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	<title>Testimoni del Tempo &#187; Testimoni della verità</title>
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	<description>Vogliamo salvare dall&#039;oblio il ricordo di uomini e donne che hanno lottato per la giustizia e l&#039;amore nel mondo</description>
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		<title>Vigilio Federico Dalla Zuanna</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 14:40:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1880 - 1956. Una delle figure episcopali più forti e originali della Chiesa di Pio XII, figura dimenticata perchè sopraffatta dalla vicenda ecclesiale di don Zeno Saltini e Nomadelfia. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Remo Rinaldi</strong></p>
<p>Monsignor Dalla Zuanna (1880 &#8211; 1956) è una delle figure episcopali più forti e originali della Chiesa di Pio XII, figura dimenticata perché sopraffatta dalla vicenda ecclesiale di don Zeno Saltini e Nomadelfia.</p>
<p>IL FRATE<br />
Federico Dalla Zuanna, nato a Valstagna (Vicenza), in una povera famiglia contadina, entra tra i frati minori cappuccini a 13 anni. E’ novizio col nome di fra Vigilio da Valstagna. Ordinato sacerdote a Venezia nel 1904, è immediatamente scelto come segretario dal ministro provinciale Serafino da Udine, il quale lo fa soggiornare in Austria, nei periodi estivi, affinché s’impadronisca della lingua tedesca. Inviato a Roma per perfezionarsi negli studi, consegue la laurea in teologia alla Gregoriana e in filosofia alla Pontificia Accademia di San Tommaso. Si diploma in lingua ebraica e in paleografia. Chiamato alle armi nel maggio 1915, nel luglio successivo è cappellano dei Gruppi di Artiglieria a Cavallo, con la funzione aggiunta di interprete di tedesco. Partecipa a tutte le operazioni di guerra del suo Gruppo, facendo da interprete anche alle immediate dipendenze del Comando Supremo. Si distingue per la generosa dedizione ai suoi compiti.<br />
Congedato nell’aprile 1919, nel luglio è direttore e professore dello Studio teologico di Padova. Si afferma pure come predicatore, assai apprezzato nei seminari, per i ritiri del clero, tra i laureati cattolici. Nel maggio 1925 è eletto ministro provinciale. Nel 1926 decide di aprire un piccolo seminario a Santa Croce di Aidussina, a est di Gorizia, per aspiranti cappuccini di lingua sloveno-croata, proprio mentre le autorità governative fasciste procedono all’italianizzazione culturale forzata del territorio, ricorrendo, se occorre, ai metodi dello squadrismo anche nei confronti del clero. Nega al provveditore agli studi e al vescovo di Trieste la sostituzione di un padre cappuccino esonerato dall’insegnamento per discorsi offensivi del sentimento nazionale, ossia per aver parlato francamente dell’anticlericalismo non sempre fine di Garibaldi, Oberdan, Battisti. I motivi dell’esonero non gli sembrano “sufficienti”. Impedisce la nomina di alcuni frati cappuccini come cappellani delle organizzazioni giovanili fasciste di Trieste, Capodistria, Pola.<br />
Sempre nel 1926, forma un gruppo di padri editori, del quale è direttore, e dà inizio alla trascrizione dei manoscritti di san Lorenzo da Brindisi, custoditi nell’archivio provinciale dei cappuccini veneti. Il primo volume delle Opera omnia di san Lorenzo è pronto nel marzo 1928. Si tratta di un’impresa editoriale immane, invano tentata da altri, portata a compimento in un ventennio per la decisione, la preparazione scientifica, la costanza, le doti organizzative del padre Vigilio. Alla fine, sono quindici volumi di grande formato per complessive 8.000 pagine. L’edizione è la premessa della proclamazione di san Lorenzo da Brindisi a dottore della Chiesa da parte di Giovanni XXIII.<br />
Durante il triennio del provincialato, il padre ha compiuto pure una visita alle missioni dei cappuccini veneti in Brasile, con un viaggio fortunoso durato quattro mesi e mezzo.</p>
<p>PREDICATORE APOSTOLICO E MINISTRO GENERALE<br />
Nel 1931, padre Vigilio è eletto ministro provinciale per la seconda volta. Mentre è nel pieno della realizzazione dei suoi progetti, il ministro generale gli comunica che il papa Pio XI lo ha scelto come predicatore apostolico. Contrariamente alla consuetudine, che impone al predicatore apostolico di lasciare ogni altra carica, il papa consente che resti ministro della provincia, affinché possa partecipare di diritto al prossimo capitolo generale del 1932, in occasione del quale padre Vigilio è eletto ministro generale al primo scrutinio e all’unanimità, cosa mai accaduta nella storia dell’Ordine. Oltre alla stima di cui gode nell’Ordine, certamente ha influito, su questo consenso dei padri capitolari, l’alta considerazione che il papa nutre per il padre Vigilio. Pio XI contravviene ancora una volta alla consuetudine, gli conferma pubblicamente i due uffici, perché non vuole privarsi del suo predicatore. Al termine delle prediche, spesso gli esprime la propria soddisfazione. Il padre, nella sua cronaca della predicazione al Palazzo apostolico, scrive semplicemente che il papa gli ha detto “buone parole”.<br />
Per far fronte ai due importanti uffici, padre Vigilio si organizza in questo modo: dal periodo che precede l’Avvento e sino a Pasqua, resta a Roma, spostandosi solo per brevi viaggi indispensabili; dal periodo postpasquale all’autunno, compie i lunghi viaggi per le visite alle province in Italia o all’estero. Tutte le iniziative e le decisioni del periodo del suo generalato sono prese in singolare sintonia con Pio XI, il quale non manca di esprimergli anche pubblicamente il suo apprezzamento. La devozione e la dedizione del religioso per il papa sono ricambiate dalla stima di Pio XI. Il papa gli affida incarichi di fiducia e lo asseconda con alcuni provvedimenti a favore dell’Ordine, come la decisione di riammettere il padre Pio da Pietrelcina nell’esercizio pubblico del ministero sacerdotale nel 1933-34.<br />
Le convinzioni che il papa e il frate si formano su alcuni fatti importanti della politica europea degli anni Trenta, sono indicative della consonanza che esiste tra loro, per una sorta di influenza reciproca. Il ministro generale, informato dai missionari cappuccini, ragguaglia il papa sulla realtà della conquista dell’Etiopia, che non può essere scambiata per un’azione civilizzatrice, come credono molti presuli italiani. Il papa manifesta la sua disapprovazione per la guerra etiopica. Padre Vigilio, informato dai cappuccini tedeschi e austriaci, contribuisce a rendere edotto il papa sul volto reale del nazismo, concorrendo al formarsi dell’avversione di Pio XI per il nazional-socialismo, per il razzismo, per l’antisemitismo, per l’annessione dell’Austria (a proposito della quale si ignora un’importante presa di posizione del papa manifestata per mezzo del padre Vigilio) e per l’alleanza italo-tedesca. Il comportamento del padre, con qualche esponente del Governo italiano, denota un atteggiamento piuttosto critico nei confronti del fascismo.<br />
E’ singolare il rapporto di confidenza, l’intesa che si viene a creare tra un papa autoritario come Pio XI e questo suo collaboratore, che si trova a lato della linea formale della collaborazione diretta, anche se, come predicatore apostolico, padre Vigilio fa parte della Famiglia pontificia. Naturalmente l’azione del ministro generale cappuccino si svolge anche in altre direzioni. Sono importanti e lungimiranti, per esempio, le sue iniziative a favore della promozione degli studi nell’Ordine, quelle intese a incrementare, anche sotto l’aspetto qualitativo, l’attività missionaria, e quelle atte a favorire la formazione dei giovani religiosi.<br />
Verso la fine del 1937 la salute del papa è in declino. La Curia romana ricorre al pontefice il meno possibile. Nel giugno del 1938, padre Vigilio termina il sessennio del suo generalato. Si aspetta di essere rieletto, ma non è riconfermato. Se nel 1932 era stato eletto con il favore di Pio XI, ora si rileva che il desiderio del papa non ha più gran peso. La mancata rielezione amareggia molto padre Vigilio, tanto più perché ha saputo che un suo definitore generale ha diffuso tra i padri elettori una nota scritta, nella quale si sostiene che il generale uscente, essendo anche predicatore apostolico, non può dedicarsi completamente all’Ordine come sarebbe desiderabile. Padre Vigilio nasconde l’affronto nel suo gran cuore, tace, si ritira nel convento di Belluno per un periodo di riposo. Nell’ottobre ritorna a Roma per le prediche dell’Avvento. Dopo l’ultima predica del 21 dicembre 1938, il papa lo intrattiene, gli dice “buone parole” e lo ringrazia. Ha il presentimento, e glielo dice, che quella sia per lui l’ultima predica. Nella scarna cronaca della sua predicazione al Palazzo apostolico, padre Vigilio annota: “Il 10 febbraio il grande Pontefice Pio XI spirava”. Il 3 marzo 1939, il cardinale Eugenio Pacelli è eletto papa.</p>
<p>VESCOVO A CARPI<br />
Preconizzato vescovo a Carpi, entra in diocesi il 15 agosto 1941. E’ naturale che il suo servizio episcopale risenta delle sue precedenti esperienze e risulti piuttosto difforme, per certi aspetti, dall’azione pastorale degli altri vescovi del territorio. E’, infatti, il suo atteggiarsi e il suo comportarsi durante i fatti e gli avvenimenti della guerra e della Resistenza a differenziarlo nettamente dai vescovi emiliani. Nonostante sia predicatore apostolico, monsignor Dalla Zuanna non si distingue per quello che dice o scrive, ma anzitutto per quello che decide e compie. Che è una caratteristica francescana. San Francesco era convinto che c’è più bisogno di buoni esempi che di belle prediche. Il suo stile episcopale è nuovo: il governo ecclesiale esercitato come servizio, manifestato come paternità.<br />
Durante il periodo sanguinoso della Resistenza modenese, affronta con chiarezza di idee i problemi posti dalle mutevoli situazioni che si susseguono nel periodo tra la caduta di Mussolini, il Governo Badoglio, il ricostituirsi del Governo fascista repubblicano. Non si allinea con gli altri vescovi che si isolano e stanno prudentemente a guardare. Non esita a compromettersi sul piano pratico e pastorale, lasciandosi provocare dai segni dei tempi e coinvolgere nelle circostanze della storia. Si comporta da pacificatore, difensore dei deboli, salvatore dei prigionieri e dei condannati.<br />
Si forniscono solo pochi esempi. Permette il passaggio dei militari del 36° Reggimento di Fanteria acquartierati a Carpi per il monastero di clausura delle Suore cappuccine, perché possano sfuggire ai tedeschi e alla deportazione in Germania. Consente pure l’occultamento delle armi del Battaglione nel monastero, perché non cadano in mano tedesca. Nel dicembre 1943, interpellato da un esponente comunista locale, autorizza che si costituisca in sede cattolica il Comitato di Liberazione Nazionale carpigiano, con la partecipazione di un sacerdote come rappresentante del futuro partito cattolico. Un fatto molto rilevante, quando si pensa che i vescovi viciniori non stimolano i laici, e tanto meno i loro preti, a impegnarsi in questo modo.<br />
Il vescovo, anziché rifugiarsi nel silenzio, nell’attesa di decisioni superiori, decide di intervenire secondo la propria esperienza e la percezione che si forma degli avvenimenti. Non logora la volontà nel dubbio se sia meglio salvaguardare la saldezza dell’Istituzione, il comportamento imparziale della Gerarchia o immergersi nel concreto, con decisioni che potrebbero anche essere fraintese. In certi momenti difficili della storia, la peggior parzialità è non compromettersi.<br />
Tutto il periodo della Resistenza è contrassegnato dai numerosi interventi personali del vescovo Dalla Zuanna presso i comandi tedeschi e repubblicani, per impedire eccidi, per salvare, soccorrere, difendere “i colpiti in qualunque modo dalla sventura”. A quel tempo e in quelle circostanze, i vescovi assai di rado si esponevano di persona. Si servivano di intermediari, scrivevano. Monsignor Dalla Zuanna, al contrario, interveniva sempre di persona, convinto che l’esempio e il servizio sono la forma evangelica e francescana dell’autorità. Nel periodo fra il settembre 1943 e l’aprile 1945, e anche dopo, il vescovo si impone come padre e difensore di tutti coloro che soffrono. Non per ragioni legate a convinzioni politiche o sociali (quantunque egli abbia le sue idee), ma per motivi anzitutto evangelici e religiosi. Alcuni episodi tra i più indicativi.<br />
Il 12 luglio 1944, interviene d’urgenza al poligono di tiro di Cibeno, proprio mentre i tedeschi stanno fucilando per rappresaglia una settantina di prigionieri del campo di Fossoli. Prega, implora, poi osa protestare, si avanza. Un militare lo blocca puntandogli l’arma contro il petto. “Restando io fermo sul posto”, scrive il vescovo, “fui costretto per forza brutale ad allontanarmi, mentre 68 venivano barbaramente trucidati”. Questa volta non riesce a salvare nessuno, ma almeno ci ha provato, nonostante l’inutilità prevedibile del tentativo, ed è l’unico vescovo italiano che si porta sul luogo di un massacro, disposto a subire la violenza degli esecutori.<br />
Il 15 agosto 1944, a Cibeno di Carpi, è ucciso in circostanze ignobili, il console della Guardia repubblicana Filiberto Nannini. Come rappresaglia, viene ordinata l’uccisione di 36 prigionieri politici. Il vescovo riesce a intervenire prima dell’esecuzione. Ha un’accesa discussione in cattedrale con il colonnello Antonio Petti, comandante della Guardia nazionale repubblicana di Modena. Riesce a ottenere la riduzione del numero dei fucilandi. Scrive: “Speravo che tutto fosse sospeso, ma furono fucilati 16 contro la promessa fatta”.<br />
Il 1° settembre 1944, intervenendo a seguito della richiesta dell’arcivescovo monsignor Boccoleri, riesce a scongiurare la fucilazione a Modena di 48 persone.<br />
Il 10 settembre 1944, si reca di persona al campo di prigionia di Fossoli a “perorare”, con l’aiuto del segretario don Tonino Gualdi, il rilascio di un gruppo di internati. Si tratta di una quindicina di persone, tutte scampate all’irruzione e al massacro compiuto dai tedeschi nella certosa di Maggiano di Lucca. Sono liberati e consegnati, sotto la sua custodia e responsabilità, alcuni monaci certosini, un francescano, un suddiacono di Lucca e alcuni laici. I quali sono così sottratti alla deportazione in Germania e a morte praticamente certa.<br />
Il 14 novembre 1944, dopo febbrili trattative condotte dal vescovo tra forze tedesche e partigiane, sono salvi 60 fucilandi, già legati e allineati per la fucilazione contro il muro della chiesa a Limidi di Soliera. Il fatto è l’epilogo di uno scontro armato tra partigiani e tedeschi ed è notevole per più ragioni. Anzitutto perché si arriva a interessare del caso persino il Comando supremo della Wehrmacht in Italia. Poi, perché sono rilasciati anche sei soldati tedeschi catturati dai partigiani, fatto tenuto in ombra. Infine perché i fucilandi erano 600, ossia 100 per ogni soldato catturato. Perciò i salvati non sono solo i 60 già allineati contro il muro per la fucilazione.<br />
Il 7 marzo 1945, riesce a evitare una rappresaglia, dopo aver convinto a rilasciare tre militi della Guardia nazionale repubblicana fatti prigionieri.<br />
Il 22 marzo 1945, ottiene la salvezza di 60 capifamiglia di Budrione, destinati alla fucilazione se non sono rilasciati tre militari tedeschi prigionieri. Sebbene i tre non siano rilasciati, il comando tedesco mette in libertà i capifamiglia.<br />
Questi sono solo i casi più clamorosi. Parecchi altri riguardano la salvezza e la liberazione di singole persone o preti. C’è un altro particolare che differenzia il nostro vescovo da altri comportamenti vescovili del territorio. L’intensa opera di pacificazione, di soccorso e di salvezza non va a discapito della normale azione pastorale, che non subisce rallentatamenti o sospensioni, anche se resa più ardua dalla situazione.<br />
Non è lecita un’interpretazione di parte, come ha fatto una storiografia fortemente ideologizzata, trasformando il Dalla Zuanna nel “capo spirituale” della Resistenza modenese, contrapponendolo polemicamente ai turbamenti e alle inerzie dell’arcivescovo di Modena Boccoleri. Monsignor Dalla Zuanna è, in realtà, il testimone dell’amore evangelico, della religiosità francescana. Tant’è vero che, nei giorni che precedono la liberazione, le due parti in lotta si rivolgono al vescovo affinché a Carpi siano evitate le conseguenze più sanguinose della resa. Altrettanto accade a Modena, dove il vescovo interviene in aiuto all’arcivescovo metropolita. La Resistenza non è stata solo quella armata, ma anche quella disarmata del coraggio e della carità cristiana.<br />
Proprio il giorno che precede la liberazione, il vescovo si reca a visitare i feriti tedeschi ricoverati nell’ospedale di Carpi. Dice loro parole di conforto e di speranza nella loro lingua, riesce a farli sorridere, racconta un testimone. Un gesto di audacia incredibile in quei giorni e in quella terra rovente. Per molto meno altri ci rimettono la vita, ma nessuno osa criticare il vescovo di Carpi, tanto alto è il prestigio che si è guadagnato in quei tempi della ferocia. Nell’agosto 1945, ritornando da Roma, sosta a Livorno. Si reca al campo di prigionia di Coltano, dove sono concentrati i pionieri fascisti e nazisti. Vuole portare conforto ai carpigiano detenuti e perorare nientemeno che la liberazione di un soldato tedesco raccomandatogli da don Zeno Saltini. Nessuno gli dà retta, non gli permettono di parlare con il comandante americano del campo. Sbotta in una esclamazione provocatoria: “Almeno coi tedeschi riuscivo a parlare!”.<br />
A cavallo degli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso, la diocesi di Carpi diventa un luogo nevralgico della Chiesa italiana. Don Zeno Satini si mette in evidenza con alcuni tentativi di organizzare dei movimenti politici di netta marca cristiano-sociale, reclamando sulle piazze, con parole infiammate, la giustizia distributiva. Inoltre, nell’ex campo di prigionia di Fossoli, egli dà inizio a una comunità denominata: Nomadelfia (=legge della fraternità), organizzata secondo il modello delle prime comunità apostoliche: una società nuova fondata sulla civiltà del Vangelo. L’ideale cristiano non è più l’individuo virtuoso, il santo, ma la società santa che si regge su costumi e ordinamenti cristiani.<br />
In quel tempo di lotta al comunismo, le iniziative di don Zeno furono fraintese e si scontrarono con l’opposizione delle autorità civili e religiose. Don Zeno e Nomadelfia furono condannati al naufragio, facendone pagare le conseguenze più gravi a varie centinaia di minori sventurati che avevano trovato nelle famiglie di Nomadelfia affetto e cure. Monsignor Dalla Zuanna era del parere che la carità indiscussa di don Zeno non dovesse essere impedita da misure persecutorie, non era d’accordo con le autorità religiose e civili, difese il suo prete fino all’ultimo. Le competenti autorità della Santa Sede lo invitarono perciò a dimettersi. Il vescovo ubbidì dignitosamente., senza nascondere quanto pensava.</p>
<p>REMO RINALDI, nato a Mirandola (Modena) nel 1932. Ha operato nei settori della formazione professionale e dell’amministrazione del personale. Studioso di storia contemporanea, ha indagato su importanti e trascurati avvenimenti socio-religiosi accaduti nel Modenese del dopoguerra. Su monsignor Dalla Zuanna ha pubblicato:<br />
-Vigilio Federico Dalla Zuanna, Curia provinciale Cappuccini, Venezia-Mestre 1992.<br />
-La resistenza di un vescovo, Vigilio Federico Dalla Zuanna vescovo di Carpi tra guerra e<br />
ricostruzione, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1996.<br />
-Vigilio Federico Dalla Zanna (1880-1956) vescovo cappuccino di Carpi, in: Collectanea<br />
franciscana, Roma, 72/1-2, 2002.</p>
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		<title>Rosetta e Giovanni Gheddo</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 14:38:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1902 - 1934 1900 - 1941 (?) Due sposi dei nostri tempi, veri modelli di vita cristiana]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left"><img class="alignleft size-medium wp-image-180" title="rosettagiovannigheddo" src="http://www.testimonideltempo.it/wp-content/uploads/2009/10/rosettagiovannigheddo-300x221.jpg" alt="rosettagiovannigheddo" width="300" height="221" />di <span style="font-size: x-small;"><strong> Piero Gheddo</strong></span></p>
<p>Due anni fa ho pubblicato “Il Testamento del Capitano (San Paolo, 2002, pagg. 210) con le lettere di mio papà Giovanni alla famiglia, scritte mentre era militare in Russia durante l’ultima guerra mondiale, con il racconto della sua vita e di quella di mamma Rosetta. Un ricordo di famiglia che ha avuto un buon successo di vendita, ma soprattutto ha fatto conoscere al Popolo di Dio la santità dei miei genitori. Infatti, dopo quella pubblicazione ho ricevuto inviti per conferenze e tante lettere e telefonate di persone che si dicevano commosse da questi giovani sposi dell’Azione cattolica; parecchi aggiungevano che erano dei santi e alcuni chiedevano la Causa di Beatificazione. Sono sempre stato convinto, come i miei fratelli Francesco e Mario e tutta la nostra famiglia, della santità dei nostri genitori. Ma non osavo avanzare la proposta di beatificarli: mi pareva, come figlio, poco opportuno. Pregavo e facevo pregare per conoscere la volontà di Dio. Diverse circostanze mi hanno convinto della bontà di questa idea: ad esempio, alla Congregazione dei Santi, il sottosegretario mons. Michele Di Ruberto mi ha detto: “Questa Causa piacerebbe molto al Papa, perché si tratta di due sposi dei nostri tempi. Il Papa vuole beatificare dei laici che siano modelli attuali di vita cristiana, non solo vescovi, preti e suore”.<br />
La spinta finale me l’hanno data le monache di clausura Redentoriste di Magliano Sabina (Rieti), che ho visitato per la prima volta l’11 gennaio di quest’anno. Mi hanno detto che, dopo aver letto il mio libro, hanno stampato al computer delle immaginette di papà e mamma (assieme, prendendo le loro foto dal libro), li pregano e ottengono grazie per loro intercessione. Mi hanno presentato una pergamena con la richiesta ufficiale di proporre la Causa di Beatificazione all’Arcivescovo di Vercelli, dal quale dipende la decisione finale. Il 19 gennaio ho scritto a mons. Enrico Masseroni e tre giorni dopo mi ha risposto per telefono dichiarandosi entusiasta della proposta. Domenica 14 marzo, don Piero Grasso, parroco del nostro paese di Tronzano (Vercelli, 3.500 abitanti), ha comunicato in tutte le Sante Messe la decisione dell’Arcivescovo di iniziare il processo diocesano per esaminare la vita di papà e mamma in vista di una loro eventuale beatificazione.<br />
Perché questa iniziativa di carattere religioso? Papà Giovanni e mamma Rosetta sono esempi di come erano gli sposi cristiani e la vita di fede nelle campagne vercellesi 60-70 anni fa. Rosetta Franzi era nata nel 1902 a Crova (Vercelli) e aveva sposato nel 1928 Giovanni Gheddo, nato nel 1900 a Viancino (Vercelli). In famiglia ricordano che si volevano bene e desideravano avere tanti figli! Nel 1929 sono nato io, nel 1930 Francesco, nel 1931 Mario, nel 1933 la mamma ha avuto un aborto spontaneo e nel 1934 doveva partorire due gemelli. Invece è morta di parto, di polmonite e di setticemia (allora non esistevano gli antibiotici!), lei con i due gemellini, il 26 ottobre 1934.</p>
<p>Rosetta Franzi veniva da una bella famiglia, seconda di quattro figlie (anche sua mamma, nonna Maria, era una cristiana esemplare). Si era diplomata insegnante elementare e ha speso la sua breve vita nella famiglia, lasciando un forte ricordo di santità, che ho delineato nel libro in diversi episodi. La sorella Emma (oggi ha 91 anni) ricorda: “Era benvoluta da tutti perché era una donna di pace; non parlava mai male di nessuno e se c’era qualche pettegolezzo, lei cercava di vedere gli aspetti positivi della persona di cui si parlava. Viveva in modo appassionato l’impegno della fede e dell’Azione cattolica”. La morte di parto a 32 anni, lasciando tre bambini piccoli, commosse Tronzano e Crova. Zia Emma ricorda che nella “Messa di trigesima” (30 giorni dopo il funerale), la chiesa di Crova era piena e don Giuseppe Oglietti, parroco e suo confessore, celebrò con i paramenti bianchi dicendo: “Celebriamo la Messa non da morto, perché Rosetta è già in Paradiso; ma cantiamo la Messa degli Angeli perché lei era veramente un angelo”. Oggi, dopo il Concilio Vaticano II, abbiamo una “liturgia creativa” e noi preti siamo più liberi, ma nel 1934 questo era un fatto eccezionale e molto significativo.<br />
Papà Giovanni era diplomato geometra e aveva fatto il militare negli ultimi mesi della prima guerra mondiale, esercitando poi a Tronzano la sua professione. Anche lui veniva da un’ottima famiglia. Nonna Anna (seconda elementare) aveva avuto dieci figli e fece da madre a me e ai miei due fratelli; la ricordiamo ancora per la sua bontà e grande fede: è lei che ci ha educati alla fede e alla preghiera! Papà era un militante d’Azione cattolica: uomo saggio e buono, in paese era chiamato per portare la pace in famiglie divise o quando c’erano liti e dissensi. Di lui ricordiamo diversi episodi riportati nel volume citato. Nella nostra famiglia, dopo la morte della mamma ricomposta con papà, nonna Anna, zia Gina e zia Adelaide, insegnante elementare che ha preso il posto del papà quando nel 1941 è partito per la Russia, si pregava assieme, c’era una bella unità fra i numerosi parenti e tanti buoni esempi che noi piccoli abbiamo ricevuto e che ancora ricordiamo con commozione.<br />
Papà Giovanni è poi andato in guerra, mentre come padre vedovo di tre minorenni avrebbe dovuto esserne dispensato: quando è partito, a Tronzano e a Vercelli si diceva che era una punizione per la sua militanza nell’Azione cattolica (aveva avuto fastidi nel 1931) e per non aver mai voluto iscriversi al Partito Fascista, a quel tempo atto obbligatorio per uno in vista come lui: fra l’altro, a Tronzano dirigeva la sezione del “Distretto irriguo Ovest Sesia” (il fiume Sesia) per la distribuzione delle acque del Canale Cavour nelle risaie. Papà non avrebbe voluto che noi bambini portassimo la divisa di Balilla e partecipassimo alle manifestazioni del Partito nella scuola. Ma zia Adelaide, insegnante e direttrice didattica nelle elementari di Tronzano, la ebbe vinta dicendo che non poteva pretendere da noi bambini un atto di eroismo! Dalla Russia papà ha scritto delle lettere che testimoniano la sua fede e santità di vita. Noi tre figli ricordiamo il suo amore alla preghiera e alla Chiesa, la generosità verso il prossimo, le raccomandazioni che ci faceva anche per lettera dall’URSS, le testimonianze di autentico spirito evangelico che ci ha dato nella sua breve vita.<br />
Come si vede, i miei genitori non hanno fatto nulla di straordinario. La Causa di Beatificazione richiama a tutti proprio questo: la santità è vivere con fede ed amore la vita quotidiana nel posto in cui Dio ci ha messo, con tutte le sofferenze e prove che Dio ci manda. Ritengo che mamma Rosetta e papà Giovanni possano rappresentare bene le virtù di molti genitori e nonni del recente passato, che spesso gli anziani di oggi ricordano ai più giovani: preghiera in famiglia e frequenza alla chiesa, spirito di sacrificio e senso del dovere, onestà nel lavoro, solidarietà concreta verso i bisognosi, donazione totale della vita ai doveri familiari, ecc.<br />
La Causa di Beatificazione non ha nessun scopo di gloria umana; ma richiama tutti a rinverdire e tramandare una tradizione cristiana molto bella, che Tronzano ha sempre avuto: ricordiamo e preghiamo un nostro parroco del settecento, il Servo di Dio don Giacomo Abbondo, e altri parroci più recenti. L’inizio di questo movimento di preghiera per la Beatificazione di mamma Rosetta e di papà Giovanni può aiutare nella nuova evangelizzazione del nostro popolo; il processo informativo diocesano, interrogando le persone anziane che hanno conosciuto papà e mamma, potrà ricavare altre testimonianze sulla loro santità e vita cristiana. Ma il fatto stesso che appartenevano all’Azione cattolica può già stimolare i membri di questa gloriosa associazione a ricuperare lo spirito di fede e di santità che ha formato in passato tanti autentici cristiani.</p>
<p>Il mio indirizzo, se qualcuno vuole scrivermi: P. Piero Gheddo &#8211; P.I.M.E. &#8211; Via Monterosa, 81 – 20149 Milano – tel. 02.43.82.01.<br />
L’indirizzo di Roma (sono un mese a Milano e uno a Roma, ma scrivetemi pure a Milano dove ho la segretaria, suor Franca Nava, che manda subito tutto a Roma): P. Piero Gheddo – P.I.M.E. – Via Guerrazzi, 11 – 00152 Roma – Tel. 06.58.39.151.</p>
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		<title>Padre Aleksandr Men&#8217;</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 14:37:12 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Testimoni della verità]]></category>
		<category><![CDATA[Uomini]]></category>

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		<description><![CDATA[1935 - 1990. Presbitero del patriarcato di Mosca. Assassinato a colpi d' ascia il 9 settembre.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Giovanna Parravicini</p>
<p>Lo ricorderanno come l&#8217;apostolo della Russia nel XX secolo: un uomo che a tutti, instancabilmente, con la passione di chi ha visto la Salvezza con i propri occhi, ha annunciato Cristo presente e compagno nel cammino della vita. E questo suo annuncio, attraverso i numerosi libri da lui scritti e diffusi nel samizdat sotto pseudonimi, attraverso un&#8217;amicizia fedele e tenera, attraverso le lezioni che negli ultimi anni -il periodo della perestrojka- teneva a ritmo serratissimo ovunque, perché ovunque (alla radio, alla televisione, nelle scuole, nei circoli culturali) era un ospite ambito, ha letteralmente raggiunto tutta l&#8217;Unione Sovietica. Alla domanda -come hai incontrato la fede?- mi sono sentita citare decine e decine di volte il nome di padre Aleksandr come l&#8217;origine di un incontro decisivo per la propria vita.<br />
Padre Aleksandr Men&#8217; nasce il 22 gennaio 1935. Sua madre, ebrea, si era da tempo avvicinata al cristianesimo, ed è proprio la nascita di Alik a farle prendere la grande decisione di chiedere il battesimo per sé e per il figlio. Così, il 22 settembre 1935 Aleksandr entra a far parte della Chiesa, a quell&#8217;epoca sofferente, perseguitata, ricacciata nelle catacombe ma ardente di fede e stretta in un vincolo di carità più forte degli stessi vincoli familiari: i suoi primi ricordi d&#8217;infanzia saranno legati alla piccola comunità catacombale che si raccoglieva in gran segreto in una casupola a Zagorsk, nei dintorni dell&#8217;antico monastero di San Sergio -chiuso anni prima, intorno allo starec Serafim (Batjukov). Per uno strano paradosso, certamente provvidenziale, pur vivendo in uno stato completamente ateo e anticristiano, Aleksandr si trova immerso fin dall&#8217;infanzia in un ambiente che respira la fede, e raccoglie la staffetta della tradizione vivente della Chiesa. Forse proprio così si spiega la solarità della sua persona, innamorata del bello, del buono e del vero presente in tutti gli aspetti della vita, ma sempre protesa &#8220;più in là&#8221;, verso una bellezza misteriosa e nascosta di cui tutto gli parlava.<br />
La storia, la biologia, l&#8217;arte, tutto lo interessa e lo affascina, ma sui dodici anni matura in lui la vocazione al sacerdozio. Padre Vedernikov, il direttore degli studi del seminario che stava allora organizzandosi, a cui Aleksandr si rivolge, gli consiglia di prepararsi leggendo e pregando al seminario, a cui sarebbe potuto accedere solo dopo la maggiore età. Il grande compagno di questi anni sarà per il futuro padre Men&#8217; il filosofo Vladimir Solov&#8217;ëv (1853-1900), di cui a quell&#8217;epoca era vietata la pubblicazione, ma di cui Alik era riuscito a scovare una vecchia edizione in un mercatino delle pulci: l&#8217;unità di tutto e di tutti in Cristo, ecco ciò che padre Men&#8217;, realmente un uomo che ci viene incontro dalla Chiesa indivisa, avrebbe assimilato per sempre dal pensiero di Solov&#8217;ëv.<br />
Laureatosi in biologia, sposatosi nel 1956 con una sua compagna di studi, Aleksandr bussa nuovamente alle porte del seminario e il primo luglio 1958 viene ordinato diacono; due anni dopo, il primo settembre 1960, riceve l&#8217;ordinazione sacerdotale: da questo momento fino a quel 9 settembre del 1990, quando la scure di un ignoto assassino lo colpirà alla nuca sul viottolo che stava percorrendo per andare in parrocchia a celebrare, la vita di padre Aleksandr sarà letteralmente un tutt&#8217;uno con la sua dedizione alla vocazione pastorale e missionaria. Guardata dall&#8217;esterno, la sua attività ha dell&#8217;incredibile: in condizioni di assoluta precarietà -era sempre nel mirino del potere, non aveva a disposizione la letteratura scientifica necessaria a uno studioso- ha scritto decine di libri in cui, in un linguaggio comprensibile all&#8217;homo sovieticus, ha ripercorso la traiettoria religiosa dell&#8217;umanità, attraverso le grandi figure religiose di tutte le culture, attraverso la storia dell&#8217;Antica Alleanza, fino all&#8217;incontro con Gesù e con la Chiesa. Solo per fare qualche esempio, il suo libro Il Figlio dell&#8217;Uomo ha venduto oltre un milione di copie ed è tutt&#8217;ora uno strumento impareggiabile di introduzione alla fede; il suo dizionario di biblistica in tre poderosi volumi è uscito solo poche settimane fa. Eppure non era un intellettuale, non lo vedevi mai a tavolino, ma sempre in giro, indaffarato, a visitare i malati in ospedale (in un&#8217;epoca in cui ai medici era vietato l&#8217;accesso e la predicazione in ambienti pubblici!), a incontrare persone, a sostenere le comunità che nascevano e si moltiplicavano intorno a lui: un uomo libero -questo forse era il suo segreto- libero perché sottomesso solo al suo Signore. Un uomo che non ha mai ritenuto impossibile quello che tutti ritenevano impossibile, parlare di Cristo e confessare la sua presenza, perché per lui era troppo evidente, affascinante per tacerne.<br />
Un uomo capace di amare, di guardare chiunque incontrasse con una positività carica di interesse e di tenerezza, che -lo si intuiva acutamente- sgorgava dalla preghiera che ci ha consegnato, e che dice tutta la profondità del suo rapporto con Cristo: &#8220;Ti amo, Signore, ti amo più di ogni altra cosa al mondo, poiché tu sei la vera gioia, l&#8217;anima mia&#8221;.</p>
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		<title>Mons. Luigi Serenthà</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 11:02:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1938 - 1986 Sacerdote, studioso e docente, visse il suo ministero con ammirevole dedizione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Marco Riboldi</p>
<p>1. Nota biografica</p>
<p>Mons. Luigi Serenthà nacque a Monza il 9 agosto 1938. La sua formazione scolastica fu lineare: dalla scuola parroccchiale di S.Biagio, la parrocchia di origine, gestita dalle suore di Maria Bambina, passò al Seminario di Seveso e poi a quello di Venegono, dove restò per l&#8217;intero ciclo di studi teologici, compiutosi con la licenza di teologia e con la ordinazione sacerdotale, avvenuta il 28 giugno 1962, per mano del cardinale Montini.<br />
La sua destinazione furono gli studi teologici avanzati, che compì a Roma, presso il Seminario Lombardo e l&#8217;Università Gregoriana: tali studi lo portarono al dottorato in teologia, anche se la sua tesi di dottorato venne data alle stampe solo parecchi anni più tardi.. Dal 1964 don Luigi torna a Milano dedicandosi all&#8217;insegnamento nei Seminari e presso la facoltà Teologica dell&#8217;Italia settentrionale. Alla facoltà dedicherà molto del suo lavoro di studioso e docente, nonché la sua dedizione come pro-segretario (1972-1981) e come direttore di sezione del ciclo istituzionale (1981-1983).<br />
Nel 1981 una nuova svolta. L&#8217;arcivescovo C.M. Martini gli affida prima l&#8217;incarico di guidare l&#8217;Istituto Sacerdotale Maria Immacolata (che segue e sostiene i sacerdoti nel primo quinquennio del loro ministero) , poi la responsabilità della Scuola Vocazioni Adulte. Dopo due anni, nell&#8217;estate del 1983, giunge la nomina a Rettore maggiore dei Seminari Milanesi.<br />
Nel corso di questi anni intensa fu anche l&#8217;attività pastorale. A Monza collaborò con grande dedizione alla vita della parrocchia di S.Giuseppe, seguendo soprattutto il gruppo giovanile. Dal 1967 fu sempre più vicino all&#8217;Istituto &#8220;La Nostra Famiglia&#8221;: fu assistente spirituale , costituì il gruppo maschile dei Piccoli Apostoli, promosse un Convegno di studio in occasione del 25^ anniversario della morte del fondatore don Luigi Monza, nel 1985 visitò a Juba, nel Sudan, la prima missione africana dell&#8217;Istituto.<br />
Questa attività così intensa ebbe un brusco arresto nei primi mesi del 1986, quando alcune analisi portarono alla scoperta di un tumore con metastasi al fegato. Nonostante un intervento chirurgico immediato, il male progredì rapidamente, conducendo don Luigi alla morte, che sopravvenne il 28 settembre 1986, nella giornata diocesana del Seminario.<br />
Le esequie, presiedute dall&#8217;arcivescovo, furono celebrate il 30 settembre, presso il Seminario di Venegono, dove la salma di don Luigi riposa, nella piccola cappella cimiteriale.</p>
<p>2. Sacerdote, teologo, educatore</p>
<p>Chi scrive non ha competenza teologica sufficiente per valutare e presentare adeguatamente il pensiero di don Luigi Serenthà. All&#8217;occasione, si potrà utilmente consultare il numero di marzo &#8211; aprile 1987 de &#8220;La scuola cattolica&#8221;, nel quale vi sono elementi che possono guidare ad una ricerca più precisa della sostanza del pensiero di Serenthà.<br />
A me è stato chiesto di dire della sua presenza nel tempo come testimone di fede e di amore cristiano, e anche così facendo dirò alla fine poco, pochissimo di quello che si dovrebbe e potrebbe.<br />
Forse questa potrebbe essere la prima puntata di un racconto più lungo e a più voci…<br />
Ma questa puntata posso raccontarla con consapevolezza e gioia, avendo avuto la fortuna di conoscerlo da vicino, di essere da lui lungamente educato e seguito, di aver condiviso con lui momenti importanti della mia vita.</p>
<p>Don Luigi fu sacerdote: detto così sembra una nota biografica, anche se importante. In realtà questo suo essere sacerdote fu per lui tutto. Il donarsi completamente a Dio e alla gente con un totale abbandono fu la cifra interpretativa della sua vita. Non vi era mai in lui un momento di rifiuto: stanchissimo, preoccupato, rilassato, allegro o triste che fosse, era radicalmente &#8220;a disposizione&#8221;, pronto ad intervenire, a darsi, a proporsi.<br />
Egli pensava il prete così: un povero servitore di tutti, che senza alcun timore si poneva in mezzo agli altri ad offrire sé e la propria vocazione.<br />
Nella sua vocazione sacerdotale questa disponibilità si tradusse anche nella accettazione di uno studio teologico che credo non avrebbe scelto spontaneamente. Dotato di qualità intellettuali eccelse, avrebbe comunque prediletto un servizio pastorale più immediato, la &#8220;parrocchietta in montagna&#8221; di cui favoleggiava con tono sognante e nostalgico.<br />
Ma la chiesa ambrosiana gli chiese altro e lui si impegnò con la capacità che lo distingueva.<br />
E va anche detto che non furono tutti e sempre anni facili quelli che gli toccò di affrontare: si trovò in mezzo alle bufere sessantottine, che misero alla prova la capacità educativa anche della chiesa, poi dovette affrontare il lavoro organizzativo della facoltà teologica, poi lo chiamarono ad una collaborazione abbastanza intensa con alcune commissioni della CEI&#8230;fino all&#8217;incarico di rettore del seminario.<br />
Un insieme di lavori come si vede lontani dal sogno, ma che lui seppe affrontare con cura ed attenzione. Ripeto: da prete come lui riteneva che il prete dovesse essere.<br />
Animato da un fede indistruttibile, lo abbiamo visto sereno persino quando si trovò di fronte all&#8217;evento tragico della morte della madre. Nel corso di un pellegrinaggio, un incidente automobilistico provocò molte vittime sull&#8217;autobus che portava le donne della parrocchia monzese di S.Biagio. Accorso da una sede di ritiro spirituale che si trovava vicino al luogo dell&#8217;incidente, l&#8217;arcivescovo Martini si avvide della presenza, tra le vittime, della mamma di don Luigi e gli telefonò subito (se non ricordo male don Luigi si trovava in Liguria per un convegno). Egli naturalmente tornò subito e poi ci comunicò di aver sperimentato la grandezza della fede, vedendo quanti suoi antichi parrocchiani si fossero ritrovati insieme a pregare fiduciosi nella Provvidenza.<br />
Non sapeva che di lì a poco avrebbe fatto esperienza ben più forte di tale fiduciosa speranza.</p>
<p>Don Luigi fu sacerdote e educatore.</p>
<p>Quando il Seminario pubblicò, nel 1987, un volumetto in ricordo ed onore di don Luigi, giustamente lo intitolò: Luigi Serenthà: una straordinaria passione educativa.<br />
Credo che in questa opera di educatore don Luigi trovasse come il punto di la fusione tra il suo essere uomo e il suo essere sacerdote.<br />
Dovunque si trovasse egli si metteva immediatamente in contatto con i giovani: fossero bambini portatori di handicap, giovani preti, ragazzi e giovani di parrocchia, per loro don Luigi si trasfigurava.<br />
Non c&#8217;era più il teologo, l&#8217;intellettuale, il professore, ma subentrava una fraternità autorevole e contemporaneamente vicina e solidale.<br />
Serate intere passate a parlare, a discutere, a insegnare senza darne l&#8217;impressione; serate trascorse in allegria e gioia, magari concluse con lunghe camminate su e giù per un campetto di calcio, dove, mentre il cielo diventava sempre più notturno, si intrecciavano le confessioni più ampie e sincere, nelle quali si metteva a nudo tutto di sé e si trovavano la parola amica e la Parola che salva.<br />
Non credo che don Luigi abbia mai sofferto nel corso della sua opera di educatore. Ha certo pianto molte lacrime e vissuto molti momenti bui, quando qualcuno dei suoi giovani lo deludeva.<br />
Ma la sofferenza che nasce dalla disperazione o dalla delusione, quella credo gli sia stata sempre estranea. C&#8217;era sempre un oltre, per lui, una speranza in più, un&#8217;alba di resurrezione sempre possibile: non l&#8217;ho mai visto chiudere la porta ad una speranza, neppure davanti al più radicale rifiuto da parte di un giovane.<br />
Per quanto grande e difficile fosse il compito educativo che aveva di fronte, nulla lo fermava.<br />
E si badi bene, tutto questo non avveniva barattando amicizia con concessioni troppo facili e superficiali.<br />
Credo che tutta la sua azione educativa possa riassumersi in un principio fondamentale che diceva apparentemente scherzando: che educare significa ben comprendere che uno possa anche fare il male, a patto però che sappia con chiarezza distinguere il male dal bene e non pretenda di scambiare l&#8217;uno con l&#8217;altro. Con queste parole passò la mano ad un altro sacerdote quando dovette lasciare il suo lavoro presso la parrocchia di S.Giuseppe. Quasi a sigillo di tanti anni di lavoro disse, parlando dei suoi giovani, che a questo era giunto il suo sforzo: essi erano magari criticabili per tanti comportamenti, ma sapevano distinguere il bene dal male.<br />
Anche il suo essere educatore istituzionalmente, presso i Seminari diocesani, fu di altissima dedizione e qualità. Si trovò a reinventare un modo di fare educazione seminaristica, si trovò a riprogettare il cammino educativo dei futuri sacerdoti e lo fece con interventi ancora oggi ricordati. ( si veda la testimonianza di don A. Brizzolari nel testo di cui sopra).<br />
Due suoi testi di breve e facile lettura possono ricostruire il suo pensiero e in qualche modo la sua eredità (trascuro qui il lavoro propriamente scientifico di teologo) di sacerdote educatore: sono il libretto Passi verso la fede e la straordinaria conferenza tenuta ai giovani di Azione Cattolica dal titolo Danzare la vita (novembre 1985), un autentico capolavoro di capacità comunicativa.<br />
Trovava nella relazione personale il suo ristoro, la sua consolazione, la gioia della serata dopo le fatiche del giorno: e si dava con tutto se stesso alla relazione interpersonale, persino dissipando la sua energia e le sue forze con generosità senza calcoli.<br />
Non parlo neppure perché sarebbe tentare di descrivere l&#8217;indescrivibile, della sua capacità di star vicino ai bambini della &#8220;Nostra Famiglia&#8221;: un affetto tanto grande, tanto sincero che faceva cadere ogni barriera. Trascinava noi giovani in un entusiasmo senza confronti, fatto di canti, di giochi, di servizio allegro e spensierato: con lui, si capiva che nel Regno non ci sono portatori di handicap.<br />
Ma davvero, di questo aspetto non riesco a parlare, perchè lo ricordo così grande da non riuscire ad esprimermi.</p>
<p>Don Luigi malato</p>
<p>Non potrò mai dimenticare quella telefonata. Un amico che mi chiama dicendomi: &#8221; Guarda che don Luigi ha detto di andare a trovarlo stasera al Seminario di Corso Venezia a Milano. Deve spiegarci che gli hanno trovato un tumore e cosa succederà adesso&#8221;.<br />
Ci trovammo, smarriti ed incerti, noi ex-ragazzi ormai quasi tutti sposati e padri, a farci consolare da lui che con grande serenità ci raccontava la sua vicenda.<br />
Che sarebbe durata non molto: &#8220;torchiato&#8221; da una sofferenza via via più forte, don Luigi visse una breve stagione di malato, nella primavera e nell&#8217;estate del 1986 . La visse con fede profondissima: non ci nascose di avere avuto momenti di grande difficoltà (di una certa notte parlava come &#8220;la mia lotta con l&#8217;angelo&#8221; ricordando l&#8217;episodio di Giacobbe). Ma in lui ebbe sempre la meglio la speranza, non nella guarigione, sulla quale non si fece mai troppe illusioni, ma nella Provvidenza.<br />
Lasciò ancora messagi indimenticabili, come l&#8217;omelia sul sacerdote, pronunciata il giorno 8 giugno 1986 in occasione della &#8220;prima messa&#8221; di un giovane della parrocchia di S.Giuseppe o quella pronunciata il 9 agosto, giorno del suo 48^ e ultimo compleanno.<br />
Con parole semplici, con espressione sicura, esprimeva il tutto della sua esperienza di malato di fede: &#8221; Uno dice che è ovvio che io l&#8217;anno venturo compirò i quarantanove anni. Ecco. Il fatto che tutto ciò non sia più ovvio, anche se produce qualche momento di fatica, produce l&#8217;idea della gratuità&#8230;.Capisco che ciò che il Signore mi dà é davvero prodigio, é miracolo.&#8221;<br />
Andò a riposarsi &#8220;dal peso della felicità e dei miracoli&#8221; (come lui disse citando l&#8217;amatissimo libro di Roth &#8220;Giobbe&#8221;) il 28 settembre 1986, giornata del Seminario.</p>
<p>Il giorno del suo funerale vi era moltissima gente. E sono sicuro che ciascuno di noi pensava ad un colloquio importante avuto, ad un consiglio ricevuto, ad una confidenza o a un momento di gioia condiviso.<br />
E sono sicuro che ciascuno di noi pensava in cuor suo: &#8220;per gli altri era mons. Serenthà, teologo, rettore, professore&#8230;ma per me era don Luigi, amico fraterno e grande&#8221;.<br />
Perché don Luigi riusciva ad essere di tutti e per tutti.<br />
Come il sole, come il mare: come i santi del buon Dio.</p>
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		<title>Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 10:59:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1880 - 1951. 1884 - 1965. Due sposi che hanno dimostrato virtù eroica nella vita di coppia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>STORA DI UNA COPPIA &#8220;NORMALE&#8221;</p>
<p>di Luciano Moia</p>
<p>Maria e Luigi Beltrame Quattrocchi sono la prima coppia di sposi nella storia della Chiesa ad essere innalzata all&#8217;onore degli altari per virtù manifestate in grado eroico nella vita coniugale e familiare. Ecco la storia apparentemente normale di una coppia borghese d&#8217;inizio Novecento.</p>
<p>12 gennaio 1880 &#8211; Luigi Beltrame Quattrocchi nasce a Catania. Il padre Carlo, funzionario di prefettura di origini friulane, era stato trasferito in Sicilia subito dopo la proclamazione del Regno d&#8217;Italia. Poi, sempre per ragioni di carriera, la famiglia passa a Guastalla, poi a Casalmaggiorre, infine ad Urbino. Quando si tratta di iniziare gli studi universitari Luigi accetta l&#8217;ospitalità degli zii materni, Stefania e Luigi Quattrocchi, che abitano a Roma.<br />
24 giugno 1884 &#8211; Maria Corsini nasce a Firenze. La sua è una delle famiglie più antiche della città. Tra gli antenati conta anche un papa, Clemente XII, al secolo Andrea Corsini. Il padre di Maria, Angelo, è ufficiale dei Granatieri di Sardegna e viene quindi trasferito spesso da una città all&#8217;altra.<br />
1893 &#8211; La famiglia Corsini approda a Roma.<br />
1898 &#8211; Luigi Beltrame Quattrocchi si iscrive alla Facoltà di legge dell&#8217;Università di Roma.<br />
1899 &#8211; Maria e Luigi cominciano a frequentarsi grazie alla comune amicizia delle famiglie. Lui è un giovane, brillante studente di legge. Lei una &#8220;signorina della buona borghesia&#8221; che conosce le lingue, suona il pianoforte, legge i classici. Possiede insomma una preparazione culturale largamente al di sopra della media femminile del tempo. Tra i due scocca il colpo di fulmine.<br />
1902 &#8211; Luigi si laurea in legge con una tesi sull&#8217;&#8221;Errore nel diritto penale&#8221;. Entra come praticante nello studio dell&#8217;avvocato Lupacchioli.<br />
25 novembre 1905 &#8211; Si sposano nella basilica di Santa Maria Maggiore.<br />
15 ottobre 1906 &#8211; Poco meno di un anno dopo nasce il primo bambino, Filippo (oggi don Tarcisio). Poi le nascite si susseguono rapidamente.<br />
9 marzo 1908 &#8211; Viene al mondo la secondogenita, Stefania detta Fanny (suor Maria Cecilia).<br />
27 novembre 1909 &#8211; E&#8217; la volta di un altro bambino, Cesare (oggi padre Paolino). Ma in casa Beltrame Quattrocchi la famiglia non cresce solo numericamente. I due coniugi hanno anche intrapreso un cammino di ascesi spirituale che li porterà lontano. Nel frattempo hanno conosciuto un sacerdote, padre Pellegrino Paoli, francescano, che diventerà in breve loro padre spirituale e finirà per pesare non poco nello loro scelte intereriori.<br />
1910 &#8211; Luigi nel frattempo ha lasciato lo studio Lupacchioli e, dopo aver vinto il relativo concorso, entra nell&#8217;avvocatura erariale. E&#8217; la sua strada definitiva che percorrerà fino ai massimi vertici diventando, a metà degli anni Trenta, Vice-avvocato generale dello Stato.<br />
1912 &#8211; Maria pubblica il saggio &#8220;La madre nel problema educativo moderno&#8221; dove, tra l&#8217;altro, con larghissimo anticipo sui tempi, auspica la necessità di non trascurare l&#8217;educazione sessuale.<br />
6 aprile 1914 &#8211; Nasce la quarta figlia, Enrichetta, al termine di una gravidanza difficilissima. Otto mesi prima, all&#8217;annuncio della nuova maternità, un ginecologo di illustre fama, diagnosticando una &#8220;placenta previa&#8221; &#8211; quasi una duplice sentenza di morte per quei tempi &#8211; aveva consigliato senza mezzi termini l&#8217;interruzione di gravidanza. L&#8217;unica possibilità di salvare almeno la madre. A parere del medico non c&#8217;era nessuna possibilità che la creatura potesse sopravvivere e, in ogni caso, c&#8217;era il grane rischio dell&#8217;handicap. Luigi e Maria invece vanno avanti. Se il parere degli uomini è negativo, decidono di fidarsi soltanto di Dio. Nella interviste che seguono don Tarcisio, padre Paolino e, soprattutto, Suor Cecilia fanno rivivere con intensità il clima di quelle settimane d&#8217;angosciosa sospensione.<br />
1916 &#8211; Il conte Mario di Carpegna e il padre Giuseppe Gianfranceschi danno vita all&#8217;Asci, l&#8217;associazione scoutistica italiana che si ispira al movimento scout fondato pochi anni prima in Inghilterra dal generale Baden-Powell. I coniugi Beltrame Quattrocchi prendono contatto con l&#8217;associazione, si convincono della bonta dei principi educativi e si impegnano per diffonderla a Roma. Filippo e Cesare entrano a fare parte dei &#8220;lupetti&#8221;.<br />
1919 &#8211; Luigi dà la sua adesione, pur senza iscriversi, al Partito popolare di don Sturzo.<br />
1 giugno 1920 &#8211; Su consiglio di padre Matteo Crawley, che in breve sarebbe diventato una sorta di consigliere spirituale dell&#8217;intera famiglia, viene &#8220;intronizzato&#8221; in casa Beltrame Quattrocchi il quadro del Sacro Cuore di Gesù<br />
22 febbraio 1922 &#8211; Filippo comunica per la prima volta alla mamma la decisione di entrare in seminario. Poche settimane dopo emerge distintamente anche in Cesare la stessa vocazione.<br />
6 novembre 1924 &#8211; Filippo entra nel seminario del collegio Capranica. Cesare nel convento benedettino di San Paolo, allora diretto dall&#8217;abate Ildenfonso Schuster, futuro arcivescovo di Milano.<br />
1924 &#8211; Maria pubblica il libro &#8220;Voce di madre&#8221;. La prefazione è di padre Matteo Crawley.<br />
5 giugno 1927 &#8211; Luigi e Maria accompagnano la figlia Fanny nel monastero di clausura delle suore Benedettine di Milano. Anche lei ha scelto di dedicarsi alla vita religiosa.<br />
25 novembre 1930 &#8211; Luigi e Maria festeggiano i 25 anni di matrimonio. Pochi giorni dopo Filippo viene ordinato sacerdote e prende il nome di don Tarcisio.<br />
7 gennaio 1933 &#8211; Anche Cesare riceve l&#8217;ordinazione sacerdotale. D&#8217;ora in poi si chiamerà padre Paolino.<br />
maggio 1934 &#8211; Luigi scrive sul suo &#8220;diario intimo&#8221;: &#8220;Mi sono confessato e mi pare di aver fatto bene la confessione. Nella lotta devo essere guidato dal sacerdote, con costanza, con metodo. Al nuovo stato devo vernirmi preparando giorno per giorno, momento per momento&#8221;. Il riferimento è chiarissimo. Lui e Maria hanno deciso, qualora anche la quarta figlia dovesse decidersi per la vita consacrata, di entrare a loro volta in convento&#8221;.<br />
1936 &#8211; Il clima della guerra d&#8217;Etiopia convince Maria, che ha ormai 52 anni, a diventare crocerossina. Frequenta i corsi, i pesanti turni di tirocinio negli ospedali militari. Infine consegue il diploma.<br />
1937 &#8211; Esce il nuovo saggio di Maria, &#8220;Il libro della giovane&#8221;.<br />
1939 &#8211; Dino Grandi, ministro della Giustizia, propone a Luigi Beltrame Quattrocchi la promozione ad Avvocato generale dello Stato. Lui però rifiuta per evitare di essere inserito d&#8217;ufficio nelle gerarchie del fascismo.<br />
13 agosto 1940 &#8211; L&#8217;Italia è entrata in guerra mondiale da poco più di due mesi. Filippo e Cesare per ora non sono stati richiamati ma Maria ha un chiaro presentimento materno. E&#8217; convinta che ben presto anche i due figli saranno coinvolti nella tragedia della guerra. Così al santuario della Madonna del Divino Amore rivolge una supplica alla Beata Vergine. C&#8217;è anche una sorta di iscrizione, con rilascio di regolari tesserini, che &#8220;certifica&#8221; l&#8217;affidamento al cuore di Maria.<br />
13 ottobre 1940 &#8211; Padre Paolino, che nel frattempo è stato trasferito nel convento di San Giovanni a Parma, riceve la cartolina precetto. E&#8217; destinato prima a Trieste, poi a Fiume, in zona di combattimenti.<br />
1940 &#8211; Maria pubblica i saggi &#8220;Il fuoco ha da ardere&#8221; e &#8220;Mamma vera&#8221;<br />
22 marzo 1941 &#8211; Anche don Tarcisio deve indossare la divisa militare. Diventa cappellano della VII Divisione navale. Un&#8217;esperienza raccontata nel dettaglio da don Tarcisio stesso nell&#8217;intervista che segue.<br />
13 agosto 1943 &#8211; Milano subisce un pesante bombardamento a tappeto. Viene colpito anche il convento di suor Cecilia. Il cardinale Schuster ordina alle monache di abbandonare Milano. Due notti dopo un altro bombardamento riduce l&#8217;edificio ad un cumulo di macerie. Ma ormai tutte sono in salvo.<br />
8 settembre 1943 &#8211; La disfatta dell&#8217;esercito italiano trova don Tarcisio e padre Paolino miracolosamente riuniti nella casa di famiglia, a Roma. In breve, mentre i due sacerdoti cominciano a percorrere in lungo e in largo l&#8217;Italia con l&#8217;obiettivo di portare conforto ai soldati e di salvare le famiglie ebree a rischio deportazione, l&#8217;appartamento di via Depetris diventa una centrale occulta per il ricovero e lo smistamento di soldati in fuga. Luigi e Maria rischiano varie volte di finire vittime dei rastrellamenti e delle rappresaglie tedesche. Eppure non si tirano mai indietro.<br />
1943 &#8211; Esce il nuovo libro di Maria &#8220;Fiore che sboccia&#8221;.<br />
1946-1950 &#8211; Gli anni della ricostruzione vedono Luigi e Maria impegnati in diverse attività di volontariato. Sia sul fronte degli aiuti concreti, sia su quello della rinascita culturale. Entrambi animano per esempio i movimenti del &#8220;Fronte della famiglia&#8221; e di &#8220;Rinascita Cristiana&#8221;.<br />
1947 &#8211; Alcide De Gasperi propone a Luigi Beltrame Quattrocchi la carica di Avvocato generale dello Stato. La promozione però sfuma, esattamente come otto anni prima, perchè Luigi rifiuta tutte le manovre di corridoio indispensabili per assicurarsi la poltrona.<br />
1948 &#8211; Questa volta è Luigi Gedda ad offrire a Luigi Beltrame Quattrocchi una candidatura al Senato, nelle file della Dc. Il seggio, nel centro di Roma, è dato per sicuro. Ma Luigi che non condivide completamente la linea politica democristiana preferisce rinunciare per non scendere a patti con la propria coscienza.<br />
5 novembre 1951 &#8211; La famiglia Beltrame Quattrocchi si riunisce, per l&#8217;ultima volta, al gran completo. Non accadeva dal 1924. L&#8217;opportunità è offerta da un&#8217;occasionale trasferta a Roma di Suor Cecelia che è stata incaricata di accompagnare la sua priora. Luigi, con insolita insistenza, chiede anche la presenza di don Tarcisio e di padre Paolino.<br />
9 novembre 1951 &#8211; Luigi Beltrame Quattrocchi muore nell&#8217;appartamento di via Depetris, a Roma, a causa di un attacco cardiaco. Sono trascorsi solo quattro giorni dall&#8217;incontro &#8220;plenario&#8221; della famiglia.<br />
1951 &#8211; A poche settimane dalla morte del marito Luigi, Maria pubblica &#8220;Radiografia di un matrimonio&#8221;. E&#8217; una rivisitazione toccante, con alcuni accenni lirici, della sua vita coniugale.<br />
1952 &#8211; Nel primo anniversario della morte di Luigi, esce &#8220;L&#8217;ordito e la trama&#8221;. E&#8217; lo stesso testo già pubblicato, con minime variazioni, sotto il titolo &#8220;Radiografia di un matrimonio&#8221;.<br />
1953 &#8211; Esce &#8220;Luci d&#8217;amore&#8221;.<br />
1955 &#8211; Gli ultimi due saggi di Maria sono &#8220;Vita con i figli&#8221; e &#8220;Rivalutiamo la vita&#8221;.<br />
26 agosto 1965 &#8211; Maria Beltrame Quattrocchi muore a Serravalle, in Toscana, dove si trovava in compagnia della figlia Enrichetta.<br />
3 marzo 1993 &#8211; Muore a Milano Suor Maria Cecilia.<br />
12 febbraio 1994 &#8211; Il cardinale Camillo Ruini, vicario del Papa per la diocesi di Roma, apre la causa di canonizzazione dei Servi di Dio, Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi. Questo il testo dell&#8217;Editto : &#8220;Il giorno 9 novembre 1951 si addormentava piamente nel Signore il Servo di Dio LUIGI BELTRAME QUATTROCCHI, e il giorno 26 agosto 1965, in Serravalle (Ar), lo raggiungeva nel compimento delle nozze eterne la sua sposa terrena, la Serva di Dio MARIA BELTRAME QUATTROCCHI, nata Corsini.<br />
I due avevano consacrato il loro amore coniugale nel lontano 1905 e la grazia del sacramento nuziale li ha sempre sostenuti mirabilmente nel formare e crescere la loro famiglia.<br />
Maria provvedeva alla casa, ad accudire, nel calore accogliente di un unico focolare, ai nonni e ai suoi genitori, oltre che ai figli, sopraggiunti in tre nel giro dei primi quattro anni ; Luigi, coscienzioso ed apprezzatissimo Avvocato dello Stato, giungeva, nel frattempo, ai più alti vertici della carriera e ad incarichi di alto prestigio.<br />
Tutti e due erano impegnati in una comune via amorosa ascensionale di vita interiore, riversata all&#8217;unisono, a tutto campo, sulla formazione umana e soprannaturale dei figli.<br />
Una quarta maternità, nel 1913, accolta gioiosamente, venne improvvisamente sconvolta da una prognosi di rischio per la quale i medici consigliavano l&#8217;interruzione della gravidanza per salvare la madre. La risposta degli sposi fu un &#8220;fiat&#8221; senza riserve, abbandonandosi ai disegni della Provvidenza. E Dio risponde al di là di ogni speranza umana. E così arriva la figlia Enrichetta.<br />
Questo non è che un preludio di una quasi cinquantennale esperienza matrimoniale, di laicato impegnato, in una totale comunione di vita di preghiera e di ricerca di Dio.<br />
Poiché in questo 1994 si celebra l&#8217;Anno Internazionale della Famiglia, essendo andata vieppiù aumentando, col passare degli anni la loro fama di santità ed essendo stato fortemente richiesto di dare inizio alla Causa di Canonizzazione dei Servi di Dio, nel portarne a conoscenza la Comunità ecclesiale, invitiamo tutti e singoli i fedeli a comunicare direttamente o a far pervenire al Tribunale Diocesano del Vicariato di Roma, tutte quelle notizie dalle quali si possa in qualche modo arguire contro la fama di santità dei detti Servi di Dio.<br />
Dovendosi, inoltre, raccogliere, a norma delle disposizioni di legge, tutti gli scritti a loro attribuiti, ordiniamo, col presente EDITTO, a quanti ne fossero in possesso, di rimettere con debita sollecitudine al medesimo Tribunale qualsiasi scritto, che abbia come autori i Servi di Dio, qualora non sia già stato consegnato alla Postulazione della Causa&#8230;.<br />
Camillo card. Ruini, Vic. Gen.</p>
<p>21 ottobre 2001 &#8211; In piazza San Pietro cerimonia di beatificazione dei coniugi Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi. Sono la prima coppia di coniugi nella storia della Chiesa ad essere elevati all&#8217;onore degli altari per le virtù cristiane esercitate in grado eroico nella vita coniugale e familiare.</p>
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		<title>Luca Bosso</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 10:58:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Uomini]]></category>

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		<description><![CDATA[1967 - 1999. Un giovane e brillante magistrato «che leggeva gli avvenimenti con gli occhi di Dio».]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="font-size: medium;">Luca Bosso, un giovane giudice che legge gli avvenimenti con  gli occhi di Dio</span></strong></p>
<p>di <strong><span style="font-size: small;">Gianni Ambrosio</span></strong></p>
<p>Un giovane che ha saputo dare un senso alla propria vita e che durante la sua  breve ma intensa esistenza si è abbandonato con docilità alla volontà di Dio.  Così possiamo riassumere in poche parole la figura del dottor Luca Bosso, morto  all’età di 32 anni in un incidente stradale la mattina del 20 ottobre 1999.<br />
Stava viaggiando sulla tangenziale sud di Torino, quando le ruote di un tir,  staccatesi improvvisamente dall’asse del rimorchio, hanno investito la sua  automobile. Bosso, che si trovava al posto di guida, è deceduto sul colpo;  accanto a lui sedeva la moglie, Elena Cordero, 26 anni, rimasta ferita.<br />
Luca Bosso nasce a Torino da una famiglia benestante (il padre è avvocato, la  madre insegnante); frequenta l’Oratorio dei salesiani, partecipando ai momenti  di svago ed ai ritiri spirituali; ama lo sport, gioca a pallavolo ed allena una  squadra locale; si impegna in attività di volontariato. E’ un giovane socievole,  capace di coinvolgere e di organizzare. Si innamora di una ragazza che poi  diventerà sua moglie. Gli piace stare con gli amici, trascorrere con loro i  momenti di festa e di vacanza.<br />
Insomma, Luca è un ragazzo “normale”, in quanto non compie azioni  particolarmente eclatanti. E tuttavia, attraverso questa normalità, egli si  distingue per la sua maturità umana e cristiana, per la sua concreta  testimonianza di vita cristiana.<br />
Luca è molto esigente con se stesso: non si accontenta di una vita mediocre e  superficiale. Sa che ha ricevuto molti talenti che deve coltivare e che deve  mettere a disposizione soprattutto dei più poveri e dei più deboli.<br />
Studente brillante, consegue la laurea in Giurisprudenza e a soli 31 arriva a  ricoprire la carica di giudice presso il Tribunale di Moncalieri. I colleghi lo  ricordano come un magistrato molto preparato, di grande professionalità e di  carattere espansivo. Dotato di una particolare raffinatezza di tatto, il dottor  Bosso sapeva svolgere il proprio incarico con serietà e piena consapevolezza.<br />
Il giudice Bosso era entusiasta del proprio lavoro. Non era indifferente alle  attrattive della carriera e del prestigio connesso alla carica che ricopriva. Ma  era profondamente consapevole di come tutto ciò fosse secondario rispetto alla  pienezza di vita e di senso che gli venivano dalla proposta evangelica. E per  questo viveva il suo impegno professionale come un servizio da destinare agli  altri.<br />
Luca Bosso ci ha lasciato un diario su cui annota preghiere, riflessioni e stati  d’animo; questi suoi scritti ci offrono uno spaccato della sua intensa vita  spirituale. Possiamo intravedere anche le tappe del suo cammino di ricerca di  Dio e del senso dell’esistenza. Sono meditazioni sulle circostanze più varie  della vita illuminate dalla fede in Dio.<br />
In particolare ricorrono con evidenza tre temi.<br />
Anzitutto la vita come un incessante ringraziamento a Dio Padre. Luca non si  stanca di ripetere il suo grazie per i doni ricevuti, per le persone care, per  il lavoro, per le persone che ogni giorno incontra. Ringrazia per il dono  dell’amicizia ma anche per le incomprensioni e i contrasti che incontra; per le  tentazioni e per la solitudine che di tanto in tanto bussano alla porta del suo  cuore.<br />
Un secondo tema si affaccia nei suoi scritti spirituali: la vita come adesione  alla volontà di Dio. Traspare dalle sue preghiere la certezza che l’uomo ritrova  la sua pienezza soltanto nel coraggio di affidarsi, di rinnegare se stesso, di  donare senza riserva tutte le proprie energie. Così si rivolge a Dio: “Rivelati,  Padre buono. Guarisci il mio spirito timoroso. Apri le tue braccia in modo che  io non riesca a trattenermi dal buttarmici. Nel buio ti cerco. Ma nel buio ho  paura di te. Eppure è nel buio che ci è dato di vivere e dunque nel buio devo  aver fiducia… Ma quel che sarà non dipende da me. Io devo metterci la buona  volontà e la propensione a te, l’amore. Poi devo lasciare i risultati a te, come  a te devo lasciare di indirizzare la mia vita, secondo la tua volontà… A te,  dunque, misterioso Padre, avvolto di mistero, mi affido&#8221;” (Diario, 27 agosto  1998).<br />
Luca – ed è il terzo tratto della sua esperienza spirituale – avverte con  urgenza che la vita cristiana, come dice San Paolo nella lettera ai Colossesi, è  un cammino mai concluso verso la ricchezza della piena intelligenza del mistero  di Dio.<br />
Scrive così: “Dammi il tuo Spirito, Signore, perché possa leggere gli  avvenimenti con i tuoi occhi… Intervieni nella mia vita, raddrizzami,  correggimi, cambiami” (Diario, 11 febbraio 1999).<br />
E ancora: “Sono maturato. Ho bisogno di costanti nuovi traguardi. Devo  raggiungere vette sempre più alte… Ho bisogno di ritornare a guardarmi dentro, a  cercare te, che mi aspetti con pazienza”. (Diario, 3 agosto 1999).<br />
In ogni istante della vita quotidiana, nei momenti più difficili ed in quelli  sereni, il dottor Luca Bosso si lascia guidare dallo Spirito Santo. E’ il suo  maestro interiore; e la preghiera incessante diventa lo spazio privilegiato per  attingere alla vita stessa dei Dio: “Devo lasciarmi rinnovare, aprirmi a Dio,  dargli spazio, in modo che mi rivolti dal profondo… Dobbiamo seguire lo Spirito.  Vivere di preghiera. Diventare amore. Essere una lode a Dio. Senza riserve.  Essere immagine di Dio, lode alla sua grandezza”.<br />
Così scrive nel suo Diario il 17 ottobre 1999, pochi giorni prima di terminare  la sua esistenza terrena.</p>
<p>I genitori di Luca hanno raccolto in un libro, Luca, una vita di servizio e di  amore, il diario del loro figlio primogenito, insieme ai ricordi della nuora  Elena e dei numerosi amici. Il ricavato sarà destinato ad iniziative di  solidarietà in Africa e a favore degli extracomunitari che vivono nel nostro  Paese.</p>
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		<title>Josemaria Escriva</title>
		<link>http://www.testimonideltempo.it/josemaria-escriva/</link>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 10:57:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[1902 - 1975 L’Opus Dei, la sua creatura, è una delle forze giovani nel cattolicesimo contemporaneo.t Un grande pastore]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
Giuseppe Romano</p>
<p>1902-1975 – sacerdote – fondatore dell’Opus Dei – santo</p>
<p>Fra le molte linee di espansione che la Chiesa cattolica ha attraversato dagli  inizi del Novecento, nell’arco temporale che contiene il concilio Vaticano II  come baricentro tematico, teologico e culturale, quella che porta il nome di san  Josemaría Escrivá non è delle meno significative.<br />
Con ogni evidenza le ricadute di quell’epoca storica sono tutt’altro che  esaurite. Le figure dei due ultimi pontefici, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI,  incarnano in maniera forte lo “spirito del concilio»: sia nel versante  propositivo, sia negli assestamenti dottrinali e disciplinari. Se poi si guarda  in particolare al contesto italiano, è evidente che la recente stagione è stata  tutta dedicata allo sforzo di metabolizzare eventi e idee del passato per  metterli a frutto in maniera adatta ai tempi: basti pensare al «Progetto  culturale», lascito perentorio del Convegno ecclesiale svoltosi a Palermo nel  1995, di cui il Convegno ecclesiale veronese, nell’ottobre di quest’anno, sarà  punto di consuntivo decennale. Frattanto sono mutati i connotati della presenza  cattolica nel nostro paese: sono trasformati sia il contesto della politica sia  la conformazione della società civile.<br />
Quella del sacerdote spagnolo Josemaría Escrivá (Barbastro 1902-Roma 1975) è  figura alla quale è riconosciuto un ruolo di primo piano tra i testimoni di  quest’epoca, capaci di scrutare e comprendere i segni dei tempi. L’Opus Dei, la  sua creatura, è una delle forze giovani nel cattolicesimo contemporaneo: sparsa  in tutto il mondo, ha conosciuto un’espansione geografica rapida e un simultaneo  consolidamento che ne fa uno strumento pastorale di rilevante entità, sotto la  forma istituzionale della prelatura personale. Che non per nulla è una figura  canonica predisposta proprio dal concilio Vaticano II in vista dei «nuovi e  moderni» apostolati che si andavano delineando fin da allora.<br />
La vicenda terrena di Josemaria Escrivà comincia il 9 gennaio 1902 in un punto  periferico della geografia spagnola, anche se denso di tradizioni: in una  cittadina pedemontana dell’Aragona, Barbastro, affacciata sui Pirenei. Una  provincia alacre, in cui la fede cristiana è base abituale delle risorse e delle  aspettative. La gioventù del ragazzo Josemaría viene segnata dalla morte  repentina di tre sorelline e poi dalla rovina economica del padre, cui d’un  tratto va male il commercio di tessuti. Il trasferimento nella non distante  cittadina di Logroño è necessario, ma anche provvidenziale: è là, infatti, che  il quindicenne deciderà di anteporre Dio a qualsiasi altro progetto. Sempre più  forte gli echeggia dentro la richiesta di mettersi a disposizione completa del  Signore («Signore, che cosa vuoi da me?»), anche se ancora quella volontà non  gli è chiarita.<br />
Una mattina scorge, nella neve che ha imbiancato le strade, le impronte di un  carmelitano scalzo. Quella vista gli risuona dentro come una chiamata rivolta  proprio a lui. Per manifestare a Dio la sua totale sottomissione entra in  seminario a Logroño. Quindi si trasferisce in quello di Saragozza, città dove a  suo tempo s’iscrive anche alla facoltà civile di legge.<br />
Riceve gli ordini sacri il 28 marzo 1925. Novello sacerdote, compirà le prime  esperienze pastorali in località rurali dell’Aragona. Ma poi chiede e ottiene il  trasferimento nella diocesi di Madrid: non soltanto per proseguire i corsi di  diritto in vista del dottorato, che esistono soltanto nella capitale, ma anche  perché intuisce che lì potrà manifestarsi il progetto di Dio, tuttora oscuro.  Infine lo scorgerà da un giorno all’altro, il 2 ottobre 1928, mentre è in  preghiera durante un corso di esercizi spirituali: è chiamato a fondare l’Opus  Dei per diffondere fra i cristiani la chiamata alla santità nel lavoro e nella  vita ordinaria. Sarà quella, da allora, la sua unica aspirazione: nella  pastorale con studenti e con operai, fra cui raccoglie i primi seguaci, poi  anche nella difficilissima situazione madrilena della guerra civile, che mette a  repentaglio i cristiani, tanto più se preti e religiosi. Dopo mesi di ministero  svolto in clandestinità, fuggirà insieme ad altri attraversando clandestinamente  i Pirenei e riparando in Andorra, da cui potrà rientrare in Spagna appena  possibile.<br />
Il dopoguerra lo vede presto nel cuore della cristianità; si trasferisce a Roma  nel 1946. Giungono vocazioni sempre più copiose, uomini e donne, e lui le  spedisce ai quattro capi del mondo per spargere il seme. L’Opera cresce e  incontra amici e devoti, così come diffidenze e ostilità in buona misura dovute  alla novità intrinseca del suo messaggio. Ci saranno alcuni legami fondamentali:  così come all’inizio l’arcivescovo di Madrid era stato protettore e promotore,  in Vaticano farà altrettanto il giovane sostituto della Segreteria di Stato,  Giovanni Battista Montini.<br />
L’espansione prosegue. Con essa si consolidano le radici ecclesiali  dell’istituzione: che attraversa il concilio Vaticano II riconoscendosi  pienamente nella sua dottrina e ne trae slancio anche sotto il profilo  dell’inquadramento giuridico. Sarà un assestamento graduale, progressivamente  più adeguato alle intenzioni del fondatore. Vedrà il punto d’arrivo dopo la sua  morte, nel 1982, con l’erezione in prelatura personale: una struttura pastorale  governata da un prelato di nomina pontificia, che risponde all’ispirazione  originaria, ideata per rispettare e avvalorare lo status dei fedeli laici e dei  sacerdoti secolari. Tema, questo, rispetto al quale la riflessione della Chiesa  ha conosciuto in questi ultimi decenni sensibili progressi.<br />
Così come agli esordi del suo sacerdozio don Josemaría aveva speso la maggior  parte del suo tempo nel dialogo fraterno con le persone comuni, agendo da amico  e da pastore in un instancabile tu per tu, anche nella maturità fa convivere le  responsabilità di governo con una serrata attività di apostolato personale: gli  ultimi anni della sua vita sono dedicati a una catechesi itinerante che lo porta  in giro per l’Europa e poi nell’America Latina. Incontra famiglie e gruppi  spesso numerosi di persone, trascorre ore a rispondere ai loro concreti  interrogativi sulla fede e sulla vita cristiana nelle più svariate situazioni.  Restano, di quei momenti, alcuni filmati che mostrano quanto fosse coinvolgente  la sua personalità sotto il profilo umano e affettivo, oltre che netta ed  esplicita riguardo alla dottrina della fede.<br />
Quando il fondatore muore, a Roma, il 26 giugno 1975, l’Opera da lui iniziata  conta oltre sessantamila membri in tutto il mondo, e assai più numerosi sono  coloro che s’ispirano alla sua spiritualità per la loro vita cristiana. Giovanni  Paolo II ha canonizzato don Escrivá il 6 ottobre 2002.<br />
Se dal punto di vista biografico viene spontaneo identificare la figura del  fondatore con quella dell’istituzione – tutta la sua vita è stata dedicata all’Opus  Dei, s’è tradotta nel prepararsi alla fondazione e poi nella quotidiana cura di  essa –, sarebbe limitante estendere tout court questa identificazione anche agli  aspetti spirituali, dottrinali e pastorali. Infatti l’intuizione basilare che ha  animato questo santo sacerdote ha caratteristiche tali da far ritenere che  l’istituzione Opus Dei ne sia soltanto una, ancorché fondamentale,  manifestazione. Anche perché a prima vista può sembrare addirittura un paradosso  che l’aspetto più saliente della sua spiritualità si sia tradotto in  un’istituzione, visto che essa promuove fra tutti i comuni fedeli laici, uomini  e donne, la vita cristiana integra nella diretta e semplice coerenza con il  titolo battesimale.<br />
In altre parole, quella che Escrivá scorge e predica – non soltanto lui nel  Novecento, ma certamente nessuno prima e più compiutamente di lui – è la  necessità di estendere la piena titolarità dell’annuncio cristiano a ciascun  membro del popolo di Dio, al di là delle istanze gerarchiche e anteriormente  alle eventuali situazioni d’impegno elettivo. La situazione personale, spiega il  santo, costituisce per ciascun battezzato il luogo vocazionale sufficiente,  completo e preciso nel quale egli è chiamato a intrattenere il proprio rapporto  con Dio e con gli altri uomini. Dal Vangelo stesso si ricava che affinché la  vocazione cristiana di un uomo o di una donna possa dirsi piena non è necessario  che intervengano specificazioni ulteriori.<br />
Sotto il profilo teologico sappiamo bene che chiamate specifiche – quelle al  sacerdozio, alla vita consacrata, al celibato e ai consigli evangelici – sono  impegnative predilezioni divine, che contrassegnano vocazionalmente il percorso  della Chiesa e, in essa, dei singoli cristiani. Inoltre sono molti gli uomini e  le donne che con generosità e iniziativa s’impegnano a vario titolo in opere di  carità organizzata. Tuttavia non è meno vero che tutti e singoli i cristiani,  uno per uno, sono chiamati «con nome e cognome» a essere figli di Dio anzitutto  nel pieno adempimento dei compiti personali, quali che siano. A tutti loro,  certamente e prima di tutto, il Signore chiede di essergli figli agendo come  «sacerdoti della loro stessa esistenza», santificandosi nel mondo e santificando  il mondo: il che costituisce un terreno completo e impegnativo di santità. Una  vocazione primordiale e universale, ma anche personale e coinvolgente.<br />
Il punto è importante. Così come l’ispirazione che l’ha precisato: soprattutto  se la si contestualizza nel suo momento storicamente sorgivo, in quella Spagna  degli anni Venti del secolo scorso che era angolo d’Europa e, simultaneamente,  polveriera di rancori sanguinosi. Paese per eccellenza gerarchico e clericale  (ma anche anarchico e anticlericale), la penisola iberica, dove a pochi sarebbe  parso opportuno accreditare ai laici responsabilità autonome. E non è che don  Escrivá volesse schierarsi contro frati e suore, o contro il clero – egli stesso  scelse di farsi sacerdote –, e nemmeno che gli saltasse in mente di avversare le  tante forme di solidarietà cattolica già attive e operanti a quei tempi o che  sarebbero venute dopo (confraternite, terzi ordini, congregazioni, misericordie,  associazioni, caritas diocesane, oratori, azione cattolica e via enumerando). Al  contrario, per tutte queste sante e variegate realtà esprimeva devozione e  venerazione. Anche coi fatti: fu cappellano di associazioni caritative,  assistette frati e suore, animò associazioni studentesche confessionali.<br />
Ma aveva ben chiaro – riguardo a ciò soleva parlare di una concreta ispirazione  divina – che la missione della Chiesa è «un mare senza sponde», in cui conta  ciascuna goccia. Quando parla del lavoro «santificato», quando spinge  all’apostolato «di amicizia», quando incoraggia a vivere l’amore coniugale come  vocazione cristiana, don Josemaría sta invitando a una piena assunzione di  responsabilità, tanto personale quanto universale. Pensa a uomini e donne, figli  e figlie di Dio nel mondo creato e redento da Dio, che animano ogni ambiente con  la forza ineguagliabile della presenza libera e individuale, in cui l’esempio e  le virtù incidono col valore della testimonianza. A ispirare quest’azione è la  forza nativa dell’istanza sacerdotale, regale e profetica che è propria del  popolo di Dio, inserita nel flusso sacramentale, spirituale e pastorale  dell’istituzione Chiesa, corpo mistico di Cristo che amministra la grazia, il  pane e la parola.<br />
Anche l’Opus Dei è un’istituzione. Lo è in maniera visibile, ponderosa, sia  storicamente – perché Escrivá l’ha considerata parte integrante del messaggio  fondazionale – sia ecclesialmente, in quanto annovera una cospicua messe di  membri e di attività. Tuttavia il paradosso, l’apparente contraddizione fra  chiamata individuale, senza aggiunte, e istituzione schematizzata, si scioglie  se si considera che l’Opus Dei è un mero (ancorché congruo) strumento. I membri  dell’Opus Dei sono servi della Chiesa dediti ad aiutare quegli altri – assai di  più – che, senza nessun vincolo con quella o altre istituzioni, s’impegnano a  vivere pienamente le proprie giornate cristiane nel mare senza sponde che è il  mondo. Dove sono nati e operano a pieno titolo, senza alcun bisogno di  rivendicare presunti diritti d’ingresso come fosse dall’esterno. È così che i  cristiani da uomini liberi agiscono in prima persona nella società, a tutti i  livelli: nelle professioni, negli svaghi, nella cultura, nella politica,  nell’economia, nel commercio, nelle arti, nello sport, nelle relazioni  internazionali.<br />
In effetti chi s’imbatte nell’Opus Dei – spesso attraverso un conoscente, altre  volte nel contesto di qualche attività pastorale – ne riceve un’«offerta  formativa», piuttosto che l’invito a inserirsi in un ambiente. Gli vengono  proposte attività di ristoro spirituale personale – ritiri, meditazioni, atti  liturgici e sacramentali, lezioni di dottrina e di morale – concepite per  aiutarlo nell’esistenza quotidiana che conduce. I membri dell’istituzione sono  laici (e alcuni sacerdoti secolari), uomini e donne, molti di loro sposati, che  eleggono questa missione spirituale e formativa a scopo preponderante  dell’esistenza.<br />
A conferma del fatto che gli stavano a cuore più le persone che le strutture, e  più il rapporto degli uomini con Dio che le beghe organizzative, san Josemaría  Escrivá ha scritto libri di meditazione e di preghiera, piuttosto che codici  dottrinali e manuali di strategia. E dalla lettura delle sue opere, a partire da  quel Cammino che è un classico della letteratura spirituale contemporanea, si  delinea la convinzione che la vita cristiana di ciascuno va condotta da uomini  fra gli uomini, ovunque ci si trovi, tracciando un’impronta di fede e di opere  che si mescola con quelle di tanti altri. Così come le gocce nel mare. E – ma  qui è ovvio che sull’impegno umano si esalta l’intervento provvidenziale – con  analoghi effetti complessivi nella città dell’uomo e in quella di Dio.</p>
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		<title>Giunio Tinarelli</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 10:56:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Testimoni]]></category>
		<category><![CDATA[Testimoni della verità]]></category>
		<category><![CDATA[Uomini]]></category>

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		<description><![CDATA[1912 - 1956. Un uomo felice, felice come una Pasqua. Nonostante la paralisi e la malattia, un umile che seppe indicare il percorso per una gioia "alternativa".]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><span style="font-size: small;">Giuseppe Romano</span></strong></p>
<p>La storia che ci accingiamo a raccontare è quella dell’uomo più felice del  mondo. È una storia singolare, soprattutto perché le circostanze di questa  felicità non sembrerebbero, a prima vista, le più propizie a un simile stato  d’animo. Eppure Giunio Tinarelli – questo il nome del protagonista – non  soltanto ha detto di essere felice, ma lo ha mostrato giorno per giorno alle  centinaia di persone che hanno avuto rapporti con lui. Diceva: «Non cambierei la  mia vita con nessuna ricchezza che esiste al mondo». Diceva: «Nessuno è più  fortunato di me». Diceva: «Io sono sempre felice». È stato un italiano molto  popolare al suo tempo. Anche per questo, cioè per l’impatto che ebbe su chiunque  lo conosceva, la sua storia merita di essere raccontata.<br />
Giunio Tinarelli non ha goduto di una lunga esistenza: nato il 27 maggio 1912, è  morto a quarantaquattro anni, il 14 gennaio 1956. Il tempo intercorso fra queste  due date l’ha passato quasi tutto in una cittadina italiana di periferia: Terni,  in Umbria, dov’era nato e dove morì. Nemmeno si può dire che abbia usufruito di  circostanze sociali ed economiche fortunate: nato in una famiglia di umili  risorse, cominciò a lavorare come operaio fin dai dodici anni di età per  contribuire al bilancio casalingo. Non fu mai ricco di denaro e di cultura. E  avrebbe probabilmente continuato così per tutta la vita se non gli fosse  sopraggiunta una grave malattia che pressappoco dai vent’anni lo ridusse  immobile in un letto.<br />
Giunio Tinarelli era un operaio, Un giovane operaio che nella Terni del 1928 fu  assunto dalle Acciaierie, cuore industriale della città umbra. Aveva, a quel  punto, tutto ciò che poteva desiderare: la giovinezza, la salute, il lavoro, una  bella fidanzata che aspettava il momento giusto per sposarlo. Repentinamente  quell’orizzonte luminoso venne meno. Cominciarono strani malesseri, dolori  sempre più lancinanti che gli impedivano di muoversi agevolmente. Nel giro di  pochi anni, malgrado i consulti medici e le cure faticose, venne un responso  disastroso: poliartrite anchilosante. Di lì a poco per lui sarebbe stata  immobilità assoluta. A vent’anni la sua vita sembrò conclusa. Il lavoro,  perduto. La fidanzata, sparita. I familiari, affranti. Buio fitto.<br />
E invece no. La vita successiva di Giunio, ancora lunga, è stata contrassegnata  da una caratteristica a prima vista incongrua, ma forte e indubitabile: la  gioia. Per uno di quei misteri esistenziali che ci fanno vedere l’esistenza in  una luce assai più profonda delle apparenze quotidiane, quell’operaio ternano è  riuscito a capire e a vivere tutte le potenzialità positive che la sua  situazione gli riservava.<br />
Giunio praticava la sua fede con normalità, senza voli pindarici, fin da  piccolo. Figlio di un papà anticlericale e di una madre devota, aveva imparato a  rivolgersi a Dio quotidianamente e a considerare ciò che faceva alla luce della  fede. Mai gli era venuto in mente che quella sua adesione cristiana significasse  qualcosa di anormale: piuttosto, era convinto che Dio – l’amore di Dio, la  volontà di Dio – lo attendesse appunto nelle sue giornate qualsiasi, affinché  lui potesse riempirle di significato e di riconoscenza. Si sentiva operaio di  Dio: anche il rapporto assiduo e intimo di direzione spirituale con un santo  sacerdote, don Peppino Lombardi, gli confermava che la sua strada era quella di  far bene il suo lavoro, di voler bene ad amici e colleghi e così, in questa vita  apparentemente ripetitiva, portare una dimensione trascendente della quale il  mondo ternano di quegli anni aveva assoluto bisogno.<br />
I miracoli sono interventi diretti di Dio nel mondo creato. A volte risultano  clamorosi, impossibili da non vedere. Più spesso non ce ne accorgiamo perché  riguardano sfere intime e non materiali. Nel caso di Giunio, il vero e proprio  miracolo consistette nel suo essere consapevole – dopo un instante di ribellione  istintiva – che quella cosa terribile che gli accadeva, in definitiva, non  alterava la sua vita. Dio l’aveva voluto operaio. Se l’aveva voluto anche  malato, ebbene, avrebbe fatto del suo meglio per essere un ottimo operaio  malato. Un operaio del dolore, ma anche della gioia. La sua vita successiva si  spiega così. Da una parte, vent’anni di immobilità assoluta, dai talloni alla  cima della testa, salvo le braccia dal gomito in giù, e di ristrettezze  economiche continue. Dall’altra, una vita sempre più intensa e un’allegria  sempre più contagiosa, al punto che casa sua divenne mano a mano un centro di  riunione continuamente frequentato e che la corrispondenza epistolare, e, poi,  telefonica, si fece quasi fluviale.<br />
Giunio Tinarelli, operaio di Cristo, era convinto che al mondo ci fossero ottimi  motivi per essere felici di vivere e per darsi da fare. Se questo era vero nelle  sue condizioni, lo era in tutte le condizioni. Perciò fu in grado di confortare  e di consigliare amici sani di corpo e magari dubbiosi nel cuore. E perciò il  suo cuore lo spinse sempre più intensamente ad aiutare i suoi compagni di  malattia. Dopo che andò al santuario mariano di Loreto, dal 21 al 24 agosto  1941, si accorse del tesoro che gli veniva messo a disposizione attraverso i  pellegrinaggi: e divenne un sostenitore instancabile dell’Unitalsi (ne rifondò  la sezione ternana), intervenendo, accompagnando e animando gruppi sempre più  numerosi di malati come lui, diretti a Loreto e a Lourdes. Poi conobbe i  Volontari della sofferenza e trovò tradotto in organizzazione solidale ciò che  praticava spontaneamente: aiutare i degenti a fare tesoro della loro malattia.<br />
Chi lo conosceva intimamente, e in primo luogo i familiari che lo amavano e gli  erano sempre vicini per aiutarlo, sapeva che quella gioia non era né incosciente  né infondata. Giunio soffriva moltissimo, in ogni minuto, ma questo non gli  toglieva consapevolezza né serenità. Piuttosto gli infondeva il desiderio di  accostarsi sempre più al Signore, per attingere da lui la forza che non aveva.  Fu un itinerario spirituale intenso e fondato sui mezzi abituali: la preghiera e  i sacramenti. Quando ottenne che si potesse celebrare la Messa in camera sua, e  che un sacerdote venisse a portargli la Comunione, fu come se avesse coronato la  più alta delle aspettative. La sua gioia poggiava su queste radici e sfociava in  uno spirito ottimista e pragmatico che notava tutto e tutto volgeva al meglio.<br />
Quando morì, il 14 gennaio 1956, tutta Terni – e centinaia di uomini e donne in  ogni parte d’Italia – si strinse attorno a lui, e da allora il suo esempio non  ha smesso di brillare. Il suo processo di beatificazione è in corso. Il 18  febbraio 1997 è stata presentata ufficialmente alla Congregazione delle Cause  dei santi la Positio super vita, virtutibus et fama sanctitatis del Servo di Dio  Giunio Tinarelli. I tempi della Chiesa faranno il loro corso. Ma se, com’è  probabile, prima o poi Tinarelli salirà sugli altari, non accadrà perché ha  sofferto o perché si è macerato in questa sofferenza. Accadrà perché Giunio  Tinarelli è stato un uomo felice, e ha sparso gioia attorno a sé.<br />
Lo attestano, oltre a lui, innumerevoli persone che lo hanno visto, frequentato,  incontrato; che hanno scambiato lettere con lui o che hanno sentito parlare  della sua vita e del suo atteggiamento. Oggi, quasi cinquant’anni dopo la sua  morte, l’operaio Tinarelli è un eroe civile nella sua città, che ne ricorda e ne  onora l’appartenenza alla vita di lavoro e di relazioni e al suo nome ha  dedicato un largo urbano. È anche un cristiano esemplare: all’inizio degli anni  Ottanta ne è iniziata la causa di beatificazione. Ma già nel 1957 Pio XII lo  aveva descritto in un discorso come un uomo «morto in concetto di santità» e  anche Giovanni Paolo II, in una lettera scritta nel 1983, lo ammira perché «ha  saputo così eloquentemente testimoniare l’autentica gioia cristiana, pur in  mezzo ad atroci sofferenze».</p>
<p>Com’è possibile parlare di «autentica gioia» in un contesto così avverso? Si  tratta di un’esagerazione, di un sotterfugio per addolcire una situazione  drammatica, oppure è proprio vero che qualcuno riesce a vedere la luce in una  situazione che qualsiasi intelletto definirebbe oscura?<br />
Dobbiamo anticipare che per Giunio Tinarelli e per quanti gli furono o gli sono  vicini non è così. Se si parla di «gioia», di «felicità», è perché quel giovane  paralizzato fu autenticamente dotato di quello stato d’animo che abitualmente  facciamo coincidere con la contentezza, l’appagamento, la soddisfazione di noi.  Tinarelli non si limitava a sopportare, ad accettare, a tollerare, a convivere  con le sofferenze. Era un uomo proprio felice, felice come una Pasqua. È questo  che ci stupisce e ci spinge a indagare meglio. Se la vita di Giunio è stata  sincera, come tutto sembra provare, ci troviamo infatti davanti al mistero di  un’alternativa. Si tratta di accertare quale segreto abbia giustificato un  simile sentimento nonostante le circostanze esterne, oppure abbia potuto  trasformare quelle terribili circostanze esterne in una fonte continua di gioia.  Insomma, o Giunio Tinarelli era felice malgrado le sue avversità, oppure erano  proprio quelle avversità a renderlo felice.<br />
Qualche psicologo a questo punto tirerebbe fuori oscuri meccanismi di  compensazione o magari il masochismo; ma la storia, le testimonianze e i  documenti invece ci mostrano che l’operaio ternano fu un uomo limpido e  semplice, incapace di elucubrazioni intime e del tutto estraneo ai contorcimenti  psicologici. Era un uomo lineare, essenziale, all’altezza della sua scarsa  cultura e della sua elevata statura interiore. Capiva bene che cosa gli era  successo e gioiva di ciò che era; così intensamente da trasmettere questa gioia  attorno a sé e da contagiare chiunque si imbattesse in lui. Era, letteralmente,  un faro di umanità. Illuminando, trasmetteva la certezza che la vita, qualsiasi  vita, vale la pena di essere vissuta al massimo livello possibile.<br />
Quale che sia la soluzione del «mistero Giunio», essa contrasta sensibilmente  con la filosofia esistenziale che governa i nostri tempi. I quali non soltanto  favoriscono una visione della vita ancorata a parametri di realizzazione e di  consenso, ma pretendono di escludere dal panorama qualsiasi indicazione in  contrario. Viviamo in momenti dove è piuttosto facile rientrare nella categoria  degli esclusi, dei reietti, dei falliti; ma al tempo stesso il fuoco  dell’interesse non è mai stato così concentrato sull’esigenza di salire, di  primeggiare. La soluzione di un simile contrasto, evidentemente, non esiste; non  per nulla il secolo che si è da poco concluso è stato definito come «il secolo  del male oscuro», cioè la depressione e la plumbea angoscia esistenziale; e il  secolo appena iniziato non sembra da meno. Quando simili contraddizioni  intervengono a lacerare le coscienze, le menti e i cuori delle persone, non  esistono rimedi o soluzioni facili. Tantomeno esistono quando episodi del genere  si diffondono così numerosi da trasformarsi in fenomeni sociali, in un malessere  che diventa generalizzato e quasi espressione di una intera civiltà.</p>
<p>Il recente rapporto di un istituto di ricerca (Eures) attesta che il 2002, per  la società italiana, è stato un anno tristemente significativo: per la prima  volta gli omicidi maturati all’interno dei «rapporti di prossimità» hanno preso  il sopravvento su quelli legati alla malavita e alla criminalità organizzata. In  particolare, il 51,5% degli omicidi è avvenuto all’interno della famiglia, tra  amici e conoscenti, nell’ambito del lavoro o del vicinato.<br />
Si direbbe che il problema della felicità oggi stia mostrando tutta la sua  urgenza in quelle relazioni sociali dove gli individui ripongono il senso della  propria identità. L’allarme squilla incessante in tutti gli indicatori vitali,  negando che la nostra civiltà sia felice. In crisi è proprio lo «spazio» del  vivere civile, inteso sia come spazio privato delle relazioni, sia come quello  spazio comune e pubblico che in altri tempi era garantito  dall’istituzione-Stato: è in crisi come convivenza civile, come coabitazione,  come delimitazione architettonica degli spazi, come organizzazione culturale del  sapere e come strutturazione giuridica dei diritti e dei doveri reciproci (crisi  che si traduce in dissidi di ogni tipo come pure in città brutte, in arte  povera, in educazione stentata, in sovraffollamento di leggi deboli).<br />
Non soltanto non è per nulla dimostrato che il benessere e l’agiatezza diano la  felicità – anzi fin troppe smentite provengono dagli ambienti più dorati –, ma  al contrario in certi casi sembra di scorgere un raggio di luce là dove non ce  lo si aspetterebbe: fra i deboli, fra i brutti, fra i poveri, fra gli  imperfetti, fra i malati. Ci sono state, anche in tempi recenti, figure  eloquenti nell’uno e nell’altro senso. Giunio Tinarelli potrebbe essere una di  esse, ma non è né l’unica né la più famosa.<br />
Fra le immagini del Novecento che abbiamo conservato nel magazzino dei ricordi  ci sono le lamiere accartocciate sul corpo fragile della principessa sorridente,  la donna dolce e ribelle che aveva incarnato il sogno di tante altre donne. Se  n’è andata, Diana Spencer, con un figlio in grembo nell’oscurità sporca di un  tunnel parigino, al termine di una folle sbandata. Da un certo punto di vista  Diana era la fiaba vivente, la leggenda del personaggio che ha ricevuto tutto  dalla vita: bellezza, ricchezza, dolcezza, fama, riconoscimenti. Da un altro  punto di vista – di cui ci siamo resi conto soltanto dopo la sua scomparsa – era  una donna insicura, triste, nevrotica, che avrebbe voluto amare ed essere amata  per ciò che era e non soltanto per il ruolo che ricopriva o che le attribuiva la  sua immagine pubblica.<br />
Nel ventesimo secolo dell’era cristiana c’è stata un’altra donna, non meno  famosa di Diana e ancora più amata di lei, che è divenuta a suo modo regina. Il  suo nome di battesimo era Gonxha Agnes Bojaxhiu, ma è nota in tutto il mondo  come Teresa di Calcutta. Ha detto di sé: «Sono albanese di sangue, indiana di  cittadinanza. Per quel che attiene alla mia fede, sono una suora cattolica.  Secondo la mia vocazione, appartengo al mondo. Ma per quanto riguarda il mio  cuore, appartengo interamente al Cuore di Gesù». Dall’inizio alla fine della sua  vita, madre Teresa si è prodigata a favore di coloro che più nessuno amava, ai  quali nessuno più badava. Ha lavorato in situazioni umanamente insostenibili, in  una Calcutta dove i cadaveri dei morti nella notte per le strade venivano  rimossi al mattino insieme alla spazzatura, e dove i bambini abbandonati  sopravvivevano come potevano, senza nessuna speranza di futuro.<br />
Eppure nella vita di questa donna minuta non sono mai mancati né la gioia né  l’amore. L’amore degli altri per lei si è riassunto nella folla strabocchevole  di persone qualsiasi, almeno trecentomila, che affollava piazza S. Pietro il 19  ottobre 2003, giorno della sua beatificazione. L’amore suo per tutti, e in  particolare per i più poveri e abbandonati, si è tradotto quotidianamente in un  invito alla gioia e alla speranza: «Quel che manca di più ai poveri», ha detto,  «è il fatto di sentirsi utili, di sentirsi amati. È l&#8217;esser messi da parte che  impone loro la povertà, che li ferisce. Per tutte le specie di malattie vi sono  medicine, cure, ma quando si è indesiderabili, se non vi sono mani pietose e  cuori amorosi, allora non c&#8217;è speranza di vera guarigione». E d’altra parte in  lei la gioia era una realtà prevalente e costante: «La gioia è preghiera, perché  loda Dio: l&#8217;uomo è creato per lodare. La gioia è la speranza di una felicità  eterna. La gioia è una rete d&#8217;amore per catturare le anime. La vera santità  consiste nel fare la volontà di Dio con il sorriso».<br />
Vivere e morire felici: in che altro si compendia la fiaba che ognuno di noi –  al di là della ricchezza, della bellezza, del successo – immagina per sé?<br />
Teresa di Calcutta, agli occhi di questo nostro mondo orientato all’appagamento  materiale e psicologico, dedito a una pignola contabilità della convenienza e  dell’efficienza, non era un personaggio funzionale. Anzi, la sua esistenza si  svolgeva sul confine dell’inutile, dell’insufficiente, degli «scarti di  produzione» abbandonati dal sistema. Tuttavia non è così che l’hanno percepita  coloro che hanno guardato il suo comportamento e che hanno ascoltato le sue  parole. Pure Diana, la principessa bionda, si era rivolta a Teresa mettendosi a  sua disposizione e chiedendole di aiutarla, di poter collaborare con lei. E  anche la prossimità delle date della loro scomparsa – il 31 agosto 1997 Diana,  il 5 settembre successivo Teresa – le ha avvicinate per sempre nell’immaginario  collettivo, inducendo molte persone a tessere un parallelo esistenziale che  altrimenti non sarebbe stato spontaneo.<br />
Papa Giovanni Paolo II ha scritto un documento illuminante su questo tema: la  lettera apostolica Salvifici doloris sul senso cristiano della sofferenza umana  (datata 11 febbraio 1984). Si tratta di un’assorta meditazione sul senso del  male fisico e morale nel mondo, che parte dall’evidenza cristiana – vale a dire,  radicata in Cristo redentore, morto e risorto – che nel dolore c’è un senso, ed  è un senso positivo, addirittura glorioso: «In conseguenza dell’opera salvifica  di Cristo l’uomo esiste sulla terra con la speranza della vita e della santità  eterne. E anche se la vittoria sul peccato e sulla morte, riportata da Cristo  con la sua croce e risurrezione, non abolisce le sofferenze temporali dalla vita  umana, né libera dalla sofferenza l’intera dimensione storica dell’esistenza  umana, tuttavia su tutta questa dimensione e su ogni sofferenza essa getta una  luce nuova, che è la luce della salvezza. È questa la luce del Vangelo, cioè  della buona novella».<br />
Se qualcuno vuol chiedersi come mai questo papa che alla conclusione del  pontificato è giunto vegliardo, ma che per tanti anni abbiamo conosciuto  moderno, sportivo, giovanile e sorridente, sia così legato agli aspetti più  oscuri e sofferti dell’esistenza umana, basta un’occhiata alla sua biografia,  fin dall’infanzia e dalla giovinezza costellate di lutti familiari,  dall’oppressione dei nazisti e dei sovietici, da una vocazione intrapresa nella  clandestinità. E poi, da papa, l’attentato, gli incidenti, le malattie. Con la  sua impossibilità di muoversi e di essere autosufficiente, con la fatica ad  articolare la parola, con il tremore accentuato – con il contrasto che tutto ciò  oppone al ricordo vigoroso che tutti noi abbiamo di lui –, il Giovanni Paolo II  degli ultimi anni testimonia al mondo anche un’altra strada per considerare il  dolore e i limiti della condizione umana: quella che vi scorge una cornice  comunque sufficiente per essere dignitosamente e pienamente uomini.<br />
Non sono distinzioni di poco conto. Confermano che la dignità umana non può  essere misurata né col metro di uno standard fisico ottimale, né con quello del  riscatto religioso dell’insufficienza materiale. Quest’ultimo è importante,  perché innalza la persona a un livello di figliolanza e di collaborazione col  Creatore e col Redentore; ma non soppianta ciò che – per precisa intenzione del  Creatore medesimo – costituisce il valore intrinseco di ogni uomo.<br />
Ci sono al mondo moltissime persone che convivono con impedimenti fisici,  psicologici, emotivi; che hanno quotidianamente da fare con la sofferenza. Ma  ciò non significa che non siano uomini, e che la loro esistenza quotidiana non  abbia un significato e uno scopo. Tutt’altro. Lo psichiatra viennese Viktor  Frankl, ebreo, internato nel lager nazista insieme a migliaia di altri, elaborò  la sua «logoterapia» – rivelatasi efficacissima nella cura della nevrosi –  proprio constatando come, in situazioni estreme come quelle di un campo di  sterminio, non fossero la prestanza fisica o l’alimentazione a garantire le  migliori probabilità di sopravvivenza. A farcela erano, piuttosto, coloro che  affrontavano le quotidiane difficoltà coltivando la propria dignità umana e al  contempo una qualche speranza, un’aspettativa interiore. Quelli che avevano un  motivo per sopravvivere: «Dal modo in cui un uomo accetta il suo ineluttabile  destino e con questo destino tutta la sofferenza che gli viene inflitta, dal  modo in cui un uomo prende su di sé la sofferenza come la “sua croce”, sorgono  infinite possibilità di attribuire un significato alla vita, anche nei momenti  più difficili, fino all’ultimo atto di esistenza. […] Chi invece non sa credere  più nel futuro, nel suo futuro, in un campo di concentramento è perduto».<br />
Persone come Giunio Tinarelli possono esserci di aiuto. Possono indicarci la  strada che porta a un apprezzamento della persona umana che sia indipendente da  ciò che essa produce, o dal consenso che riceve. Tutti abbiamo bisogno di essere  apprezzati, ma l’altrui apprezzamento non sostituisce ciò che oggettivamente  siamo, ciò che siamo dentro. L’unico apprezzamento che conta è quello che non  viene meno perché si fonda non sull’apparire bensì sull’essere, su quel nucleo  oggettivo della persona che nessun uomo può giudicare o condizionare, ma Dio  soltanto. Questo è stato il fondamento della gioia anche in Giunio Tinarelli,  questo è l’elemento che può rivoluzionare il criterio di valutazione  dell’esistenza. Questa è la «gioia cristiana»: non soltanto l’amore spassionato  di Dio – che ci ama anche se siamo deboli e imperfetti – ma anche il  compiacimento di Dio stesso per ciò che di positivo c’è in noi nonostante le  imperfezioni. Se per Dio contiamo, se davanti a lui siamo utili, siamo  importanti, siamo belli, perché dovremmo noi stessi ritenerci inutili,  insignificanti, brutti?</p>
<p>Naturalmente comprendere tutto ciò nella pratica non è facile. È così  impegnativo, anzi, che giustifica – fra l’altro – il fatto che su Giunio  Tinarelli si scrivano libri per sottolineare quanto fu straordinaria la sua  normalità, oltre che quanto fu normale la sua straordinarietà. È impegnativo ma  non è impossibile. Dovrebbe valere per ogni uomo, per ogni donna che calchi  questa terra: perché tutti, nessuno escluso, siamo utili, importanti e belli  così come siamo. È questo che Giunio ha capito, ed è questo che ha insegnato con  i fatti e con le parole.<br />
Da questo punto di vista si capisce, allora, un’altra novità significativa del  pontificato di Giovanni Paolo II. Il quale da solo ha proclamato più santi e  beati di quanti ne avevano fatti tutti i 263 pontefici precedenti, da san Pietro  a questa parte (477 santi e 1320 beati al 31 dicembre 2003). Fanno parte di un  progetto di catechesi che papa Wojtyla vuole radicare in ogni luogo, sotto ogni  cielo, e in qualsiasi situazione sociale e umana. Li proclama perché siano  «testimoni» dell’amore di Dio e della dignità umana in qualsiasi circostanza.  Non soltanto papi e cardinali, monaci e suore, re e personaggi famosi, martiri e  anacoreti, bensì anche uomini, donne e bambini che non hanno fatto niente di  straordinario, se non vivere bene la loro vita ordinaria.<br />
Per capire quanto questo cambio di prospettiva sia rivoluzionario (e pertanto  necessariamente graduale), basta considerare il caso di un’altra testimone  contemporanea: una figura che, nella sua semplicità, nella sua normalità e nel  suo eroismo, si aggiunge degnamente alla nostra breve galleria di ritratti. Si  tratta di Gianna Beretta Molla, santa per la Chiesa universale dal 16 maggio  2004.<br />
È in assoluto la prima donna sposata dell’era moderna a salire sugli altari.  Così la descrive un giornalista:<br />
«Da quando esiste la Congregazione per le Cause dei santi (cioè dalla fine del  Cinquecento) è stato proclamato un solo santo sposato, che è Tommaso Moro, e  nessuna santa. La ragione è da cercare nella convinzione – durata fino a tempi  recenti – che lo “stato&#8221; matrimoniale non faciliti una pratica esemplare delle  virtù cristiane. Giovanni Paolo ha chiesto ripetutamente alla Congregazione di  rinnovare il metodo e le procedure, al fine di arrivare al riconoscimento di  “santi laici, che vivono nel matrimonio”. Ma fino ad oggi aveva dovuto  contentarsi di proclamare dei “beati” sposati: per esempio Antonio Federico  Ozanam, Giuseppe Tovini, Elisabetta Canori Mora, i coniugi Beltrame Quattrocchi.  Ora, finalmente, arriva la prima santa. Quanto a Tommaso Moro (1478-1535), era  stato canonizzato da Pio XI, col titolo di “martire”: non fosse stato per il  martirio, saremmo ancora in attesa di un santo sposato. Gianna Beretta era un  medico pediatra sposata a un ingegnere, Pietro Molla, che è ancora vivo e che  era in piazza San Pietro nel 1994, quando lei fu proclamata beata. Aveva già tre  figli e trentanove anni quando – a due mesi dall’inizio di una quarta gravidanza  – scopre d’avere un tumore all’utero e rifiuta la laparatomia, con asportazione  dell’utero, che l’avrebbe salvata. Il Papa, proclamandola beata commentò così  quell’“eroico amore”: “Ella, come medico chirurgo, era ben consapevole di ciò a  cui andava incontro, ma non indietreggiò davanti al sacrificio”. Sarà una santa  che gli sposi di oggi potranno sentire vicina, perché era una donna moderna,  innamorata del marito, brava sciatrice, amante dei viaggi».<br />
Giunio Tinarelli è un altro di questi «santi normali». È a tutti gli effetti una  persona che possiamo «sentire vicina». Prima ancora che la Chiesa si sia  pronunciata ufficialmente sulla sua santità canonica, egli è un cristiano  esemplare che, con questa sua vita normale, ha fatto tanto bene attorno a sé.</p>
<p><em>Di Giuseppe Romano è apparso per le Edizioni San Paolo Giunio Tinarelli.  L’uomo più felice del mondo (pp.194, euro 10,50)</em></p>
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		<title>Giorgio La Pira</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 10:54:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1904 - 1977. Il sindaco santo di Firenze. Autore, nella sua carriera politica, di gesti estremi in difesa dei poveri e dei disoccupati.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="font-size: medium;">IL SINDACO SANTO. </span></strong></p>
<p>di <strong>Riccardo Bigi</strong></p>
<p>Parlando ai sindaci delle città italiane, il 26 aprile 2004, Giovanni Paolo II  non ha esitato a indicare Giorgio La Pira come modello di virtù: “Quella di La  Pira fu una straordinaria esperienza di uomo politico e di credente, capace di  unire la contemplazione e la preghiera all’attività sociale e amministrativa,  con una predilezione per i poveri e i sofferenti. Carissimi Sindaci, possa  questa sua luminosa testimonianza ispirare le vostre scelte e azioni  quotidiane!”.<br />
Parole forti, quelle del Papa, che costituiscono il culmine di una serie di  eventi che hanno visto protagonista, a cento anni dalla nascita il “sindaco  santo” di Firenze. Le celebrazioni del centenario hanno coinvolto il mondo  ecclesiale e quello della politica, associazioni, scuole, istituzioni. Un busto  di La Pira è stato inserito, alla Camera dei Deputati, tra i “padri fondatori”  della Repubblica italiana. E il Presidente della Repubblica Ciampi gli ha  conferito, alla memoria, la medaglia d’oro al merito civile, ricordandone  l’opera preziosa svolta a servizio dello Stato.<br />
Questa riscoperta del valore di La Pira, del suo pensiero e del suo operato,  potrebbe presto coronarsi con l’inserimento nella schiera dei Beati: la causa di  beatificazione, aperta nel 1986, procede lentamente a causa della grande mole di  materiale da esaminare (scritti, lettere, diari, testimonianze) ma il cardinale  Ennio Antonelli, arcivescovo di Firenze, si è espresso con chiarezza: “È vivo  desiderio della Chiesa fiorentina, e non solo di essa, che la santità di Giorgio  La Pira venga riconosciuta al più presto possibile”.<br />
Eppure, non sempre è stato così. Giorgio La Pira ha conosciuto, nella sua vita,  anche critiche e attacchi molto duri. Il suo modo di interpretare il ruolo di  sindaco, i suoi gesti a volte estremi in difesa dei poveri e dei disoccupati, i  suoi tentativi arditi di dialogo con la Russia comunista e, addirittura, con il  Vietnam di Ho chi min non mancarono di suscitare perplessità. Oggi le polemiche  di quegli anni sono sopite, e vale la pena cercare finalmente di gettare sulla  figura di La Pira uno sguardo d’insieme, per scoprire che il suo messaggio è più  valido che mai.</p>
<p>Giorgio La Pira nasce a Pozzallo, nel sud della Sicilia, il 9 gennaio 1904. È un  bambino allegro e servizievole, che ama particolarmente leggere. A dieci anni,  nel 1914, i genitori lo mandano a Messina, dallo zio Luigi Occhipinti, per  proseguire gli studi iscrivendosi all’istituto tecnico. Lo zio, anticlericale  convinto, non voleva neanche vederlo parlare con i preti. In quel periodo  subisce un’infatuazione per Mussolini, per il futurismo, le poesie di  D’Annunzio&#8230; Poi comincia a leggere, a farsi domande. Legge Dante, Platone, la  Bibbia, i romanzi russi, i poeti francesi.<br />
Tra i suoi amici c’è Salvatore Quasimodo, futuro premio Nobel per la poesia: a  lui, in alcune lettere, racconta i suoi dubbi interiori. “Ho attraversato varie  volte – scrive &#8211; i sotterranei del pensiero: ho bussato a molte porte, come un  povero mendicante, per avere pane di sapere, ho rifatto mille strade, mille  mondi, ho amato mille cose: sono stato troppo vagabondo in questo errare senza  posa alla ricerca di un po’ di pace per l’anima mia: io ho sempre avuto in me  sete di ascesi, sete di profondo annullamento del mio essere che si ricollega a  Dio”. A 18 anni si rende conto di non saper pregare. Glielo insegna un prete,  don Mariano Rampolla Del Tindaro, fratello del suo insegnante di italiano. Il  giovane Giorgio è un ottimo allievo, e impara subito i segreti della  contemplazione. “Con una progressione d’amore che non avrei mai preveduto, la  presenza del Santissimo mi inchioda con pesantezza in un’adorazione che non ha  limiti: tutte le fibre sono tremanti e ogni palpito del cuore è come un  richiamo: si sta ginocchioni, col capo calato, come quando l’ora è più oscura e  tutto il mistero ci sovrasta”. Quando scrive queste cose, La Pira è uno studente  di neanche vent’anni. Si abitua a passare ore ed ore in ginocchio, in  adorazione. Nel 1924, durante la Messa di Pasqua succede qualcosa che lo porta a  consacrare la vita a Dio. È il giorno che i biografi indicano come data della  sua conversione. Così lui stesso racconta l’episodio, in una lettera all’amico  Salvatore Pugliatti: “Io non dimenticherò mai quella Pasqua del 1924, in cui  ricevei Gesù Eucaristico: risentii nelle vene circolare una innocenza così  piena, da non potere trattenere il canto e la felicità smisurata”.<br />
La Pira dunque decide di consacrarsi a Dio: il suo desiderio però è di svolgere  il suo apostolato nel mondo. I motivi li spiega in una lettera alla zia  Settimia: “Vedi, zia, che il Signore abbia messo nella mia anima il desiderio  delle grazie sacerdotali non c’è dubbio: solo, però, che Egli vuole da me che io  resti col mio abito laico per lavorare con più fecondità nel mondo laico lontano  da lui. Ma la finalità della mia vita è nettamente segnata: essere nel mondo il  missionario del Signore: e quest’opera di apostolato va da me svolta nelle  condizioni e nell’ambiente in cui il Signore mi ha posto”.</p>
<p>Missionario del Signore nel mondo: è questa la vocazione a cui La Pira sente di  dover rispondere. Con questo spirito sarà professore, deputato, sindaco. Si  tratta di fare, dirà qualche anno più tardi, di ogni professione una cattedra di  apostolato cristiano. Intanto, l’aspetta un’altra cattedra, quella  dell’Università di Firenze. Nel capoluogo toscano arriva nel 1926, seguendo il  professore con cui sta preparando la tesi. Viene per laurearsi, e ci rimarrà  tutta la vita. È un amore a prima vista, come testimoniano le prime lettere  scritte ai parenti. “Di Firenze che vi dirò? È una città bellissima: è tutta un  fiore, un superbo fiore. Ha l’aspetto di una città-arte, di un castello di mille  merletti, dalle linee rapide, soavissime e magnifiche insieme. È veramente la  patria di Dante”.<br />
Intanto, La Pira studia, insegna, partecipa alle attività caritative della San  Vincenzo de’ Paoli. Lo chiamano “il professorino”, quando è lui a parlare alle  riunioni della Gioventù Cattolica c’è sempre il pieno. Nel frattempo, ha  effettuato la vestizione come terziario domenicano, e ha scelto come abitazione  una cella nel convento di San Marco. Qui resterà fino a che la tendenza a  ammalarsi di bronchite non lo costringerà a trasferirsi; ma tornerà spesso a  pregare e a condividere la mensa con i frati. Il desiderio di consacrarsi a Dio  lo porta anche ad aderire all’Opera della Regalità, fondata da padre Agostino  Gemelli: un istituto secolare presso il quale prenderà i voti di povertà,  obbedienza, castità.</p>
<p>Gli anni trenta per Firenze sono anni importanti, pieni di fermento. Ci sono i  poeti, gli scrittori, Giovanni Papini, Piero Bargellini&#8230; E poi c’è don Giulio  Facibeni, il fondatore della “Madonnina del Grappa”. E il cardinale Elia Dalla  Costa, con il quale La Pira si consiglia prima di qualsiasi decisione e che  tante volte lo ha difeso dalle critiche e dalle malignità. La Pira frequenta  anche la casa di don Raffaele Bensi, il padre spirituale di tanti fiorentini. È  qui, come racconta lo stesso La Pira, che nasce l’idea della “Messa dei Poveri”  nella chiesetta di San Procolo. “Un giorno, nella primavera del 1934, in casa di  don Bensi, si parlava di poveri. Don Bensi disse: sarebbe tanto bello potere  assistere materialmente e religiosamente le zone estreme della miseria: i poveri  cui non giunge la carità delle Conferenze di San Vincenzo; i mendicanti, quelli  che dormono abitualmente o all’aperto o nei dormitori pubblici, la povera gente  girovaga che non ha né letto, né pane, né famiglia”. Nasce così l’opera di San  Procolo: la celebrazione si sposterà presto nella più grande chiesa della Badia  Fiorentina, per poter accogliere tutti i partecipanti. Ogni domenica viene  distribuito il pane e, durante la Messa, La Pira spiega ai poveri i fatti della  città e del mondo. Continuerà a farlo, ogni volta che potrà, per tutta la vita.</p>
<p>È proprio da questi impegni di carità che nasce la passione di La Pira per la  politica, che per lui è un modo più efficace per fare del bene. Intanto però  arriva la guerra e La Pira, ricercato dai fascisti, deve fuggire. L’infatuazione  giovanile per Mussolini era finita da un pezzo, La Pira era diventato molto  critico con il regime: su “Principi”, la rivista da lui fondata, si espone in  maniera coraggiosa. Si dedicò anche ad aiutare famiglie di ebrei a nascondersi  nei conventi, e alla fine dovette nascondersi lui. Prima a Fonterutoli, nella  casa di campagna dell’amico Jacopo Mazzei (dove conosce Fioretta Mazzei, sua  confidente e fedele collaboratrice), poi a Roma, in casa di monsignor  Giovambattista Montini, il futuro Paolo VI. Intanto, tiene dei corsi di dottrina  sociale all’università Lateranense.<br />
In quegli anni, la Chiesa aveva capito che il crollo del regime fascista era  vicino e si doveva preparare una classe politica nuova. Persone in grado di  diventare protagonisti nella ricostruzione della società. La Pira non si tirò  indietro. “Il nostro piano di santificazione è sconvolto – scrive -: noi  credevamo che bastassero le mura silenziose dell’orazione! Credevamo che chiusi  nella fortezza interiore della preghiera noi potevamo sottrarci ai problemi  sconvolgitori del mondo; e invece nossignore; eccoci impegnati con una realtà  che ha durezze talvolta invincibili; una realtà che ci fa capire che non è una  pia espressione l’invito di Gesù: prendi la tua croce e seguimi (&#8230;) Il pieno  adempimento del nostro dovere avviene solo quando noi avremo collaborato,  direttamente o indirettamente, a dare alla società una struttura giuridica,  economica e politica adeguata – quanto è possibile nella realtà umana – al  comandamento principale della carità”.</p>
<p>Quando torna a Firenze, nel 1944, La Pira è uno degli esponenti più preparati  del movimento cattolico. Il 2 giugno del 1946, viene eletto a far parte  dell’assemblea costituente. Il suo contributo alla stesura della Costituzione  italiana è determinante: tanti articoli portano la sua firma, quelli sulla  dignità della persona, sul rapporto tra stato e chiesa, quello in base al quale  l’Italia ripudia la guerra. Dopo la costituente arrivarono gli anni al Governo,  a occuparsi di questioni economiche e di lotta alla disoccupazione. La politica  doveva rispondere, diceva, alle attese della povera gente. Insieme a Fanfani,  Dossetti, Lazzati, erano chiamati “i professorini”. Erano esigenti, volevano che  lo Stato assicurasse il lavoro a tutti. Ebbero diversi scontri con i vertici  della Dc che invece erano più cauti e prudenti. Alla fine si dimise, e qualche  anno dopo lasciò anche il Parlamento: era diventato sindaco di Firenze. Fu  eletto nel 1951, poi di nuovo nel ‘56, e poi ancora nel ‘61. Aveva molti  avversari, i giornali lo criticavano, ma i fiorentini gli volevano bene e ogni  volta prendeva una valanga di preferenze.</p>
<p>Il giorno dell’insediamento, Giorgio La Pira si presentò in Palazzo Vecchio con  il saluto di San Francesco: Pax et bonum, pace e bene. E nel suo primo discorso  spiegò il suo programma, fondato su tre obiettivi: i bisogni della povera gente,  lo sviluppo della città, fare di Firenze una lampada capace di illuminare la  Terra. Aveva chiara la sua idea di città: “In una città un posto ci deve essere  per tutti: un posto per pregare (la chiesa), un posto per amare (la casa), un  posto per lavorare (l’officina), un posto per imparare (la scuola), un posto per  guarire (l’ospedale)”. Ma non era semplice realizzare queste cose.<br />
Sommerso da mille difficoltà, La Pira si muove con coraggio, facendo anche  scelte difficili, che spesso fanno discutere. Un problema era quello delle  persone senza casa: La Pira trovò una vecchia legge, che lo autorizzava a  sequestrare proprietà private in casi di emergenza sociale: settemila famiglie  sfrattate, disse, sono un’emergenza. Requisì alcune villette vuote: il comune  pagava l’affitto, e ci sistemava le famiglie in attesa di trovare un alloggio  definitivo. Ma molti erano scontenti, e lo denunciarono. La sua reazione, la  spiegò in una lettera al Giornale del Mattino: “Devo lasciarmi impaurire da  queste ‘denunce penali’ che non hanno nessun fondamento giuridico – e tanto meno  morale! – o devo continuare, ed anzi con energia maggiore, a difendere come  posso la povera gente senza casa e senza lavoro? Lei non avrà dubbi sulle  risposte, direttore: neanch’io. Un sindaco che per paura dei ricchi e dei  potenti abbandona i poveri – sfrattati licenziati, disoccupati e così via – è  come un pastore che per paura del lupo abbandona il suo gregge”.</p>
<p>Nel 1954 scoppiò il caso della Pignone, la più grossa fabbrica fiorentina.  Durante la guerra era cresciuta molto producendo mine navali, poi aveva cercato  di riconvertirsi ma con poco successo. La società a cui apparteneva l’azienda,  la Snia, voleva licenziare tutti i dipendenti, e chiudere. La Pira si schierò a  fianco dei lavoratori, scrisse appelli, partecipò alle manifestazioni. Poi,  insieme con i lavoratori, ebbe un’idea: la fabbrica produceva turbine che  potevano essere utilizzate per l’estrazione del petrolio. Così telefonò al suo  amico Enrico Mattei, che era presidente dell’Eni, e lo convinse a comprare la  fabbrica. Oggi è una delle più grandi al mondo nel settore, esporta prodotti in  Russia, in Arabia, in America. Anche in quell’occasione, insomma, aveva visto  giusto. Intanto però aveva ricevuto offese, attacchi di ogni tipo per aver  difeso gli operai. Veniva accusato di essersi prestato al gioco dei comunisti,  lo chiamavano “pesciolino rosso nell’acquasantiera”, “comunistello di  sacrestia”.<br />
Erano accuse che lo ferivano, e lui si difendeva. In una lettera a Pio XII,  scrive: “Io non posso avallare mai l’iniquità: non conosco la tecnica del  compromesso politico e diplomatico: ho parlato chiaro ai fascisti; ho parlato  chiaro, anzi più chiaro ancora, ai comunisti; parlo chiaro anche ai proprietari  che non sono consapevoli delle gravi responsabilità connesse coi talenti che Dio  loro affida. Non posso assistere impotente alle ingiustizie che si commettono  sotto l’apparenza della legge”. E a De Gasperi, spiega: “Tutta la vera politica  sta qui: difendere il pane e la casa della più gran parte del popolo italiano&#8230;  Il pane (e quindi il lavoro) è sacro; la casa è sacra; non si tocca impunemente  né l&#8217;uno né l&#8217;altra! Questo non è marxismo: è Vangelo!”.<br />
Per tutte queste cose, e altre ancora, i fiorentini lo chiamavano il “sindaco  santo”. Non perdeva occasione per aiutare i poveri, se vedeva un mendicante era  capace di regalargli il cappotto nuovo, e il suo stipendio di professore finiva  tutto in carità. Pensò anche allo sviluppo della città, a costruire scuole,  ponti, quartieri interi. Poi, nel 1964, dovette lasciare la carica di sindaco.  Molti fiorentini andarono in Palazzo Vecchio fischiando e gridando per protesta,  perché volevano che restasse. Ma sono i giochi della politica, non sempre è  facile capirli. Lui intanto continuò a svolgere quel ruolo, che si era  ritagliato e che gli calzava a pennello, di ambasciatore di pace della  repubblica fiorentina.</p>
<p>Appena divenuto sindaco, La Pira aveva dedicato molti sforzi alla causa della  pace. Spes contra spem, sperare contro ogni speranza era il suo motto: fare ogni  tentativo, anche quando tutto sembra perduto, per riportare la pace, per far  nascere la trattativa, fermare le armi. Era convinto, in particolare, che  Firenze avesse un ruolo particolare, quello di trasmettere un messaggio di pace  al mondo: lo ha ripetuto in tanti discorsi, in tante occasioni. “Vorremmo che  tutti i tesori di storia, di grazia, di bellezza, di intelligenza, di civiltà,  che la Provvidenza ha ‘accumulato’ a Firenze costituissero essi stessi un  gigantesco messaggio di pace rivolto a tutti i popoli della terra; un messaggio  che li chiama tutti, quasi irresistibilmente, e malgrado ogni resistenza ed ogni  contrarietà – spes contra spem – ad edificare la città della pace: a compiere,  cioè, l’opera delle opere: a dare inizio alla storia nuova dei ‘mille anni’ di  civiltà e di pace”.</p>
<p>Per mettere in pratica queste idee, convocò a Firenze i Convegni per la pace e  la civiltà cristiana, e poi i Colloqui mediterranei, con i paesi arabi e quelli  europei. A Firenze arrivavano i rappresentanti di decine di nazioni, c’erano  anche i capi di paesi in conflitto che si incontravano, discutevano. La pace tra  Algeria e Francia nacque, in qualche modo, proprio nei corridoi di Palazzo  Vecchio. La Pira cercava i punti comuni, gli elementi condivisi da tutti i  popoli su cui fondare il dialogo: il valore della persona umana, i valori della  libertà, del lavoro, della preghiera, della poesia.<br />
Il messaggio di pace di La Pira partiva da Firenze ma si allargava a tutte le  città. Nel 1954, parlando a un convegno della Croce Rossa a Ginevra, approfondì  il suo ragionamento: “Le città hanno una vita propria: hanno un loro proprio  essere misterioso e profondo: hanno un loro volto: hanno, per così dire, una  loro anima e un loro destino: non sono cumuli occasionali di pietre: sono  misteriose abitazioni di uomini e più ancora, in certo modo, misteriose  abitazioni di Dio. È mai pensabile che questa reale ‘ricchezza delle nazioni’,  che queste essenziali strutture della civiltà umana – strutture nelle quali  trovano espressione i valori storici e creativi dell’uomo e, in un certo senso,  gli stessi valori storici e creativi di Dio – possano essere radicalmente  eliminate dalla faccia della terra? Eppure la possibilità di questo sradicamento  totale delle città umane dalla faccia della terra è ormai inequivocabilmente  dimostrata: poche bombe all’idrogeno lanciate sopra pochi punti del globo  possono ridurre la terra a un deserto&#8230; La mia dolce, misurata e armoniosa  Firenze, creata insieme dall’uomo e da Dio, per essere come città sul monte,  luce e consolazione sulle strade degli uomini, non vuole essere uccisa! Questa  medesima volontà di vita affermano, con Firenze, tutte le città della terra:  città, ripeto, capitali e non capitali; grandi e piccole; storiche e non  storiche; artistiche e non artistiche: tutte! Esse proclamano unanimi il loro  inviolabile diritto all’esistenza: nessuno ha il diritto, per qualsivoglia  ragione, di ucciderle”.</p>
<p>Da queste idee nacquero i gemellaggi di cui La Pira si fece promotore, creando  legami tra Firenze e le città di tutti i continenti: Filadelfia, Kiev, Kyoto,  Fez, Edimburgo, Reims. Bisogna unire le città, diceva, per unire le nazioni.  Organizzò a Firenze, nel 1955, un convegno dei sindaci delle capitali del mondo:  Washington, Gerusalemme, Londra, Parigi, Pechino&#8230; E anche il sindaco di Mosca,  che lo invitò a ricambiare la visita. Ci andò nel 1959, primo politico  occidentale a varcare la “cortina di ferro”. Andò a pregare nei santuari russi e  poi al Cremlino, di fronte al Soviet Supremo, dove non ebbe timori a parlare di  Gesù. “In una fase storica nuova, tutti vedono che è il momento di rafforzare  l’impegno per la pace. Come? Signori, io sono un credente cristiano e, dunque,  parto da questa ‘ipotesi di lavoro’: credo nella presenza di Dio nella storia,  nell’incarnazione e resurrezione di Cristo e credo nella forza storica della  preghiera; perciò, secondo questa logica, ho deciso di dare un contributo alla  coesistenza pacifica tra Est e Ovest come dice il Signor Krusciov, facendo un  ponte di preghiera fra Occidente e Oriente per sostenere come posso la grande  edificazione di pace nella quale tutti siamo impegnati”.<br />
Quello a Mosca è solo uno dei suoi tanti viaggi. Uno dei più delicati fu quello  in Vietnam, mentre stava cominciando la guerra: tentò di aprire la trattativa  tra il governo vietnamita e quello americano, ma alla fine prevalse la logica di  chi pensava di risolvere tutto con le armi. Altri viaggi importanti li fece in  Medio Oriente, in Terra Santa, in Egitto, in Giordania. Aveva già capito che non  ci potrà essere pace nel mondo finché non ci sarà pace tra cristiani, ebrei,  musulmani: quella che lui chiamava la “famiglia di Abramo”. Tornò diverse volte  in quelle terre, incontrò ministri egiziani e israeliani, il re di Giordania. In  uno scritto molto bello racconta questi suoi tentativi, il titolo è già un  programma: “abbattere i muri, costruire ponti”. “abbiamo cercato di costruire un  ponte di preghiera e di riflessione storica e politica fra le rive avverse che  separano ancor tanto gravemente i popoli fratelli &#8211; la famiglia di Abramo &#8211; del  Medio Oriente. Il messaggio che abbiamo portato è che la guerra anche ‘locale’  non risolve, ma aggrava i problemi umani; che essa è ormai uno strumento per  sempre finito; e che solo l’accordo, il negoziato, l’edificazione comune,  l’azione e la missione comune per l’elevazione comune di tutti i popoli, sono  gli strumenti che la Provvidenza pone nelle mani degli uomini per costruire una  storia nuova e una civiltà nuova”.</p>
<p>Quanta speranza, in queste parole. Una speranza che non è campata in aria, ma si  fonda su una convinzione precisa: il fatto che, dopo la scoperta della bomba  atomica, la guerra non ha più senso. Lo afferma in maniera netta, nel 1961, in  una lettera al presidente sovietico Krusciov. “Siamo ormai sul crinale  apocalittico della storia: in un versante c’è la distruzione della terra e  dell’intera famiglia dei popoli che la abitano, nell’altro versante c’è la  millenaria fioritura della terra e della intera, unitaria, famiglia dei popoli  che la abitano: fioritura carica di pace, di civiltà, di fraternità e di  bellezza: la fioritura profetica dei ‘mille anni’ intravista da Isaia e da San  Giovanni: i governanti di tutta la terra sono oggi chiamati a fare questa scelta  suprema. Altra scelta non c’è. Per andare verso il versante della fioritura  bisogna accettare il metodo indicato dal Profeta Isaia: trasformare i cannoni in  aratri ed i missili e le bombe in astronavi e non ‘esercitarsi con le armi’, non  uccidere ma amare”.</p>
<p>Nella profezia di Isaia (“&#8230; trasformeranno le loro spade in aratri e le loro  lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo e non  si eserciteranno più nell’arte della guerra”) La Pira crede fermamente. E i  segni contrari che vediamo nel mondo, le guerre, gli scontri, vanno visti in  profondità. È l’ottica della “storiografia del profondo”, che La Pira spiega  così: “Il movimento delle acque dei mari obbediscono a leggi precise. Alla  superficie, le acque ci appaiono agitate, ci suggeriscono l’immagine del caos,  di un divenire caotico, in balia di forze incontrollabili, ma nel profondo vi  sono potenti e misteriose correnti che governano il moto delle acque. Anche nel  profondo della storia umana, così agitata nella superficie, vi sono delle grandi  e misteriose correnti che trascinano in un senso ben preciso: verso l’unità e la  pace. Bisogna saperle individuare”. Un modo di leggere la storia fondato sulla  speranza: speranza riposta, ad esempio, nei giovani. “Le generazioni nuove –  afferma in un famoso discorso &#8211; sono come gli uccelli migratori, come le  rondini: sentono il tempo, sentono la stagione. Quando viene la primavera essi  si muovono ordinatamente, sospinti da un invincibile istinto vitale, verso le  terre ove la primavera è in fiore”.</p>
<p>Negli ultimi anni, quando non ricopre più nessun incarico politico, La Pira  rimane al centro di mille contatti internazionali. E quando è ormai anziano e  malato, la politica lo chiama a nuovi impegni. Fu in prima linea nelle battaglie  per i referendum sull’aborto e sul divorzio, difese con forza il valore della  vita, della persona, della famiglia. E nel 1976 la Democrazia Cristiana gli  chiese nuovamente di candidarsi. Fu eletto deputato, ma partecipò poco ai lavori  del Parlamento perché la malattia, un tumore del sangue, ormai lo costringeva a  letto.<br />
Giorgio La Pira muore un sabato, il 5 novembre 1977. Con lui ci sono gli amici  di sempre: poco dopo arriva l’arcivescovo, il cardinale Giovanni Benelli. Paolo  VI in un telegramma esprime il suo cordoglio per la morte del “generoso e fedele  servo del Signore Giorgio La Pira&#8221;. Il giorno dopo, la salma viene esposta in  San Marco: i fiorentini si riversano in massa a salutare il “sindaco santo”,  mentre da tutto il mondo arrivano personalità della politica e della cultura,  uomini di ogni nazione e religione. Il 7 novembre, i funerali: in Duomo, il  cardinal Benelli parla delle radici religiose di La Pira: “Nulla può essere  capito di Giorgio La Pira se non è collocato sul piano della fede”. Poi fu  sepolto nel cimitero di Rifredi, accanto a don Facibeni. Sulla sua tomba c’è una  lampada, dono di alcuni ragazzi fiorentini, israeliani e palestinesi. Sopra c’è  scritto “Pace, Shalom, Salam”.</p>
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		<title>Gianni Renda</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 10:50:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[1952 - 1983 Un giovane calabrese dalla fede viva, impegnato, capace di vivere la santità come attuazione di Dio nella storia cristiana e umana]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left"><span style="font-size: medium;">Il volto splendente di un giovane calabrese</span></p>
<p align="left"><em>“Il progetto di uomo che Dio ci chiede di effettuare è di vivere intensamente il presente, nelle difficoltà quotidiane, di svolgere il nostro ruolo sul luogo e con le condizioni contingenti, questo significa essere disposti a fare la volontà di Dio” (Gianni Renda, 1952-1983).</em></p>
<p align="left"><strong>di Filippo D’Andrea</strong></p>
<p align="left"><strong><em>Cenni biografici</em></strong></p>
<p align="left">Gianni Renda nasce a Sambiase ora Lamezia Terme il 21 febbraio 1952 da mamma Concetta e papà Felice, ultimo fratello dopo Basilio e Cinzia. In famiglia, appena fanciullo, si delinea &#8220;piccolo Salomone&#8221;. Adolescente frequenta la comunità parrocchiale dei Padri Minimi, da giovane l&#8217;Azione Cattolica, e si laurea in Giurisprudenza a Roma nel 1974. I suoi impegni: delegato diocesano dell&#8217;A. C. (1975-1981), presidente della Fraternità del Terz&#8217;Ordine dei Minimi (1978-80); fondatore delle A.C.L.I. di Sambiase; eletto consigliere della provincia di Catanzaro nel 1980; presidente della F. I. M. P. A. (Fiera di San Biagio a Lamezia Terme Sambiase), presidente dell&#8217;I.S.E.F. di Catanzaro; promuove centri culturali, non abbandona mai di fare il catechista nella sua parrocchia. Si sposa non Francesca Cirillo il 3 luglio 1982, e dopo alcuni mesi si ammala gravemente ed il 1 dicembre 1983, a soli 31 anni, è chiamato dal Padre celeste.</p>
<p><strong><em>Il contesto socioculturale della sua formazione giovanile</em></strong></p>
<p align="left">Fede viva, impegnatissimo e da tutti molto amato.<br />
Gianni cresce nel clima culturale giovanile degli anni ’60 – 70’ in cui la musica, in particolare i messaggi delle canzoni di Bob Dylan, Fabrizio De André, i Nomadi, Giombini, sono nutrimento formativo: testi quali “Blowing in the wind”, “Dio è morto”, “Auschwitz”, “Spiritual”, “Kumbaya” “E la mia strada”, “Irish”, ecc.<br />
“Dio del cielo se mi vorrai amare scendi dalle stelle e vienimi a cercare… in mezzo agli altri uomini mi troverai” cantava De André. Noi intendevamo la relazionalità crocevia privilegiato della testimonianza cristiana, in cui si cerca e si trova il Signore della storia degli uomini. E Gianni viveva al sublime grado questo luogo: “Giannuzzu” veniva chiamato dai vecchi del paese e dai disabili. “Quante strade che un uomo farà e quando fermarsi potrà”, si apriva la santa messa con queste parole di Dylan mentre Gianni arrivava in chiesa portando in braccio fino al primo banco la sorella maggiore con handicap fisico impossibilitata a camminare. Non c’erano pause o tempi morti nella sua giornata, era un costante offrirsi agli altri dentro le situazioni vive. Gianni era ben consapevole che “se Dio muore è per tre giorni e poi risorge” in “una generazione preparata ad un mondo nuovo, a una speranza appena nata, ad un futuro che ha già in mano”. Egli era la sintesi tra gli entusiasmi giovanili provocati dalle grandi figure degli anni ’60: Giovanni XXIII, John Kennedy, Martin Luther King e Mahatma Gandhi, dalla rivoluzione culturale del ’68 e dalla freschezza spirituale e culturale della conversione socio-ecclesiale del Concilio Ecumenico Vaticano II.<br />
Gianni ed io, insieme ad altri giovani, respiravamo questo clima di radicale cambiamento, in un’aria culturale di grandi sogni, di orizzonti aperti a speranze travolgenti le nostre esistenze trascinate in un progetto scritto dai segni dei tempi e da una sete di vita significativa e significante per la storia piccola e grande dei nostri percorsi di vita quotidiana. E cantavamo “E la mia strada, Signor, che porta a Te”, un gospel che faceva rima teologica con “Kumbaya”: “vieni qui, Signor” dove “c’è chi prega”, “chi lavora”, “chi lotta”, “chi ama”, “chi soffre”, ma in fondo sappiano che “Tu sei qui”.</p>
<p><em><strong>La sua testimonianza sociale e politica</strong></em><br />
Il quotidiano divenire di Gianni si coglieva come lo sgorgare di gocce di Vangelo.<br />
Quando entrò in politica sapeva che era “venuto ormai il momento di negare tutto ciò che è falsità; le fedi fatte di abitudini e paure; una politica che è solo far carriera; il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto, l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto”. Gli “odi di partito” erano fuori dalla sua concezione della politica, intesa, invece, come strumento per servire organizzando le risposte risolutive ai problemi concreti col metodo della massima collaborazione tra i politici che, pur avendo differenti visioni ideologiche, si ponevano nella politica in termini di sincero impegno verso la società. Gianni entrò nella politica attiva per servire la verità, e realisticamente ne coglieva la diabolica dialettica con la menzogna. Per lui il politico vero è come il pastore che sta quotidianamente con il suo gregge, per difenderlo dai lupi famelici che sono tanti in politica, e non solo. La sua verità interiore di donazione al prossimo già si evidenziò con tutta la sua chiarezza evangelica quando da piccolo, avendo ricevuto in regalo dallo zio Giovanni un paio di stivaletti li donò ad un bambino suo coetaneo, “Vicinziallu”, recatosi in casa Renda per chiedere qualcosa con cui sfamarsi, e Gianni vedendolo scalzo si precipitò a prendere gli stivaletti nuovi che porse al fanciullo, colto da improvviso stupore.</p>
<p><strong><em>Modello cristiano di giovane calabrese</em></strong><br />
Gianni fu un giovane che ha vissuto con straordinaria intensità la sua esistenza, leggendo in tutto ed in tutti i segni dello Spirito, offrendosi ed offrendo nel suo agire e nella sua presenza la trasparenza della Grazia, della fiducia e della speranza in nuove terre e nuovi cieli.<br />
Il meraviglioso che si irradia dalla sua breve esistenza è il profilo positivo di una cultura e di un modo di vivere del popolo calabrese. In lui, in maniera coinvolgente, si manifestano l&#8217;entusiasmo ed il sorriso di Gesù mediati ed informati dall&#8217;identità calabrese. Splendente e sofferto esempio, dal quale traspaiono tracce di santità. La parola “santità” significa “allontanamento violento” oltre che “separare”, e “mettere da parte”. Dio ha allontanato violentemente Gianni Renda dalla sua vita terrena e dalla nostra, lo ha messo sotto la Sua luce perché lo vedessimo nella sua pienezza, nel suo essere stato ed essere dono per l’elevazione della nostra storia cristiana ed umana. La santità è soprattutto una via di attuazione di Dio, non è solo traguardo della fatica della persona. Il testimone della spirito è certamente anche la storia possibile del superamento dei confini umani, conversione/redenzione della nostra realtà negativa. “Il santo è uno di noi” &#8211; dice mons. Domenico Graziani &#8211; che fa da battistrada al nostro cammino di santità. Gianni Renda può essere annoverato nel nostro laicato cattolico calabrese del secolo XX, che seppe incarnare, con umiltà e nel nascondimento, la parola del Crocifisso dentro le ferite sanguinanti della gente calabra. Questo testimone lametino s&#8217;inserisce in tale galassia di modelli cristiani in virtù del suo spirito di oblazione personale e di vocazione all&#8217;impegno sociale e politico, alla promozione culturale per l&#8217;uomo e la comunità, tutto nella prospettiva del Vangelo.</p>
<p><strong><em>Il volto spendente di un giovane nella memoria della comunità lametina</em></strong><br />
La lettura spirituale di un&#8217;esistenza coglie nei bagliori dell&#8217;animo, nella forza interiore, nelle slancio profetico, piuttosto che pesare i posti di prestigio occupati. L&#8217;amore è la gratitudine della comunità cristiana e civile in cui è vissuto sono confermati dalla memoria tuttora vivissima del suo volto, della figura dinamica e sensibile, trainante e d&#8217;ascolto partecipato, con la quale Gianni scrisse parole intrise della sua originale spiritualità di laico che, nel silenzio del suo impegno, contemplò il quotidiano nel quotidiano: amò e difese i piccoli, condivise con fede il dolore e la gioia, mediò con carità conflitti ed incomprensione, illuminò di speranza situazioni buie e disperate. L&#8217;ultima sua luminosa testimonianza fu, pur nella “via crucis” della sua atroce malattia, andare incontro al Gesù del Cielo in “dolcissimo silenzio” con il suo tenero ed accogliente sorriso.</p>
<p>Per approfondimenti:<br />
Filippo D’Andrea (a cura di), <em> Un credente testimone nel quotidiano. Gianni Renda</em>, Diocesi di Lamezia Terme – Commissione “Giustizia e pace”, Lamezia Terme 1998, pp. 120 (sono presenti le testimonianze di Vincenzo Rimedio, Giuseppe Morosini, Armando Augello, ed altri); Idem,<em> La testimonianza esemplare nel vissuto quotidiano di Gianni Renda</em>, in Vivarium, anno X, n. 2-3, Rivista dell’Istituto Teologico Calabro “San Pio X”, pp. 335-363; Idem, <em> Gianni Renda: un credente testimone nel quotidiano</em>, nel sito internet:  Calabriaecclesiamagazine.</p>
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