&#8217;era Pier Giorgio per me: il mio orgoglio, la mia passione: vedevo in lui in realtà tutte le belle qualità che avevo sognato di avere io, che non ho avute, ma vedevo anche nel suo carattere intransigente e buono, il mio carattere intransigente e non cattivo: vedevo nell&#8217;affetto suo per gli umili, il mio affetto: mi pareva che in lui si fosse moltiplicato per miliardi quel po&#8217; di non cattivo che c&#8217;è in me.<br />
Da qualche tempo a questa parte non piantavo una pianta che non fosse per lui, mi pareva che qualche cosa mi dicesse che dovevo separarmi da lui, ma sentivo che ero io che dovevo andarmene.<br />
Non ti ho mai detto la visione che ho avuto all&#8217;Arcivescovado il giorno delle nozze di Luciana? Chiedilo ad Alda. Quando sono entrato nella sala dov&#8217;era l&#8217;altare, invece di esso ho visto una bara: una bara che doveva distruggere tutto, cosa non so, non vidi, non sentii, ma tutto, capisci. E per la prima volta in vita mia mi sentii venir meno; per un secondo, forse meno, ma la coscienza la perdei: e non mi avvenne nemmeno quando Giorgetto morì, nemmeno quando seguii la sua bara, nemmeno quando la terra lo inghiottì. Cosa strana nevvero, mia cara Elena? Incredibile se non l&#8217;avessi detto prima. La bara era la sua: il tutto che doveva spazzare era la sua morte e il matrimonio; soli, soli, soli. Addio mia cara Elena. Voglimi bene, perdona, sopporta i miei difetti; siamo almeno uniti di fronte alla sventura. Addio, addio&#8221;.</p>
<p>È proprio di quell&#8217;epoca la trascrizione che Alfredo compie di una lettera inviata da Pier Giorgio alla sorella il 14 febbraio di quel luttuoso 1925: &#8220;Tu mi domandi se sono allegro; e come non potrei esserlo? Finché la fede mi darà forza sempre allegro! Ogni cattolico non può non essere allegro: la tristezza deve essere bandita dagli animi cattolici; il dolore non è la tristezza, che è una malattia peggiore di ogni altra. Questa malattia è quasi sempre prodotta dall&#8217;ateismo, ma lo scopo per cui noi siamo creati ci addita la via, seminata sia pure di molte spine, ma non una triste via: essa è allegria anche attraverso i dolori&#8221;.<br />
Dal 29 settembre al 2 novembre 1925 La Stampa venne sequestrata e furono interrotte le pubblicazioni. Frassati fu costretto a ritirarsi dalla direzione della testata e la Fiat ne divenne proprietaria.<br />
&#8220;Così per oltre un ventennio&#8221;, scriverà anni dopo il senatore, &#8220;La Stampa si asservì al fascismo, ma la Fiat fece sempre ottimi affari noncurante che il fascismo avesse soppresso ogni libertà ed avere violato l&#8217;intero Statuto albertino, il capolavoro del nostro Risorgimento, e lo sbocco logico dell&#8217;opera eroica di pensatori e di soldati.<br />
Il giornale appoggiò incondizionatamente il fascismo, e non solo quello della prima maniera, che aveva serbata ancora un&#8217;ombra di costituzionalità, ma anche quando il potere venne usurpato totalmente da Mussolini, come fondatore e capo della repubblica di Salò, in guerra contro il potere legittimo, rappresentato dal Re&#8221;.<br />
Dopo il funerale di Pier Giorgio ebbe inizio un&#8217;infausta passerella di sciacalli, i quali si presentavano come presunti amici di Pier Giorgio. Approfittando del dolore dei genitori molti si accaparravano oggetti appartenuti al beato. Altri si recavano dal senatore per chiedere aiuti e favori e alcuni di loro iniziarono magnifiche carriere. Il gruppo degli amici si dilatava a dismisura e padre e madre, disperati nella loro sciagura, non sapevano discernere e valutare essendo anche stati sempre all&#8217;oscuro delle frequentazioni di Pier Giorgio. Bastava essere stati conoscenti di Pier Giorgio per ottenere molto, anche in denaro.<br />
Un giorno di qualche tempo prima, Pier Giorgio aveva bussato alla porta degli istituti di assistenza di Torino per trovare ospitalità a due bambini bisognosi di soccorso. Provò anche al Cottolengo, ma senza risultato, perciò rivelò all&#8217;amico Giovanni Maria Bertini: &#8220;Non appena potrò disporre dei mezzi di mio padre, per prima cosa farò costruire un grande edificio per bambini che ne avranno bisogno&#8221;. Sarà suo padre a far erigere un grande padiglione (chiamato ancora oggi &#8220;Pier Giorgio Frassati&#8221;) per bambini privi di assistenza nella Piccola Casa della divina Provvidenza come aveva desiderato il figlio.<br />
&#8220;La vita è dolore e tristezza. Ora posso dire con Brunilde: &#8220;Alles ist num mir klar&#8221;(&#8221;Ora tutto mi è chiaro&#8221;)&#8221; . Scrive il senatore in una lettera all&#8217;amico Spartaco Fazzari nel 1926. Parole forti quelle di Alfredo Frassati che cambia vita e accantona i desideri di potere, le ambizioni di profitti sempre maggiori e guarda agli altri con occhio partecipe; si apre alla carità, sulla scia del figlio e al suo &#8220;Giorgetto&#8221; fa risalire le opere benefiche.<br />
Frassati trascorre sempre la stagione estiva a Pollone, in provincia di Biella e la sua meta è una sola: il cimitero, dove è sepolto Pier Giorgio. L&#8217;incubo lo condurrà alla conversione dell&#8217;anima. Nel 1927 scrive ancora a Spartaco Fazzani: &#8220;Per mia enorme disgrazia non credo che ci sia una seconda vita. Ma Lui ci ha creduto: così è come se realmente ci sia… Lo ricordi quel suo sorriso? Se sapessi, caro Spartaco, come è ancora oggi (viva) la straziata nostalgia di Lui! E vuoi credere che mentre ti scrivo queste due righe le lagrime scendono ininterrotte. E ne ho versate tante!…&#8221;. Alfredo lascia perciò in eredità un prezioso patrimonio di sentimenti, dove il dolore cocente è messo a nudo e non lascia più spazio ai materialismi.<br />
Di fronte a noi un cuore di padre si spappola, anno dopo anno, per ricomporsi nelle mani del figlio:</p>
<p>&#8220;Carissima Luciana,<br />
tutti i giorni sono tristi: tutti i giorni sono pieni di lagrime: ma hai ragione tu; questi giorni sono i più tristi fra i tristi: i santi, i morti: il giorno tristissimo della sua morte: oggi. Veniamo in questo momento dalla parrocchia. Abbiamo fatto la strada che egli faceva ogni mattina, così pieno di salute, così sereno, così credente. Mi era penoso fino allo spasimo camminare dove egli ha camminato. Com&#8217;è doloroso vivere ormai, Luciana. Io prego Iddio, e tu pregalo ferventemente che fra tutti i dolori della vita uno solo ti sia risparmiato: quello di sopravvivere ai tuoi figli&#8221; (4 novembre 1926).</p>
<p>Uomo travolgente e attivissimo, Alfredo si sente impazzire in quel tunnel di solitudine angosciante e per resistere al &#8220;disfacimento&#8221;, cerca lavoro, non chiede e non desidera compensi, se ci saranno andranno ad accrescere le larghe somme che già provvede a destinare in beneficenza. È così che il senatore Frassati nel 1930 assume la presidenza della Società Italgas e ricoprirà l&#8217;incarico fino all&#8217;età di 90 anni e, oltre ad essere ambasciatore onorario, sarà anche membro dell&#8217;Assemblea costituente (25 giugno 1946-22 dicembre 1947), nonché senatore di diritto nominato con decreto il 22 aprile 1948.<br />
Nel 1959 la Fuci tenne il suo congresso a Torino. Si aprì il 1° settembre, con la prolusione di monsignor Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano (1958-1963), già chiamato a far parte del Collegio cardinalizio dal beato papa Giovanni XXIII, e che Frassati aveva conosciuto a Roma come Sostituto della segreteria di Stato, accompagnandolo di tanto in tanto anche in passeggiate campestri. L&#8217;antico assistente della Fuci iniziò il suo discorso con queste parole: &#8220;C&#8217;è qualcuno qui ch&#8217;io vedo e non si vede… eppure è presente&#8221;, con l&#8217;occhio cercava Pier Giorgio &#8220;il volto d&#8217;uno studente bello e vigoroso, di cui in questi anni la gioventù nostra ha studiato i lineamenti e meditato la virile bontà, un modello di fratello ideale&#8221;. Presentò con grande trasporto la figura di Pier Giorgio Frassati che non conobbe personalmente, ma di lui gli erano giunti i forti echi di un&#8217;esperienza di vita svolta tutta in salita.<br />
Montini, quel giorno, non si fermò a ricordare pubblicamente Pier Giorgio, andò, di persona, a salutare il padre recandosi alla sede dell&#8217;Italgas a dimostrazione dell&#8217;interesse vivo e vero per il Giovane delle otto beatitudini e per il dolore con il quale era stato segnato a fuoco Alfredo Frassati. Quella illuminata e significativa visita fu balsamo benefico per il senatore, il quale provava una sconfinata ammirazione per il cardinale Montini. Il colloquio durò a lungo e il commiato fu commovente ed affettuoso. Emozionatissimo e straordinariamente contento Frassati non tentò neppure di nascondere le lacrime ed era convinto che il cardinale Giovanni Battista Montini un giorno sarebbe diventato Pontefice.<br />
Il percorso di fede di Alfredo Frassati fu inesorabile e nell&#8217;archivio arcivescovile di Milano, in un dossier dedicato alla corrispondenza del cardinale Montini con i laici, è custodito un carteggio (pubblicato oggi dalle edizioni San Paolo in una biografia su Pier Giorgio Frassati) che conferma tale percorso e l&#8217;avvicinamento del senatore Alfredo Frassati alla Chiesa.<br />
Già nel Natale 1957, Alfredo, vedovo dal 18 giugno 1949 (Adelaide Frassati morì cinque anni dopo la sorella Elena Ametis) scriveva con cuore aperto:</p>
<p>&#8220;Eccellenza,<br />
Accolga da un umilissimo suo ammiratore gli auguri più caldi per le prossime feste. Seguo con gioia il suo luminoso cammino e mille volte ho progettato di dirle a voce tutti questi miei sentimenti. Ma sono, come V.E. sa, un solitario… Ma un giorno vincerò questa paura… e verrò a baciarle la mano, portando tutti gli auguri.<br />
Mi ricordi qualche volta nelle sue preghiere e mi abbia sempre Suo umilissimo servitore Alfredo Frassati&#8221;.</p>
<p>Giunse la calorosa risposta dell&#8217;arcivescovo:</p>
<p>&#8220;Cara Eccellenza!<br />
Il suo biglietto mi commuove, perché mi dice un ricordo che mi fa molto piacere e che ricambio con affettuosa devozione.<br />
Così Le presento i miei auguri più sinceri e prego Dio per Lei che li renda validi e forieri d&#8217;ogni miglior bene.<br />
RivederLa farebbe anche a me molto piacere, ma penso che ora non Le sia facile viaggiare. Sappia, ad ogni modo, che Le sono vicino spiritualmente nel ricordo del Suo e nostro Pier Giorgio e nel desiderio della Sua prosperità e della Sua pace.<br />
Mi consenta di darLe come ad Amico venerato e stimato la mia benedizione. G.B. Montini Arcivescovo &#8220;.</p>
<p>Il futuro Paolo VI, che fu sempre molto attento al recupero spirituale delle anime con un interesse tutto speciale per intellettuali, artisti e sacerdoti, aveva compreso che esisteva nel senatore un terreno di fede coltivabile e fertile.<br />
La profonda devozione di Alfredo Frassati per Montini, protagonista della sorprendente e meravigliosa conversione, maturata lentamente alla luce del figlio, lo accompagnò fino alla morte che giunse serena il 21 maggio 1961, giorno di Pentecoste. Intorno alla sua salma non ci saranno, per sua volontà, fiori e fra le mani inanimate vorrà il Crocifisso e una fotografia del suo diletto Pier Giorgio, una di quelle che Alfredo non era più riuscito a guardare, raccomandando ai suoi eredi che non fossero presenti ritratti del figlio quando andava loro a far visita, così come non aveva voluto che i suoi nipoti (sette) portassero come primo nome quello del figlio: Pier Giorgio era uno, lui e solo lui.<br />
La notizia della morte non fu comunicata ufficialmente perché il senatore aveva manifestato la volontà che fosse resa pubblica a funerali avvenuti.<br />
Dopo un lungo travaglio spirituale, nella luce della fede, Alfredo Frassati, giunto all&#8217;approdo della grazia, si congedò dal mondo in pace con se stesso perché in pace con Dio. Questo fu, a nostro giudizio, il primo miracolo del beato Pier Giorgio Frassati.</p>
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		<title>Luigi Talamoni</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 15:35:08 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Al servizio dei poveri]]></category>
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		<description><![CDATA[1848 - 1926. Sacerdote monzese dalla viva spiritualità, «facchino delle anime», «facchino di Dio».]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Marco Riboldi </strong> *</p>
<p>Quest’anno la primavera porterà il dono della  beatificazione di un sacerdote monzese, che il 21 marzo verrà proclamato beato.<br />
Si tratta di Mons. Luigi Talamoni, monzese, nato 3 ottobre 1848 e morto il 31 gennaio 1926.<br />
La vita di questo sacerdote è ricca di spunti che consentono più di una riflessione.<br />
Ne diamo qui qualche cenno, rinviando chi volesse approfondire la conoscenza al volume edito dalla “Società di Studi Monzesi” dal titolo” un Santo per Monza”, che comprende anche una accurata bibliografia.<br />
Proveniente da una famiglia modesta, frequentò un istituto appositamente fondato per “chierici poveri” ed ebbe così modo di prepararsi adeguatamente all’ingresso nel Seminario diocesano di Corso Venezia a Milano. Venne ordinato sacerdote nel 1871 e , un anno dopo si laureò in lettere.<br />
Il suo apostolato si svolse tra insegnamento ( presso il seminario liceale di Monza), impegno pubblico e carità. Siamo qui costretti a trascurare un elemento importante della vita del beato, segnatamente gli incontri importanti con alcune figure di grande rilievo soprattutto in campo educativo e pastorale. Lasciamo questo aspetto a chi volesse approfondire, limitandoci a citare la figura di padre Villoresi, che su Talamoni ebbe una forte influenza.<br />
Di particolare rilievo per la nostra attenzione odierna è l’opera che Mons. Talamoni svolse per molti anni come Consigliere Comunale di Monza. Eletto per la prima volta nel 1893, partecipò alla vita pubblica sino al 1923, con numerosi interventi che spaziavano in ogni campo della vita amministrativa.<br />
Mons. Talamoni secondava così la vicenda storica di Monza e Brianza, in un periodo di grande sviluppo economico e sociale, portando in essa l’attenzione propria della rinnovata dottrina sociale della Chiesa. Leggiamo nei verbali del Consiglio interventi a tutto campo, ma sempre con un particolare riguardo al benessere dei ceti meno abbienti, alla sanità pubblica, alla istruzione, alla assistenza. Fu amministratore pubblico popolarissimo e nelle elezioni del 1923 ottenne 6290 voti di preferenza.<br />
Ma se la sua opera di amministratore pubblico colpisce oggi per la sua singolarità l’elemento predominante della sua personalità è quello spirituale. Le pagine delle sue lettere, i testi delle omelie e delle preghiere rivelano una spiritualità intensissima, soprattutto attenta ai temi della Eucaristia, cui viene riferito anche il personale, vivissimo culto mariano.<br />
Da questa spiritualità attingeva la forza per essere un “facchino di Dio, un facchino delle anime”, a partire dalle moltissime ore dedicate al confessionale, per arrivare all’infaticabile girare per le case dei poveri e dei malati, cui rendeva continuamente visita per un aiuto, una parola di conforto. Era però di casa anche presso le famiglie benestanti del capoluogo brianzolo, se non altro per ottenere un aiuto per i bisognosi. Si può dire che prima o poi tutti ricorressero a lui per un motivo, spirituale o materiale.<br />
Ancora oggi non si fatica a rintracciare in città dei testimoni che coltivano la memoria di questo prete da tutti amato e conosciuto.<br />
E a mantenere ancor più forte la memoria venne la fondazione della Congregazione delle Suore Misericordine. Tale famiglia religiosa venne fondata nel 1891, con una piccolissima comunità dedita soprattutto ai malati poveri, che venivano assistiti a domicilio.<br />
In breve la comunità di rafforzò e, sia pure tra molti problemi soprattutto materiali, vennero realizzate molte opere, come l’asilo per bambini, l’oratorio per ragazze e la scuola di lavoro, cui si aggiunsero nel tempo i vari servizi di assistenza e di pastorale, tra cui si può ricordare quello presso l’Ospedale militare, allestito durante la prima guerra mondiale nei locali del Collegio Villoresi.<br />
A partire dal 1910 sorsero nuove case, sparse tra la Brianza, le valle lecchesi, il Canton Ticino, e poi Milano, Roma, la Spagna.<br />
Mons. Talamoni si dedicava quotidianamente alle “sue” suore, con una presenza attenta e un<br />
fitto epistolario, che gli consentiva di consigliare e dirigere la sua opera forse più cara.<br />
Il sacerdote monzese morì in chiara fama di santità (riconosciuta persino dai consiglieri comunali socialisti, come riportano alcune testimonianze d’epoca), ma gli atti preliminari del processo di beatificazione iniziarono solo nel 1955, sviluppandosi poi in un tempo piuttosto lungo, sino al gennaio 2001, quando venne ufficialmente riconosciuto un miracolo ottenuto per intercessione di mons. Talamoni. Si tratta della guarigione inspiegabile di un uomo colpito da infarto e ormai insensibile ad ogni terapia, al punto che i medici ne avevano disposto la dimissione dalla casa di cura, perché potesse morire tranquillamente a casa sua.<br />
Monza trova così nella sua storia un altro santo, dopo S.Gerardo, e lo trova tra suoi cittadini moderni, nati e vissuti nel momento in cui la città poneva le basi e poi sviluppava il suo benessere e la sua personalità civile e politica. Mons. Talamoni ha saputo vivere la sua testimonianza di fede e carità in questo contesto di modernità e di avvio al benessere, edificando un’opera di attenzione ai bisogni popolari e mostrando della chiesa un volto attento al popolo e disponibile al dialogo quotidiano.<br />
Nel duomo di Monza viene ancora oggi indicato il confessionale di Mons. Talamoni, segno di una presenza discreta, umile, paterna e confidenziale.</p>
<p>* Preside Liceo Linguistico Collegio Bianconi &#8211; Monza</p>
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		<title>Luigi Moneta</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 15:34:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1886 - 1955 Seguendo la strada di Don Pogliani, Monsignor Moneta operò e si adoperò per tutta la vita presso la Casa della Sacra Famiglia. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><strong>MONS. LUIGI MONETA: LA VITA PER I DISABILI</strong></span></p>
<p>di <strong> Paolo Zanna</strong></p>
<p>Luigi Moneta era nato a Lecco nel 1886 e si era formato al sacerdozio, prima dell’ordinazione nel 1910, tra Monza e il Seminario Maggiore di Milano, contraddistinto, all’epoca dell’episcopato del Card. Ferrari, da intenso spirito pastorale e da una forte vocazione al servizio del territorio pur rispettando l’autonomia e la dignità della dimensione civile. Nella Milano dei parroci e della carità privata, avversi alla riforma crispina delle “opere pie”, il neosacerdote Moneta fu mandato a Cerro Maggiore a dirigere l’Istituto Marelli dell’Immacolata consacrato dal 1906 al sostegno a sordomute, cieche e deficienti bisognose di aiuto. Fu assistente della Casa lavoro per sordoparlanti, aperta nel 1897, entrambi emanazioni dell’Istituto San Vincenzo per l’educazione dei deficienti fondato in Via Copernico a Milano da Don Luigi Casanova, presso il quale egli rimase fino al 1919. Nel 1914 era stato chiamato a dirigere anche l’Istituto nazionale medico-pedagogico della città , tra i cui collaboratori vi era padre Agostino Gemelli, operante nel vicino Laboratorio di psicopedagogia emendatrice.<br />
Nell’ottobre 1919 Moneta venne nominato direttore dell’Ospizio della Sacra Famiglia, che contava allora 586 disabili. Conosciuta la realtà degli inabili al lavoro e della campagna come coadiutore a Cimnago, si trasformò presto da tiepido confessore in ardente responsabile della giovane istituzione della periferia milanese. In quella che fu definita la “Villa dei Poveri” della “campagna dimenticata dalla pubblica beneficenza”, come scriveva il fondatore don Pogliani, Moneta operò e si adoperò per tutta la vita.<br />
Sull’esempio del predecessore, la sua fu una carità cristiana sostenuta da pragmatismo e coraggio imprenditoriale, manifestati in una serie di innovazioni: dal bollettino “Ospizio Sacra Famiglia” del neodirettore, al nuovo regolamento interno del 1921, anno in cui Achille Ratti benedisse la prima pietra del nuovo padiglione che gli sarebbe stato intitolato. Nel 1949, il Card. Schuster si congratulava con Mons. Moneta per i trent’anni di rettorato. Nel 1951 veniva inaugurato il nuovo padiglione per piccoli cronici “Casa Ss. Innocenti”, senza contare che l’Istituto già gestiva altre case in Lombardia, Piemonte e Liguria.<br />
Al centro di un’azione talora febbrile e sempre costante fino alla morte nel 1955 Moneta poneva la valorizzazione e la cura umana e religiosa degli inabili: “Vi è una parte rilevante del lavoro che qui si compie, dedicato alla redenzione di esseri che fuori dall’Ospizio non avrebbero trovato né considerazione né valorizzazione… noi ritorniamo alla società diverse centinaia di bambini che frequentano le scuole differenziali, o le scuole di avviamento professionale e l’apprendistato, nel quale tanti giovinetti ritrovano se stessi e la propria idoneità a una occupazione proficua.” Ogni aspetto di tale attività risponde ai dettami della carità evangelica, sempre capace di rinnovarsi, come scrive: “La carità cristiana che una volta si esprimeva con l’aiuto vicendevole, da uscio a uscio, in questi tempi di approfondita organizzazione sociale, ha la sua espressione nella organizzazione di questi grandi Istituti che nel nome di Cristo accolgono i “poveri del Vangelo, per inserirli come elementi fecondi nella vita sociale onde si possono orientare verso il fine ultimo dell’uomo che è l’amore di Dio.”</p>
<p>Fonte:<em> Luigi Moneta. Un prete ambrosiano per un miracolo di carità</em>, a cura di Edoardo Bressan (Milano: Vita e Pensiero, 1996)<br />
Piero Rampi, <em> L’Ospizio S. Famiglia per incurabili fondato dai sacerdoti D. Pogliani e L. Moneta</em>, in <em> Preti ambrosiani a servizio dei poveri</em>, a cura di Vittoria Folli (Milano, NED, 1981)</p>
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		<title>Giancarlo Brasca</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 15:33:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1920 - 1979. Un laico al servizio del Vangelo. Un uomo che con la sua opera ha fatto sì che il laicato prendesse coscienza della sua identità nella vita della Chiesa e della società. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;">Giancarlo Brasca</span>, <span style="font-size: medium;">manager e maestro </span><br />
di <strong><span style="font-size: small;">Gianni Ambrosio</span></strong></p>
<p>“Un laico al servizio del Vangelo”: così amava definirsi Giancarlo Brasca. E la  sua vita testimonia la verità di queste parole. Brasca volle mettere a servizio  del Vangelo e della Chiesa tutti i numerosi talenti che aveva ricevuto in dono.  Con la sua opera e il suo esempio ha contribuito a far sì che il laicato  prendesse coscienza della propria identità e del proprio ruolo nella vita della  Chiesa e della società, così come auspicato e incoraggiato dal Concilio Vaticano  II.<br />
Uomo d’azione forte e concreto, generoso e infaticabile, organizzatore nato,  ricoprì incarichi dirigenziali di primo piano nell’Università Cattolica di  Milano. Ma la sua opera non si esaurisce nell’orizzonte dell’Università  Cattolica ma si estende nell’ambito della cultura e della carità.<br />
Giancarlo Brasca nasce il 1 agosto 1920 a Mezzago, centro agricolo fra Vimercate  e Trezzo d’Adda in provincia di Milano. Trasferitosi ben presto a Milano con la  famiglia, frequenta le scuole elementari di via Corridoni e, in seguito, il  ginnasio Berchet, conseguendovi la Maturità classica nel 1938, non ancora  diciottenne.<br />
Aderisce fin da ragazzo all’Azione Cattolica milanese ed entra in contatto con  mons. Francesco Olgiati, il filosofo cofondatore dell’Università Cattolica.  Sotto la sua guida si laurea in Filosofia, discutendo una tesi su &#8220;I presupposti  filosofici della pedagogia di Fichte&#8221;. E’ il 24 ottobre del 1942. Qualche giorno  dopo viene assunto in Cattolica in qualità di capo reparto della Biblioteca.<br />
Anche l’incontro con padre Agostino Gemelli diede un impronta decisiva alla vita  spirituale e professionale del giovane Brasca. Attraverso padre Gemelli si  appassionò all’ideale francescano della santificazione attraverso il lavoro.  Così l’impegno lavorativo è inteso e vissuto come un mezzo offerto al cristiano  per accedere al cuore della realtà umana e per trasformarla con il lievito del  vangelo: è questo il principio guida della vita del dottor Brasca.<br />
Richiamato alle armi, dal 1943 al 1945 presta servizio presso il Distretto  Militare di Abbiategrasso e, contemporaneamente, entra in contatto con la  Resistenza. Brasca riesce a trafugare documenti preziosi per i partigiani e per  quanti non intendevano svolgere il servizio militare sotto il governo fascista.<br />
Al termine della Guerra, il 21 maggio 1945 riprende il suo lavoro in Università  Cattolica, iniziando così un lungo e continuativo servizio, dapprima come  direttore della biblioteca, sino al 1959; poi come segretario amministrativo e  direttore dell’Istituto Giuseppe Toniolo (ente fondatore della Cattolica);  infine come direttore amministrativo, carica che ricopre sino alla sua morte.<br />
Sono anni particolarmente importanti e decisivi per la storia dell’Ateneo  fondato da Gemelli. Basti pensare che in questo periodo a Roma vengono  inaugurate la Facoltà di medicina (1961) e l’annesso Policlinico universitario  (1964), strutture di assoluta avanguardia nel sistema universitario e sanitario  nazionale.<br />
Fin dal 1940 Brasca è impegnato nell’Azione Cattolica milanese, ricoprendo  diversi incarichi di responsabilità, dapprima come Delegato diocesano aspiranti;  poi, dal 1945, come Delegato diocesano studenti. Infine, dal 1958, come  presidente diocesano, collaborando dapprima con il card. Montini e in seguito  con il card. Colombo. In questi anni il dottor Brasca mantiene continui rapporti  con numerosi sacerdoti ambrosiani, impegnati sui fronti del sostegno ai più  deboli, emarginati, malati, disabili. Sostiene inoltre l’attività di  universitari e giovani laureati che, nei quartieri più poveri di Milano, si  adoperano con iniziative culturali e ricreative a favore dei ragazzi. Presso la  chiesa di San Raffaele a Milano anima i “gruppi familiari” e cura la formazione  di fidanzati e giovani sposi. Si interessa anche della condizione dei lavoratori  nei quartieri più disagiati e abbandonati della periferia di Milano, promuovendo  e collaborando alla loro formazione e organizzando incontri di catechesi per la  preparazione dei bambini ai Sacramenti dell&#8217;iniziazione cristiana.<br />
La sua attenzione al mondo della sofferenza &#8211; fisica e morale -, soprattutto  durante il suo lavoro a Roma, presso il nascente Policlinico Gemelli, lo ha  portato ad avvicinare anche paraplegici e tossicodipendenti, nei confronti dei  quali ha promosso iniziative che, dopo la sua morte, alcuni suoi collaboratori  hanno fatto proseguire.<br />
L’8 settembre 1945 pronuncia la formula di consacrazione nell&#8217;Istituto Secolare  dei Missionari della Regalità di Cristo, di cui sarà presidente dal 1969 al  1979. Nel 1972 viene nominato Presidente della Conferenza Mondiale degli  Istituti Secolari, incarico che mantiene sino alla sua morte, avvenuta il 24  gennaio 1979.<br />
Dal 1970 entra in rapporto con la Chiesa polacca, intessendo una fitta rete di  &#8220;scambi culturali&#8221; e contribuendo a favorire una vera e propria attività di  apostolato &#8220;segreto&#8221; a favore dei cattolici polacchi. Collabora attivamente con  il card. Wyszynski, primate di Polonia, e con l&#8217;allora arcivescovo di Cracovia,  mons. Karol Wojtyla. Durante l&#8217;Anno santo del 1975 organizza il &#8220;Comitato di  accoglienza dei pellegrini dell&#8217;Est&#8221;.<br />
Amico sincero del card. Wojtyla, che invita a Milano – a nome del Rettore  Lazzati – per una lezione in Aula Magna. E’ il 18 marzo 1977. In quell’occasione  l’arcivescovo di Cracovia affida a Vita e Pensiero, l’editrice dell’Ateneo  cattolico, la pubblicazione di Segno di contraddizione, il testo degli esercizi  spirituali da lui tenuti nel 1976 alla curia romana, su invito di Paolo VI.<br />
Pochi giorni prima di morire (il 24 gennaio 1979), dal Policlinico Gemelli dove  era ricoverato, Brasca scrive una lettera a papa Wojtyla che in diversi modi gli  aveva fatto sentire la sua vicinanza. Nella lettera Brasca si rivolge al Papa  con queste parole profetiche: «Mentre Le ripeto il grazie più devoto per il Suo  costante interessamento e per la Sua paterna bontà ancora una volta dimostratami  ieri sera, desidero dirLe che offro tutta la mia vita, così come la vuole Dio,  per la fecondità del gigantesco piano apostolico che Vostra Santità va  sviluppando nei punti nevralgici di tutto il mondo… La gente a tutti i livelli è  sicura che la V.S. ha ricevuto da Dio il compito di aprire una nuova epoca nella  storia della Chiesa e del Mondo…Seguo, in spirito, preghiera e sacrificio, la  preparazione del suo viaggio a Puebla, di quello in Polonia…, con il cuore che  brucia di riconoscenza a Dio e di certezza nella Chiesa».</p>
<p>Alcuni dei suoi scritti più significativi, insieme alle testimonianze di quanti  lo hanno conosciuto, si possono trovare raccolti e pubblicati in questi volumi:</p>
<p>- <em>Un laico per il Vangelo</em>, a cura di G. Grampa, Vita e Pensiero, Milano  1980.<br />
- <em>La vita come dono. Scritti di Giancarlo Brasca</em>, Edizioni O.R. Milano  1983.<br />
- <em>Giancarlo Brasca, maestro e testimone della Regalità di Cristo</em>, a cura  di F. Angelini, Cooperate – Centro di formazione Giancarlo Brasca 2004.</p>
<p><strong><span style="font-size: medium;">Giancarlo Brasca, una storia da salvare</span></strong></p>
<p>di<strong> Mario Agnes</strong></p>
<p>Grande uomo di cultura e d’impresa, figura eminente del cattolicesimo italiano  del dopoguerra, amico fin dagli anni ’60 di Karol Wojtyla: a venticinque anni  dalla morte, il carisma di Giancarlo Brasca nel racconto di un amico autorevole.</p>
<p>Apparso su Vita e Pensiero 4 | 2004</p>
<p>Con Giancarlo Brasca ho avuto un rapporto non lungo, ma breve ed intenso. Provo  a descriverlo raccogliendo alcune suggestioni personali. Una prima suggestione.  Conobbi Brasca molti anni fa, quando era direttore della Biblioteca  dell’Università Cattolica. Grazie ad una borsa di studio, venni a Milano insieme  ad un gruppo di giovani laureati. In quell’occasione andammo a far visita  all’Università e conobbi quest’uomo che mi colpì per la cordialità con la quale  riceveva questi “giovincelli”. Dopo di allora ci siamo incontrati ancora,  qualche volta. Tuttavia, il momento vero in cui è scattata quell’amicizia senza  aggettivi, con la «A» maiuscola, il momento in cui è scattato un rapporto  profondamente ecclesiale (e quando dico profondamente ecclesiale dico prima di  tutto umano, perché l’ecclesialità contiene l’umanità) è stato nel luglio del  1976 (la data può interessare di più gli amici dell’Università Cattolica:  facendo la storia si vedrà che cosa doveva accadere nel luglio del 1976). Fu  quella una strana circostanza, inusuale. Ero a Roma. In un caldo pomeriggio,  erano le due e mezza, improvvisamente mi vidi arrivare il dottor Brasca in via  della Conciliazione (allora ero presidente dell’Azione Cattolica). Mi invitò a  seguirlo alla Cattolica, dove avrei dovuto incontrare un’illustre persona, che  conoscevo, ma con la quale non avevo una grande confidenza, per riferirgli una  cosa importante: «Sì, devi venire, devi incontrare una persona» mi disse. «Le  ore sono poche, devi dire una cosa ad una persona. Solo tu gliela puoi dire».  Nonostante le mie perplessità, mi convinse a seguirlo in Cattolica. Furono  sufficienti poche battute e tutto si risolse. «Hai visto, in pochi minuti  abbiamo risolto un problema che da giorni non riuscivamo a risolvere. Non si  convinceva. Vedi, lo hai convinto», mi disse. In realtà, non ero stato io a  convincerlo; l’aveva già convinto lui.<br />
Da allora, da quel luglio del 1976, nacque fra noi un rapporto veramente  fraterno: non ci vedevamo spesso, ma con Brasca anche una telefonata breve, di  pochi minuti, era capace di illuminare, anche su problemi importanti. E quelli  non erano anni facili, non solo per l’Università Cattolica, ma anche per  l’Azione Cattolica.<br />
La mia amicizia con Brasca non è “antica”, dunque, ma viva. La mia visita a  Mezzago in occasione del venticinquesimo anniversario della morte è stata per me  come un “pellegrinaggio”, con cuore di fratello. Un pellegrinaggio alla “fonte”.  Quando sono arrivato, il Parroco, accogliendomi, mi ha detto: «Questa è la  Chiesa, qui è stato battezzato Giancarlo…». E io ho chiesto di entrare un  attimo, perché volevo andare alla fonte battesimale di Brasca. Un pellegrinaggio  alla<br />
fonte; direi, un pellegrinaggio “alle” fonti, perché la fonte battesimale (dove  è stato battezzato) e il sepolcro (dove riposa) sono la “sorgente” di questa  persona, come di tutte le persone… E il mio è un pellegrinaggio alla sorgente di  un grande protagonista della Chiesa, particolarmente negli anni Settanta. Di  Brasca, come di molti altri protagonisti dell’Università Cattolica, abbiamo solo  dei frammenti, scritti un po’ qui, un po’ là; abbiamo “pezzi” di Brasca… Ma è  assurdo pensare che il nome di Brasca si trovi solo a stento negli scritti  dell’Università Cattolica, anche in quelli di alcuni storici della Cattolica,  ideologizzati. Occorre una lettura non ideologizzata che faccia emergere tanti  protagonisti della Chiesa degli anni Settanta. E Giancarlo Brasca è un grande  protagonista della Chiesa degli anni Settanta. È un protagonista non solo  dell’Università Cattolica; non un semplice “passacarte” o un “contabile”, ma un  grande uomo di fede e un grande educatore dei giovani. Brasca è l’espressione di  quel laicato nascosto, quasi ignorato, che costituisce il nerbo della comunità  ecclesiale, che ha donato la propria vita alla Chiesa, oltre che all’Università  Cattolica, con straordinario spirito di servizio. E questo laicato, che  costituisce il nerbo della comunità ecclesiale, va riscoperto.<br />
Perché senza questo laicato umile, nascosto non parleremmo, oggi, di Brasca;  senza questo laicato “ignorante”, nel senso etimologico del termine, ma  innamorato della Chiesa, dell’Università, non avremmo parlato neppure della  Cattolica, perché senza questo laicato, anche se c’era il grande Gemelli, la  Cattolica non sarebbe esistita.<br />
Una seconda suggestione, che voglio esprimere attraverso due brevi battute di  Brasca, sintetiche. Una parola: «Auguri». E una semplice espressione:  «Ricordati: pregherò sempre per te». Tra il primo momento: «Auguri», e il  secondo: «Pregherò per te», c’è, nonostante la malattia, la capacità di aver  disegnato con chiarezza, in anticipo, la storia di un Pontificato. Questo è  storia, e gli storici devono avere il coraggio di sottolineare questi aneddoti,  se è vero che Brasca ha detto alcune cose; se è vero che ha detto alcune cose  sui giovani, riferendosi al Papa appena eletto, quando noi non riuscivamo  neppure a capirne il nome; se è vera quella lettera al Papa.<br />
Una parola: «Auguri». Era l’11 agosto 1978. Mia madre era stata ricoverata al  Gemelli per la stessa terribile malattia di Brasca. Fu ricoverata il 17 aprile,  e da allora i contatti con Brasca si fecero più frequenti, più intensi. Quando,  all’alba dell’11 agosto, mamma morì, pregai la suora di aspettare ad avvertire  il dottor Brasca, non volendo<br />
disturbarlo. «Lo saprà, c’è tempo…, non è il caso di dirglielo subito»,<br />
le dissi. All’improvviso, mentre eravamo mio padre e noi quattro figli, ci  vedemmo entrare, con la vestaglia sulle spalle, quest’uomo, sorridente, nella  stanza. Ci disse una sola parola: «Auguri»! Non faccio commenti. Per tanti  motivi non ne posso fare. Ma capite che significa. Durante la sua malattia ci  siamo poi incontrati spesso: desiderava che io andassi a trovarlo. E andavo con  minore preoccupazione quando la sorella Giuseppina mi disse: «Professore, venga  più spesso, perché la vuole vedere veramente…». Io pensavo che fosse la sua  delicatezza. Da allora ci siamo visti sempre di più.<br />
Qualche mese più tardi, una sera, tornando dall’Università di Cassino, andai  direttamente al Gemelli. Trovai che gli stavano amministrando l’olio degli  infermi. La sorella voleva farmi entrare, ma io preferii lasciarlo tranquillo.  Tornai all’indomani. Era il 23 gennaio 1979. Lo trovai in poltrona, nulla  addosso. Di Giancarlo erano rimasti gli occhi, occhi parlanti. Restammo insieme  per un po’ di tempo, ma parlammo pochissimo; per non stancarlo, mi alzai e lo  salutai: «Adesso vado, stai tranquillo…». Avevo già aperto la porta, lo stavo  salutando con la mano, quando mi disse: «Un momento: ricordati che pregherò  sempre per te».<br />
Come si fa a non avere la sua fotografia nella stanza? Perché raccontare questi  aneddoti? Per dire fatti personali? No. Non è un fatto religioso devozionale  quello che ho raccontato. Questi due momenti (quello della mattina dell’11  agosto 1978 e quello della sera del 23 gennaio 1979), compreso il terzo della  visione del Pontificato, del disegno storico del Pontificato, di cui dirò fra  poco, rivelano la visione della vita che aveva Brasca, la sua concezione  dell’esistenza, culminante in quel “mistero”, senza aggettivi, ma con la M  maiuscola, che è il mistero della comunione dei Santi. La sua visione della vita  è condensata in quelle due, semplici battute: «Auguri» e «Ricordati: pregherò  sempre per te». Tutto quello che faceva, tutte le cose che sono state dette di  lui vanno comprese in questa sua visione della vita, culminante nella comunione  dei santi, che lui viveva già qui, nella sua esperienza di vita terrena.<br />
Una terza suggestione. A me è sempre piaciuto guardare Brasca come a un  “contemplativo itinerante”: contemplativo senza mai perdere di vista Dio, l’eschaton,  ma itinerante nel mondo, camminando nel mondo, «con le cose e per le cose»,  secondo l’espressione di un mistico medievale, ma con la “clausura del cuore”.  Questo è il cuore di Brasca che considerava anche le cose politiche, che  valutava anche le cose politiche, il cammino della storia, ma senza farsi  catturare da nulla, da nessuna delle cose che trattava. Nel cuore del mondo, con  il cuore della Chiesa, cosciente del suo “regale sacerdozio”, come laico. E,  collegata a questa, un’altra considerazione. Brasca non si apparteneva più: pur  vivendo un rapporto gioioso con i nipoti e con la sua famiglia, in realtà Brasca  non si apparteneva più: la Chiesa, sua madre; l’Università Cattolica, sua sposa;  il Sacro Cuore, il suo palpito; san Francesco, il suo stile inconfondibile, il  suo portamento, il suo essere (come testimonia quel suo modo semplice di portare  la giacca doppiopetto, sempre aperta, anche nei momenti particolari, con cui ci  donava un pezzo di “francescanità”); Pietro, la sua roccia e la sua barca. In  questo credeva fortemente, così come ci credeva La Pira.<br />
Brasca era tutto questo. E, tuttavia, se lo riguardiamo adesso, e lo  riguardiamo, Giancarlo appariva agli occhi nostri come un “bambino di Dio”, ma  con il guardare lontano del “profeta”. Il suo sorriso aperto, libero e  liberante; i suoi occhi penetranti, che dischiudevano orizzonti sempre nuovi,  proprio come fanno gli occhi penetranti dei bambini, perché sono gli occhi dei  bambini che dischiudono orizzonti sempre nuovi. Era il “bambino di Dio”, con il  guardare lontano del “profeta”! E il suo guardare lontano, lo abbiamo visto, ha  tracciato un Pontificato, come rivelano due brevi documenti che voglio  ricordare.<br />
Il primo è datato 22 ottobre 1978. Si tratta di un’intervista che, in realtà,  Brasca rilasciò il 21, il giorno immediatamente precedente. «L’Osservatore  Romano» pubblicò quell’intervista con un titolo significativo: I giovani lo  seguiranno. Solo lui lo poteva immaginare: «Il figlio di quella terra, chiamato  ora al soglio pontificio, lo dirà ai giovani di tutto il mondo… Ed essi, è  facile prevederlo, ascolteranno la sua voce, seguiranno la sua via…», disse tra  l’altro riferendosi al Papa. Parole di Brasca. Questa è veramente profezia, nel  senso del “regale sacerdozio”, considerando che quanto aveva detto  nell’intervista di quel 21 ottobre avvenne poi l’indomani, cioè il 22 ottobre,  quando il Papa, incominciando il suo ministero pastorale, alla fine della  solenne celebrazione, rompendo ogni cerimoniale e creando panico nel servizio di  sicurezza, si avviò verso i giovani, si immerse nei giovani. Ebbene, in quell’intervista  del 21 ottobre Brasca disse quello che sarebbe avvenuto l’indomani, quello che è  avvenuto poi nei mesi e negli anni successivi.<br />
Il secondo documento è la lettera che Brasca scrisse al Papa il 20 gennaio 1979,  per ringraziarlo della telefonata che Sua Santità gli aveva fatto la sera  precedente. Una lettera che si conosce, ma che vorrei si conoscesse di più, che  si facesse qualche articolo, che si facesse qualche riflessione, anche qualche  piccolo saggio, perché è un capolavoro sotto tutti gli aspetti. Vorrei ricordare  un passaggio della lettera, là dove Brasca dice: «…mentre Le ripeto il grazie  più devoto per il suo costante interessamento e per la paterna bontà ancora una  volta dimostratami ieri sera, desidero dirLe che offro tutta la mia vita, così  come la vuole Dio, per la fecondità», attenti a queste parole «del gigantesco  piano apostolico che Vostra Santità va sviluppando nei punti nevralgici di tutto  il mondo. Anzitutto, nella nostra povera Italia, che ha bisogno di essere  rivitalizzata spiritualmente, e ricondotta su linee essenziali in una fraternità  che ritrovi i veri punti dell’unità nel comune servizio al Signore con il  materno aiuto di Maria…». Parole di cui andrebbe fatta quasi l’esegesi, alla  luce di quello che è avvenuto nei venticinque anni successivi.<br />
Termino con un grazie e un auspicio: un grazie ai curatori del volume<br />
su Giancarlo Brasca. Maestro e testimone della Regalità di Cristo. Un grazie per  il volume appena pubblicato che è, sono autorizzato a dirlo, sul tavolo del  Santo Padre, che ha gioito e sorriso. L’auspicio invece è che questa  pubblicazione, e le altre precedenti, siano di stimolo a realizzare una ricerca  scientificamente organizzata su Brasca. Un dato è certo: il laico Brasca è  ignorato, da qualcuno addirittura “non valutato”. E fra pochi anni la  generazione che ha conosciuto Brasca non esisterà più, è un dato di fatto. E  allora dobbiamo muoverci, occorre consegnarlo alle nuove generazioni. Un altro  dato è certo: quando la bara di Brasca uscì dalla Cappella centrale della  Cattolica fu accolto da un applauso. E fu la mia sorpresa, perché quell’applauso  partì dai giovani. L’auspicio è questo: bisogna studiare Brasca per consegnarlo  alle nuove generazioni, perché realmente riesca a essere per queste generazioni  un modello di vita, un modo di essere.</p>
<p>(Mario Agnes ha insegnato Storia del Cristianesimo nelle Università di Roma (La  Sapienza e Roma Tre) e di Cassino. Dal 1973 al 1980 è stato presidente nazionale  dell’Azione Cattolica Italiana. Da Paolo VI fu nominato Membro del Pontificio  Consiglio per i Laici. Il 1° settembre 1984 Giovanni Paolo II lo nomina  Direttore Responsabile de «L’Osservatore Romano». Il testo che qui pubblichiamo  è stato pronunciato a Mezzago in occasione del XXV anniversario della morte di  Giancarlo Brasca).</p>
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