di
Pierluigi Fiorini
Il 5 Ottobre del 2003 Antonio Daniele Comboni è stato proclamato santo da Giovani Paolo II. Comboni fu il pioniere tenace e lungimirante della missione in Africa centrale. Con il suo entusiasmo per la missione egli diede vita a un istituto per la formazione dei missionari, chiamato Istituto dei Missionari per la Nigrizia.
Ne fondò anche uno femminile, l’Istituto delle Pie Madri della Nigrizia, sostenne le missioni africane, animato da uno zelo esclusivo per questo impegno, curando l’animazione missionaria con incessanti viaggi alla ricerca di preghiere e sostegno.
Antonio Daniele Comboni nasce a Limone sul Garda (Brescia, ma allora sotto l’impero d’Austria) il 15 marzo 1831. Compie i primi studi nella località natale, poi a Verona; qui entra nell’istituto di don Mazza, un sacerdote dedito alla formazione dei giovani e con una forte sensibilità missionaria.
Il 6 gennaio 1849, a 17 anni, Comboni ha già operato la propria scelta e giura al proprio superiore di consacrare la vita all’apostolato nell’Africa centrale.
Il 31 dicembre 1854 è ordinato sacerdote.
Nel 1857 parte per il suo primo viaggio missionario: dopo un pellegrinaggio in Terra Santa, il gruppo di cui fa parte si reca in Sudan. La separazione dai genitori anziani e provati dalla morte di tutti gli altri figli è particolarmente penosa. Giunti a destinazione, i missionari vengono falcidiati dalle febbri; egli non tarda a rendersi conto che un numero di morti così elevato è dovuto anche alla mancanza di medici e medicine, capisce cioè che la forza eroica dei missionari deve essere sostenuta da una struttura organizzativa solida e non può essere affiancata solo dalla buona volontà di pochi. Nel 1859 è richiamato a Verona, malatissimo. Nel 1861 compie il suo secondo breve viaggio in Africa. Quando è in patria continua a occuparsi della cristianizzazione della Nigrizia: si dedica all’istruzione di studenti africani, raccoglie fondi.
Il 15 settembre 1864, nella basilica di San Pietro, durante il triduo in preparazione alla beatificazione di Margherita Maria Alacoque, concepisce il Piano per la rigenerazione dell’Africa, scritto poi in sessanta ore di lavoro ininterrotto. In esso sostiene la necessità di promuovere la conversione dell’Africa per mezzo dell’Africa stessa. Questo sarà un progetto che perseguirà per tutta la vita cercando di creare un tessuto di insegnanti, sacerdoti, medici, padri e madri africani che possano cooperare in modo decisivo alla missione. Sottolinea inoltre la necessità di considerare lo specifico africano, le difficoltà ambientali e di creare quindi una serie di istituti di formazione nella zona costiera africana da cui partano le missioni per l’interno (“Il Disegno quindi, che noi oseremmo proporre e sottoporre alla S. Congregazione di Propaganda Fide sarebbe la creazione d’innumerevoli Istituti d’ambo i sessi che dovrebbero circondare tutta l’Africa, giudiziosamente collocati in luoghi opportuni alla minima distanza dalle regioni interne della Nigrizia, sopra terreni sicuri ed alquanto civilizzati, in cui potessero vivere ed operare sia l’europeo che l’indigeno africano”, in D. Comboni, A servizio della missione. Antologia di testi, San Paolo, Cinisello 2003, p. 192). Richiamerà poi la necessità di considerare la missione come impegno di tutta la Chiesa verso tutta l’Africa, ponendo termine allo sforzo di singoli istituti verso singole aree, senza un reale collegamento tra le varie iniziative. Avrà la possibilità di illustrare il proprio piano a Pio IX, che gli dirà: “V’incarico di studiar la maniera di associare al Piano tutte le altre Istituzioni e società; vi do la mia benedizione, labora sicut bonus miles Christi” .
Gli anni seguenti sono anni di difficoltà, incomprensioni, di accuse ingiuste, ma don Comboni opera instancabilmente, perdona, lavora sui due fronti, come missionario e come organizzatore. Dopo avere bene organizzato i due Istituti di Verona e i due del Cairo, dove, secondo quanto previsto dal suo Piano, i missionari si preparano alla loro azione evangelizzatrice in zone più difficilmente accessibili e dal clima ostile, egli progetta di allargare la missione nell’interno del Sudan e verso i Grandi Laghi. Come sempre, egli è in prima linea per cercare di ottenere questi risultati, affronta ancora malattie, caldo, difficoltà territoriali di ogni tipo, ma ancora, purtroppo, anche incomprensioni, scelte delle autorità romane che gli sembrano dettate da scarsa informazione, da valutazioni non sempre corrette.
In occasione del concilio Vaticano I fa notare che tra i padri conciliari mancano completamente africani: chi darà voce alle necessità di queste popolazioni? A suo avviso il problema delle missioni in queste terre è improrogabile, deve essere posto all’ordine del giorno: si dedica quindi alla stesura del Postulatum Sacro Concilio Oecumenico Vaticano pro nigris Africae centralis. La sua richiesta di discutere la questione africana viene accolta e il tema è inserito tra quelli che saranno affrontati. Le vicende successive del concilio e dello Stato pontificio ne impediranno però la discussione.
Nel 1877 viene consacrato vescovo di Claudiopoli, in partibus infidelium, e nominato vicario apostolico dell’Africa centrale. Alla fine dello stesso anno raggiunge ancora una volta l’Africa. Questo nuovo viaggio missionario, il penultimo, è segnato da difficoltà gravissime legate alla terribile carestia che imperversa nella zona del Sudan, portando dietro a sé malattie e pestilenza; queste mietono vittime anche tra i missionari e Comboni si ammala in modo grave. Rientrato in Italia di nuovo verrà circondato da accuse e incomprensioni.
Riesce a ripartire solo alla fine del 1880; tenta di allargare la sua missione sempre di più verso l’interno. Il panorama umano che gli si spalanca davanti è straordinariamente interessante, quello di un popolo “morale; di tempra forte, laborioso”. Presto ritornano le accuse, in gran parte ripetizione di chiacchiere vecchie di cui ha già avuto modo di mostrare l’infondatezza, e gli abbandoni da parte di personaggi su cui contava in Italia; a rendere il suo dolore più profondo gli giunge la notizia che le accuse nei suoi confronti sono state riferite al padre. Egli non parla ai suoi missionari e alle sue suore di queste terribili sofferenze morali. Questa pena si somma a quella per la morte di tanti di coloro che lo circondano; sostiene moribondi, amministra sacramenti, celebra esequie, quando ormai anche lui è in preda alle febbri.
Il 10 ottobre 1881, ricevuti i sacramenti, il vescovo Antonio Daniele Comboni si spegne per febbri “perniciose”. L’Africa che già viene squassata dalla rivolta mahdista si avvia a conoscere tutto il peso del colonialismo europeo.
Il progetto di Comboni – che l’Africa dovesse essere soggetto protagonista della propria rigenerazione – era straordinariamente innovativo per i tempi, anche se in qualche modo profeticamente indicato nella Istruzione ai missionari, approvata da Gregorio XVI nel 1845. Si trattava di pensare a educatori, genitori e clero africani che operassero per la salvezza dei fratelli. Il fatto che nei suoi istituti maestre africane insegnassero ad allieve africane ed europee può essere considerato come un evento rivoluzionario per l’epoca e divenne una testimonianza evidente della realizzabilità di tale progetto. Questo grande missionario ebbe subito chiara la necessità di liberare l’Africa dall’orribile peso della schiavitù; le leggi e gli accordi internazionali del tempo erano perentori, ma ampiamente disattesi, in molti casi per volere delle stesse autorità, conniventi, interessate o corrotte. La lotta contro questo abuso fu durissima e Comboni richiamò incessantemente i responsabili al loro dovere, sollecitò interventi. Se anche, come mostra la sua preoccupazione per il persistere del commercio degli schiavi e come indica il suo Piano, l’aspirazione di Comboni era quella per una complessiva rigenerazione dell’Africa, comunque il primato dello spirituale è assolutamente indiscutibile: una lettura anche solo frettolosa o rapsodica dei suoi scritti mostra chiaramente che lo scopo delle missioni africane è quello della salvezza delle anime: “Dovremo affaticare, sudare, morire; ma il pensiero che si suda, si muore per amore di Gesù Cristo, e per la salute delle anime le più abbandonate del mondo, è troppo dolce per sgomentarci alla grande impresa” (in D. Comboni, A servizio della missione. Antologia di testi, San Paolo, Cinisello 2003, p. 77. In uno scritto del 1858). Ancora nel luglio 1881, a meno di tre mesi dalla morte, ribadiva: “Noi siamo fatti per salvare le anime, che si dica quel che si vuole. Dio me ne renderà la mercede, perché Deus charitas est. Disprezzo me stesso quando si tratta di carità; non curo l’opinione <…>; ascolto solo la mia coscienza quando si tratta di pericolo che un’anima si perda” (Ibid., p. 98).
L’attesa del Paradiso, del “caro Paradiso”, come diceva una suora missionaria che esercitava la propria azione al suo fianco, consente di affrontare le pene terrene, talvolta anche di guardarle con distacco, come lontane da sé: “Ah! Se Don Losi, Don Luigi ed io riusciamo a trovarci insieme in Paradiso (e molto più se vi sarà, come spero, anche Don Bortolo Rolleri) [tre sacerdoti che avevano colpito Comboni con accuse ingiuste]… dobbiamo molto ridere sulle interessanti commedie che abbiamo rappresentate qui in terra. O caro Paradiso!”. L’attesa della salvezza è il conforto anche nei momenti di più duro abbandono, quando non è possibile alcun distacco dalla sofferenza, come accade negli ultimi mesi di vita: “L’altro giorno ricevetti la posta, che mi portò il più grande affanno e dolore <…> e che mi gettò a letto per ben tre giorni e che chi sa quando potrò respirare. I Missionari credono che sia mal di schiena <…> ma la vera causa nota solo a Dio ed a me, è un profonda e tremenda afflizione, che supera tutte le umiliazioni e afflizioni subite e per tante ingiustizie e dispiaceri sofferti <…> Ma io sono troppo infelice. Gesù mi aiuterà certo, la Vergine Immacolata e S. Giuseppe mi aiuteranno: ringrazio Gesù delle croci, ma la mia vita è un oceano di affanni procuratimi da chi è buono e mi ama. Mio Dio! Caro Paradiso, dice Sr. Vittoria, ed ha ragione. Ma ho il cuore impietrito. Ma l’Africa sarà convertita, viva Noè, e Gesù aiuterà a portar la Croce” (Ibid. p. 319).
Per Comboni il lavoro di evangelizzazione si fonda anche su strategie precise: il missionario non proporrà subito la sua istruzione religiosa, prima si guadagnerà stima, rispetto e benevolenza con il suo comportamento, l’assistenza ai malati, la generosità operosa. Inoltre, considerata la struttura gerarchica del villaggio e della tribù africani, si dedicherà in particolare alla conversione del capo, di cui gli altri facilmente seguiranno l’esempio. Infine il missionario deve sapere attendere tempi lunghi, che spesso superano i suoi: ad esempio è possibile che i giovani da lui battezzati diano poi vita a vere famiglie cristiane, ma soprattutto deve ricordare che a lui compete una semina di cui non vedrà il frutto; questo sarà raccolto da altri, in seguito. Se tali sono gli strumenti che si useranno saggiamente, Comboni ricorda che i fondamenti del successo della missione evangelizzatrice sono ben altri: la preghiera e la croce, il martirio. Fedelissimo personalmente alla preghiera, Comboni non esitò a richiedere orazioni, così che in momenti difficili lo consolava pensare che più di duecento istituti religiosi pregavano per la sua azione. Affermava: “La Croce e il martirio sono la vita dell’apostolato delle nazioni infedeli; e l’Africa Centrale certo si convertirà alla vera fede pella Croce e pel martirio” (Ibid. p. 44). Ancora: “Ora ci restano maiores labores, pericula, hoerumnae, e innumerevoli croci. Ma non pervenitur ad victoriam nisi per magnos labores. Cristo risuscitò dopo aver subito la morte di Croce. Egli ci aiuti a morire per amor suo e per la salvezza dell’infelice Nigrizia, per la quale morì sulla Croce”; oppure “la Croce e le più grandi tribolazioni sono necessarie per la conservazione, per la stabilità e il progresso delle opere di Dio, che devono sempre nascere, crescere e prosperare ai piedi del Calvario” (Ibid., p. 261). Nella croce, secondo Comboni, si fondano anche ragioni saldissime di speranza: nel 1875 da Khartum scriveva: “Che tutte le opere di salute nascano e si sviluppino a piè della Croce è un fatto sancito oggimai dalla costante esperienza di diciannove secoli; e la persuasione di ciò, come tenne forte il mio spirito contro le mille difficoltà, tra le quali l’Opera redentrice dell’Africa radicava, così nei presenti disastri eziandio più e più m’incoraggia. Ma il Signore, che affanna e rallegra, in quello che con una mano mi offre una croce, a cui coll’entusiasmo di uno spirito, che volentieri accetta un pegno sicuro di protezione, mi sobbarco, additami coll’altra ragioni di speranza e di consolazione” (Ibid., pp. 299-300).
Tra le numerose croci che dovette patire ci furono quelle degli abbandoni, delle accuse ingiuste, della denigrazione anche da parte di collaboratori su cui contava e a cui dava fiducia. Quest’uomo alto, di tempra robusta, dai capelli e la barba bruni, dal temperamento impetuoso, la cui dolcezza compariva negli occhi anche quando parlava, fu sempre capace di perdono. Non mostrò risentimento nei confronti di alcuno dei suoi diffamatori e mantenne inalterati stima e apprezzamento verso quanti continuarono a cooperare alla missione. Riporta così il colloquio con uno dei suoi detrattori: “ ‘Figlio mio, scrivi ciò che vuoi a Sua Eminenza contro di me; scrivi anche a Roma alla Propaganda e al Papa che io sono una canaglia, degno del capestro etc. Ma io ti perdonerò sempre, ti vorrò sempre bene: basta che tu resti sempre in missione, e mi converta e mi salvi i miei cari Nubani, e tu sarai sempre mio caro figlio, e ti benedirò fino alla morte’. Allora egli rispose: ‘Per questo non dubiti, io morirò nella Nigrizia e dove lei mi destinerà a lavorare pei Negri’. Allora lo abbracciai e gli dissi “Moriamur pro Nigritia’ ” (Ibid., p. 99).
Comboni visse l’amore per la missione come impegno esclusivo e perì in terra di missione, convinto dell’universalità dell’amore di Gesù, morto sulla croce per tutti gli uomini, chiamati tutti a seguirlo con pari dignità. Dopo di lui tanti si sono mossi sulle sue tracce, i missionari e le suore comboniani, guidati dallo stesso progetto: “O Nigrizia, o Morte”. Tanti loro gesti nei confronti dei diseredati e degli abbandonati hanno reso di nuovo vere le parole del fondatore: “Io ritorno fra voi per non mai più cessare di essere vostro, e tutto al maggior vostro bene consacrato per sempre, il giorno e la notte, il sole e la pioggia, mi troveranno egualmente e sempre pronto ai vostri spirituali bisogni: il ricco e il povero, il sano e l’infermo, il giovane e il vecchio, il padrone e il servo avranno sempre uguale accesso al mio cuore. Il vostro bene sarà il mio, e le vostre pene saranno pur le mie. Io prendo a far causa comune con ognuno di voi, e il più felice dei miei giorni sarà quello, in cui potrò dare la vita per voi.” (Ibid., p. 42).
Il 17 marzo 1996 Sua Santità Giovanni Paolo II proclama beato Daniele Comboni, che ora, a conclusione del processo canonico, è stato dichiarato santo.
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