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	<title>Testimoni del Tempo &#187; Donne</title>
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	<description>Vogliamo salvare dall&#039;oblio il ricordo di uomini e donne che hanno lottato per la giustizia e l&#039;amore nel mondo</description>
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		<title>Pina Suriano</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 09:14:47 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Testimoni della verità]]></category>

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		<description><![CDATA[1915 - 1950. Una laica di Azione Cattolica, beatificata da Giovanni Paolo II il 5 settembre 2004. Di lei si ricorda la fede viva e generosa. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <b><font size="3">S.E. Mons. Cataldo Naro, Arcivescovo di Monreale</font></b></p>
<p>
<i>*La prima parte di questo profilo è stato letta davanti al papa poco prima<br />
che egli proclamasse beata Pina Suriano. Il paragrafo sui tratti di spiritualità<br />
della nuova beata, invece, è tratto dall’Omelia della Messa di ringraziamento a<br />
Monreale, il 10 settembre 2003. <br />
</i></p>
<p>&nbsp;&nbsp; Nella luminosa schiera dei giovani e delle giovani che in Sicilia,<br />
particolarmente a partire dagli anni immediatamente seguenti la prima guerra<br />
mondiale, promossero e animarono i rami giovanili dell’Azione Cattolica,<br />
testimoniandone con generosità l’impegno ecclesiale e civile, spicca la figura<br />
della venerabile Pina Suriano, che la Santità Vostra iscrive oggi nell’albo dei<br />
Beati.<br />
Nata a Partitico, grosso centro abitato della arcidiocesi di Monreale nella<br />
provincia di Palermo, nel 1915 trovò il primo sostegno del cammino della vita<br />
cristiana nell’esempio dei genitori, nella frequentazione della parrocchia e<br />
nella guida delle suore dell’asilo del locale Collegio di Maria,<br />
nell’insegnamento ricevuto dalla sua maestra della scuola elementare e, più<br />
complessivamente, nell’ambiente cittadino che viveva una sua tradizione<br />
cristiana. Di questa iniziale formazione conservò la devozione alla Madonna del<br />
Ponte, al cui santuario, fuori l’abitato di Partitico, usò andare annualmente in<br />
pellegrinaggio, come la gran partre dei suoi concittadini. E conservò anche<br />
l’amore alla musica appresa alla scuola delle suore collegane. Fu poi per anni<br />
organista della parrocchia.<br />
&nbsp;&nbsp; Entrata giovanissima nelle fila dell’Azione cattolica nella<br />
parrocchia della chiesa madre, allora unica parrocchia della città, collaborò<br />
per impiantare l’Associazione nella nuova parrocchia del Rosario, eretta a metà<br />
degli anni ’30, e ne divenne nel 1938 delegata e l’anno seguente Presidente<br />
della Gioventù femminile di Azione Cattolica. Nella parrocchia esercitò con<br />
passione il compito di catechista e prestò la sua intelligente collaborazione in<br />
iniziative caritative ed educative, tra le quali una scuola di cucito per<br />
ragazze, in cui mise a frutto le capacità acquisite nell’esercizio della sua<br />
professione di sarta. <br />
Nel clima intenso d’amicizia e di reciproco sostegno tra le giovani dell’Azione<br />
Cattolica alimentò il suo slancio d’amore sempre più totale al Signore Gesù,<br />
unico suo bene. Maturò gradualmente una generosa volontà di consegnarsi a Dio<br />
come un’offerta vivente assieme al suo sposo Gesù, includendo nell’offerta anche<br />
il desiderio, rivelatosi impossibile ad attuarsi, di essere accolta in un<br />
Istituto di Vita Consacrata. Portò nella sua preghiera di intercessione tutto il<br />
suo mondo e tutta la Chiesa, a partire dai sacerdoti. Fu dispensatrice di gioia<br />
anche nella sofferenza fisica e sull’esempio della Madre del Signore cantò la<br />
misericordia di Colui che anche nella sua vita aveva operato grandi cose. <br />
&nbsp;&nbsp; Consumata dall’amore, il 19 maggio dell’Anno Santo 1950, mentre si<br />
preparava a recarsi in Chiesa per l’incontro quotidiano col suo Sposo divino, fu<br />
da Lui introdotta nell’eterna festa degli amici di Dio e resa partecipe per<br />
sempre della luce di Santi. <br />
La Santità Vostra ne riconobbe l’eroicità delle virtù il 18 febbraio 1989. </p>
<p>Loreto, 5 settembre 2004.</p>
<p>
<b><font size="4">Tre tratti della personalità spirituale di Pina Suriano.</font></b></p>
<p>Il primo tratto è certamente il suo amore appassionato al Signore Gesù.<br />
Sperimentò un legame diretto e, direi, frontale col Signore. Si rapportò a Lui<br />
con una semplicità e un’immediatezza che stupiscono. Gli parlava con una<br />
confidenza totale. Sentiva vivissima la Sua presenza. Non sapeva stare senza la<br />
comunione quotidiana. Appena poteva, correva ai piedi del tabernacolo. Per lei<br />
Gesù fu lo sposo divino amato fino alla follia, l’amico fedele, il confidente<br />
unico. Il suo diario e i suoi appunti su piccoli pezzetti di carta testimoniano<br />
ancora oggi la crescente passione d’amore di questa modestissima ragazza di<br />
paese per il Cristo. Ad appena 18 anni, il 21 novembre del 1933, scriveva nel<br />
suo diario:”La tua presenza mi solleva al di sopra di ogni cosa, il mio amore<br />
per te aumenta sempre, sempre, sempre. Come questo giorno vorrei passare tutti<br />
gli altri della mia vita, voglio amarti soffrendo, voglio soffrire cantando”. E<br />
infatti sperimentò la sofferenza: quella legata alle prove purificatrici di un<br />
cammino di interiore spogliamento per una donazione sempre più radicale di sé<br />
stessa a Dio, ma anche quella causata da una salute malferma, specialmente negli<br />
ultimi anni della sua vita, e dalle difficoltà che incontrò nella realizzazione<br />
del suo desiderio di darsi al suo sposo Gesù nella consacrazione dapprima in un<br />
cenacolo intitolato al Santo Cuore –una sorta di Istituto secolare- e, poi,<br />
quando quel sogno che coltivava con alcune amiche del paese si dissolse<br />
definitivamente, in un qualche convento o Istituto religioso. Con semplicità<br />
scrisse di essere “contenta di soffrire per amore”. Ella sentiva di non poter<br />
rispondere all’amore del Suo Signore che con il medesimo metro: un interezza di<br />
donazione che comprendeva l’offerta della vita stessa, cioè fino alla morte. IL<br />
Figlio di Dio era morto sulla croce per lei, e lei rispondeva dandogli la Sua<br />
vita. Più precisamente: unendo la sua vita all’offerta che il Cristo fa di se<br />
stesso al Padre per la salvezza del mondo nel sacrificio della croce, reso<br />
presente e attuale in ogni celebrazione eucaristica. Era infatti la quotidiana<br />
partecipazione all’Eucarestia che plasmava giorno dopo giorno i sentimenti di<br />
Pina e sempre più esistenzialmente la faceva aderire all’offerta di<br />
Gesù-ostia-sulla croce. Ha notato finemente don Antonino Raspanti che c’è negli<br />
scritti della beata Suriano degli ultimi anni ’40 una sorta di passaggio da<br />
Gesù-ostia a Pina-ostia, dalla concentrazione su Gesù vittima per gli uomini<br />
alla consapevolezza della stessa Suriano di doversi offrire insieme a Gesù.<br />
Mentre prima, attingendo alla letteratura spirituale del tempo, Ella insisteva<br />
sull’unità di tre amori: l’amre dell’Eucarestia, l’amore della Croce e l’amore<br />
delle anime, poi scrisse semplicemente di sé stessa come di un’ostia in un<br />
sentimento assorbente di immedesimazione vittimale al Cristo. Era davvero<br />
compiuto il percorso di unione al Suo Sposo e di lì a poco la mattina del 19<br />
maggio 1950 (…) morì.<br />
Con questo suo evidentissimo rapporto personale con il Signore, la beata Pina<br />
Suriano ci dice che il cristianesimo non è propriamente una dottrina spirituale,<br />
per quanto profonda, e non è neanche semplicemente un insegnamento morale, per<br />
quanto alto, ma è una persona con cui incontrarsi e da amare, è Cristo Signore.<br />
Tutto il resto –l’impegno morale, l’operosità apostolica, il servizio al<br />
prossimo- viene di conseguenza. Lei che ebbe la fortuna e la gioia di vivere un<br />
così straordinario rapporto d’amore con il Signore –che ora continua<br />
nell’Eternità- ci ottenga dallo stesso Signore di crescere nella nostra fede e<br />
di sperimentare anche noi almeno un po’ del suo amore.</p>
<p>Il secondo tratto della Sua spiritualità è il rapporto sereno e gioioso che<br />
seppe avere con tutti e, particolarmente, con le amiche della Parrocchia. Pina<br />
Suriano non fu una solitaria nella sua avventura cristiana. Non andò al Signore<br />
da sola, non lo incontrò facendo a meno degli altri. Si fece aiutare dagli altri<br />
e cercò di aiutare gli altri. Si va al Signore in compagnia, lo si incontra<br />
nella Chiesa, si vive il rapporto con Lui nella celebrazione dell’Eucarestia. Si<br />
cammina con la Fede col sostegno degli amici del Signore. Desiderò ardentemente<br />
che si formasse veramente quel cenacolo del Santo Cuore che avrebbe reso più<br />
stabile, col riconoscimento ecclesiastico, il legame tra le aderenti, le<br />
“sorelline”, come ella chiamava nelle sue lettere queste sue amiche del cuore<br />
che riconoscevano la loro guida nella “mammina” Maria Addano, insegnante di<br />
lettere e poi Preside di Liceo. Insomma, la beata non disdegnava ed anzi<br />
ricercava la compagnia della fede, l’amiciza cristiana, il sostegno di chi lei<br />
riteneva più avanti nella conoscenza del Signore. Ed anche nnell’Azione<br />
Cattolica visse il camminare insieme, il sostenersi vicendevolmente,<br />
l’attenzione a far tesoro dell’aporto di ciascuno come un tratto fondamentale<br />
della sua esperienza credente. </p>
<p>Anche in questo suo camminare sempre in compagnia la nuova beata ci da un<br />
insegnamento di straordinario valore per noi tutti ancora oggi. Ho appena finito<br />
di consegnare al Clero e ai fedeli della nostra diocesi una lettera pastorale in<br />
cui, riprendendo una linea di riflessione dell’Episcopato italiano in una<br />
recente nota pastorale sulla parrocchia, scrivo di pastorale “integrata” e<br />
“integrale” e dell’esigenza di superare ogni spirito di auto-sufficienza delle<br />
singole persone, delle singole parrocchie e delle singole aggregazioni laicali<br />
nella nostra chiesa diocesana per riuscire a sostenersi vicendevolmente, anche<br />
con iniziative comuni. La beata Suriano ci aiuti con la sua intercessione in<br />
questa nostra attuale ricerca di forme di reciproco aiuto e di leale e generoso<br />
camminare insieme. </p>
<p>Il terzo tratto della spiritualità di Pina Suriano, che può esserci di lezione,<br />
mi sembra, infine, la sua straordinaria capacità di sopportazione delle<br />
tensioni, dei contrasti e delle contraddizioni in cui si trovò immersa nel<br />
piccolo ambiente in cui la Provvidenza la pose a vivere. Dovette subire<br />
l’opposizione dei genitori, specialmente della madre, al suo desiderio di farsi<br />
suora, e prima ancora, a una partecipazione regolarmente assidua alla vita<br />
dell’Azione Cattolica. Avvertì forte il dolore per la travagliata vicenda che<br />
sconvolse la comunità ecclesiale di Partitico per l’allontanamento dal suo<br />
Ufficio dell’Ariciprete del tempo, che era anche il suo direttore spirituale. Si<br />
sentì particolarmente ferita nell’animo per l’abbandono del ministero da parte<br />
di un altro sacerdote. Trepidava per la salvezza eterna delle persone che<br />
conosceva, cominciando dai suoi genitori. Nella sua finissima sensibilità di<br />
tutto risentiva di ogni distanza del suo ambiente dal Signore Gesù e dal Suo<br />
Vangelo. Soffriva immensamente. Eppure non fu travolta dall’angustia psicologica<br />
e dalla pochezza intellettuale e talvolta anche morale del suo ambiente, che<br />
comportò inevitabilmente un’incomprensione del suo singolare percorso spirituale<br />
ed anche, in taluni casi, un’insofferenza per le sue parole e per il suo modo di<br />
porsi. Non si ritrasse sdegnata o impaurita in un suo guscio interiore. Visse<br />
intensamente e coraggiosamente “dentro” il suo mondo, facendosene carico nella<br />
preghiera e non esitando a fare la sua parte per contribuire ad elevarlo con<br />
l’intessere costruttivi rapporti di amicizia e di pace con tutti e con il<br />
prendere parte, spesso con funzioni di guida, alle iniziative formative ed<br />
assistenziali delle Associazioni cui appartenne, in primo luogo l’Azione<br />
Cattolica. Il suo straordinario amore al Signore la portò a vivere ed agire nel<br />
suo ambiente come avrebbe fatto lo stesso Gesù, a guardare il suo mondo con lo<br />
sguardo di Dio, cioè con misericordia e pazienza. Ci ottenga dal Signore la<br />
nuova beata di vivere anche noi, con fedele impegno cristiano, la nostra parte<br />
nell’ambiente in cui Dio ci ha posto senza alcun risentito elitarismo ma con<br />
umile operosità e cordiale pazienza. </p>
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		<title>Itala Mela</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 09:13:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1904 - 1952 Percorse una via di santificazione, tenendosi stretta alla mano di Colui che, era andato verso di lei inchiodandola alla croce, ma per introdurla nel mistero dell’Amore Trinitario ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di  M. Anna Maria Cànopi&nbsp; </p>
<p>«Aiutami a camminare<br />
con i miei piccoli passi<br />
dietro a te,</p>
<p>Gigante che sei venuto<br />
impetuosamente verso di me;<br />
e se vedi che incespico<br />
prendimi fra le tue braccia».
</p>
<p>
Questa preghiera, fresca e canora come polla d’acqua sorgiva, scaturiva dal cuore di una giovane studentessa che, senza volerlo ma non per caso, s’era trovata davanti ad una realtà fino ad allora ignorata: la fede cristiana.<br />
Itala Mela – nata il 28 agosto 1904 (festa di sant’Agostino!) a La Spezia, da coniugi entrambi insegnanti di ineccepibile rettitudine, ma estranei ai valori religiosi – dopo i primi sacramenti ricevuti per consuetudine, trascura la pratica della fede e si dedica alla sua preparazione culturale, distinguendosi per l’eccezionale intelligenza e la serietà d’impegno.<br />
Tutto sembra procedere brillantemente nel senso della realizzazione umana. Ma nel 1920 la morte del suo carissimo fratellino Enrico, a soli dieci anni, la getta nella disperazione e nella totale negazione della fede: «Nulla dopo la morte!». Sopravvive immergendosi ancor più intensamente negli studi e nella ricerca di immediati successi. Terminato brillantemente il liceo, si iscrive alla facoltà di lettere classiche presso l’Università di Genova e, pure da miscredente, prende alloggio presso l’Istituto di Nostra Signora della Purificazione.&nbsp;<br />
È lì che la Vigilia dell’Immacolata del 1922, invitata a una celebrazione eucaristica, dopo una dura lotta interiore per vincere la ribellione, si arrende e lancia a Dio il grido della sua anima desolata: «Signore, se ci sei, fatti conoscere!». È l’inizio di un travaglio interiore che la porterà ad una profonda, radicale conversione. Sì, Dio c’è; le si rivela nell’intimo e la avvince irresistibilmente.</p>
<p>Guidata da un religioso della Congregazione degli Scolopi, Padre Marchisio, Itala procede nel cammino non senza sperimentare ancora gli assalti del dubbio e dell’angoscia, ma la sua decisione fondamentale è già presa: «Signore, ti seguirò anche nelle tenebre, a costo di morire». E il cammino che il Signore le apre davanti sarà davvero un morire continuo. Dopo un periodo di fervido impegno nella F.U.C.I (Federazione Universitari Cattolici Italiani) e il conseguimento della laurea nel 1928, la giovane è tutta protesa a corrispondere alla grazia del Signore che, ora persino sensibilmente, l’accompagna. Venendo a contatto con la spiritualità benedettina, si sente fortemente attratta verso di essa. In questo orientamento l’assecondano alcuni uomini di Dio, spiriti elevati quali Mons. Adriano Bernareggi, Mons. Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI, quale Assistente della F.U.C.I, il Card. Ildefonso Schuster, Mons. Luigi Pelloux e altri ancora. Proprio quando si apre la strada per l’ingresso nel monastero di Mont Vierge (Népion sur Meuse), l’apparire dei primi sintomi di una grave malattia cardiaca la costringe a desistere. Le prospettano un progetto di vita monastica in Italia, ma per Itala la donazione totale di sé a Dio dovrà semplicemente passare attraverso l’impotenza. Il 4 gennaio 1933 diventa oblata benedettina per il monastero «S. Paolo fuori le mura» in Roma, emettendo inoltre, in privato, sotto la guida di Mons. Domenico Bernareggi (subentrato al fratello divenuto vescovo di Bergamo) i voti di verginità, povertà, obbedienza e conversione di vita.<br />
Dovrà però rientrare in famiglia a La Spezia, e ben presto – all’età di soli 34 anni – sarà pure costretta a rinunziare all’insegnamento che per lei era una vera missione alla quale dedicava con somma abnegazione tutte le sue forze.<br />
La sua sequela di Cristo prosegue quindi sempre più nello spogliamento e nelle tenebre. Itala stessa descriverà tale esperienza come “tortura della grazia”: «… Mentre nella tempestosa notte si riproduce nella creatura l’agonia del Getsemani e del Calvario, sale dal profondo del suo cuore il grido supremo dell’amore, spoglio di ogni luce sensibile e di ogni conforto, dell’amore che crede, spera ed ama nelle tenebre, nella desolazione e nell’aridità. Con Gesù l’anima resterà in questa tragica passione… e salirà con Lui agonizzante, abbandonato, condannato, crocifisso, verso la Carità nuda, verso l’Amore puro, che è l’Amore essenziale: cioè verso la Trinità. Questa notte profondissima che sembra inghiottire, è in realtà il trionfo della luce…» (ms 5,84).&nbsp;<br />
Ecco il nucleo centrale dell’esperienza mistica di Itala Mela: l’inabitazione della SS. Trinità. Fin dai primi anni della sua conversione e del suo itinerario spirituale aveva ricevuto doni straordinari di illuminazione circa la presenza della SS. Trinità nell’anima dei credenti. Leggendo come un segno il nome di consacrazione che le è stato dato – Maria della Trinità – l’11 giugno 1933 emette il “quinto voto”, quello che la consacra in perpetuo – rafforzando la grazia battesimale – alla SS. Trinità. Si impegna così a vivere la divina inabitazione nella sua anima, a pregare perché specialmente ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, sia dato di vivere più consapevolmente e intensamente il grande Mistero; inoltre si dispone ad offrire ogni sofferenza per riparare la dimenticanza nella quale il Mistero è lasciato. Deve irradiare attorno a sé il deificum lumen, anche se lei stessa si trova spesso immersa nell’oscurità. L’angelo consolatore del suo Getsemani in questo periodo è Mons. Luigi Pelloux. Itala è condotta per la via dell’umiltà proprio perché le sono concesse grazie straordinarie di unione con le Divine Persone.<br />
Tutto quello che vive nell’intimo non la rende però estranea alla vita ecclesiale e ai movimenti culturali del suo tempo. Come da studente si era impegnata con la F.U.C.I, così ora si prodiga con le poche forze che le rimangono per il gruppo dei Laureati cattolici dal 1945 al 1954, ossia fino a quando è costretta a lasciarne la Presidenza a causa dell’aggravarsi delle sue malattie (disfunzioni circolatorie, scompensi cardiaci, disturbi gastrici, crisi epatiche, artrite vertebrale…). Il suo cammino spirituale diventa un continuo inoltrarsi nel deserto, in una solitudine che la assimila all’eremita immerso nel silenzio adorante. Già nel 1946 aveva concluso quello che definiva il suo lungo “noviziato della Croce” con l’entrata nell’“Eremo celeste”; questo si trasformerà gradualmente in una specie di “reclusione”: ultima tappa purificatrice per raggiungere l’intima fruizione di Dio, il riposo contemplativo dell’anima in seno alla SS. Trinità, comunione d’Amore. «Poiché le folle non vanno più all’eremo ad attingere luce come negli antichi tempi, Dio crea dei piccoli eremi segreti, ignorati, proprio in mezzo alla folla, perché quasi insensibilmente da essi irradi il divino su coloro che sono nelle tenebre e nelle ombre della morte… Da molti mesi la mia anima cammina come sotto un peso schiacciante e lo porta nel suo silenzio e nella sua solitudine» (ms 14,158; 26 novembre 1951).<br />
Questa “reclusione”, che potrebbe sembrare un ritirarsi dalla compagnia umana, è invece la più profonda immersione nel mistero della Chiesa, icona visibile dell’invisibile Koinonia Trinitaria.<br />
Itala Mela vive tutto “in corde Ecclesiæ”, nel cuore della Chiesa e per la Chiesa. La sua preghiera e la sua sofferenza sono offerte per tutto il mondo.<br />
In un ritiro spirituale del 1952 annotava: «Vivere nella Trinità, consumarsi nel fuoco della Carità, lasciarsi impregnare così profondamente dalla Luce, che Essa irradi, attraverso la mia povera vita, su tutte le anime che Nostro Signore vuole a sé unite per la grazia… Questo è l’essenziale…, è la mia sorte eterna: e poiché ho accettato di stringere a me i miei fratelli, è, può essere, la sorte di mille anime che conoscerò solo in cielo» (ms 6,37; 27 novembre 1952).<br />
L’essenziale è raggiunto attraverso la perdita di tutto il transitorio. È quanto si verifica puntualmente in Itala Mela come in tutti i veri mistici. Si legge ancora nelle sue note: «Non ho realizzato nulla nella mia vita e quello che avevo umanamente attuato è stato distrutto da Dio: ma fosse solo vero che io l’amavo allora e che io lo amo oggi!» (ms 6,166; 1 agosto 1953).</p>
<p>Sembra un controsenso, ma è una realtà paradossale che fa parte del mistero della croce: spesso i santi, i più uniti a Dio, si sentono ancora tanto lontani da Lui o, comunque, si ritengono indegni di stare alla sua presenza. Per questo dal cuore di Itala la preghiera sgorga quale supplica di una “piccola” che – come Maria – lascia fare a Colui che, solo, opera con la sua grazia cose grandi. E quando, negli ultimi anni e mesi della sua esistenza, si aggrava fino a rimanere totalmente immobile e senza parola, il suo sguardo radioso e il suo mite sorriso lasciano trasparire il Cielo che ha nell’intimo. L’aveva chiesto lei stessa: «O mio Signore, fa’ che il mio dolore sia puro da ogni scoria come quello della tua beata Madre; fa’ che, dimentica di me stessa, del mio conforto e della mia stessa pace interiore, io tutta mi abbandoni alla tua gloria e al mistero del tuo piano divino» (ms 7,235; anno 1955).<br />
Il suo itinerario sulla terra si concluse all’ora vespertina del 29 aprile 1957. Chi la vide composta nel sonno della morte ebbe la sensazione che dal suo viso trasparisse tutta la sua bellezza interiore, come un fiore che, reciso, emana, più intenso, il suo profumo.&nbsp;<br />
Tutta la sua sofferenza si era ormai trasformata nella gioia del Cristo Risorto, e la sua missione – ormai liberata da ogni condizionamento umano – prendeva il largo per raggiungere ovunque tutti i cuori desolati e assetati di Dio.<br />
Itala aveva ritenuto suo compito specifico quello di «irradiare la carità divina contemplata, attinta in Dio: la carità creatrice del Padre, la carità redentrice del Figlio, la carità santificatrice dello Spirito Santo» (ms 39,356). Così avvenne, ma a quale prezzo! Dovette, infatti, anche lottare con il terribile tentatore camuffato in angelo di luce, colui che con le sue arti subdole seduce tanti inesperti e indifesi. Ecco come lei stessa cerca di descrivere uno di questi attacchi del demonio: «Una fredda luce si manifesta a una parte della mia anima… una luce ben diversa da quella di Dio! Questa luce metallica e gelida cerca di attirarmi a sé destando al tempo orrore e fascino e tentando di convincermi che io cederò alla sua tremenda attrazione. È una lotta tra spirito e spirito… Non avrei mai creduto possibile tale esperienza. Da principio ho creduto a un attacco transitorio: ma la sofferenza è cresciuta e diviene martirio… Nostro Signore non mi abbandona: a tratti la sua luce, così calda, ardente, pacificante, ritorna e mi istruisce per la lotta e m’infonde la forza di ripetergli, ingigantito nell’urto crudele, il mio amore» (ms 14,219; anno 1952).&nbsp;<br />
Nessuna via di santificazione è esente da questo genere di prove, poiché il Cristo stesso le volle subire per noi fino al suo ultimo respiro sulla croce. C’è per ognuno una strada di santità che sembra antica ed è sempre nuova, poiché per ogni uomo il Signore prepara un esodo come per gli Israeliti dal paese d’Egitto. Per ognuno di noi Egli fa una “notte di veglia”, anzi, come una madre veglia incessantemente su  di noi per condurci, sicuri, là dove non vi sarà più notte.<br />
Così Itala Mela, illuminata e poi lasciata nelle tenebre per essere in compagnia di tutti gli smarriti di cuore, percorse la sua via di santificazione, tenendosi stretta alla mano di Colui che, come Gigante, era andato verso di lei e le aveva sbarrato la strada, stroncandole i sogni della giovinezza e inchiodandola alla croce, ma per sollevarla come su ali di aquila e introdurla nel mistero ineffabile dell’Amore Trinitario, nell’oceano della sua Pace.</p>
<p>M. Anna Maria Cànopi osb<br />
Abbazia Benedettina «Mater Ecclesiæ»</p>
<p>Isola San Giulio – Orta (Novara)</p>
<p>BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE</p>
<p>Studi</p>
<p>AAVV, in «Nel dialogo delle tre Persone» (anni 1976 ss.)<br />
ARZANI SR. M. GREGORIA, Corpo e spirito, trasparenza di Dio, Città del Vaticano 2002&nbsp;<br />
LUCCIARDI Dora, Itala Mela, una vita nella luce della Trinità, Roma 1983</p>
<p>PICCINELLI Aldo, L’esperienza spirituale di Itala Mela. Una vita di incandescente immersione nella Trinità, Roma 1991<br />
RICCHETTI Dino, Amore supernæ caritatis inclusa. La Serva di Dio Itala Mela, Parma 1974</p>
<p>
Antologie</p>
<p>Amare l’amore, a cura di G. Azzali Bernardelli, Milano 1998<br />
In un mare di luce. Scritti mistici, Casale Monferrato (AL) 1999<br />
Quo tu non vis, a cura di G. L. Bagnasco, Città del Vaticano 2002</p>
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		<title>Benedetta Bianchi Porro</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 09:11:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1936 - 1964 Studentessa appassionata e sensibile, colpita da grave malattia visse il suo calvario nella percezione intensa della vicinanza amorosa di Dio. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.testimonideltempo.it/wp-content/uploads/2009/10/benedettabianchiporro-300x273.jpg" alt="benedettabianchiporro" title="benedettabianchiporro" width="300" height="273" class="alignleft size-medium wp-image-137" />di Giuliano Vigini e Silvana Adornato</p>
<p>Poco meno di ventotto anni di vita, ma la breve esperienza umana di Benedetta<br />
Bianchi Porro &#8211; della quale è in corso il processo di beatificazione -<br />
rappresenta una delle più luminose testimonianze di fede del nostro tempo.<br />
Gli eventi esterni che contrassegnano l&#8217;esistenza di Benedetta &#8211; nata a Dovàdola<br />
(Forlì) l&#8217; 8 agosto del 1936 &#8211; sono molto scarni e, in pratica, si possono<br />
riassumere negli studi di medicina all&#8217;Università di Milano (dal 1953 al 1959:<br />
studi poi interrotti sul finire per gravi motivi di salute) e in alcuni<br />
pellegrinaggi (a S. Giovanni Rotondo per incontrare padre Pio, nel 1958, e a<br />
Lourdes nel 1962 e nel 1963). Il segno distintivo della vita di Benedetta è<br />
stato, in realtà, il lungo calvario personale, attraverso il quale essa disegna<br />
la parabola del suo cammino di purificazione e trasfigurazione cristiana del<br />
dolore.<br />
Le sofferenze cominciano per Benedetta fin dalla nascita: nel novembre del 1936<br />
è colpita da poliomielite. Poi, nell&#8217;adolescenza, le sempre più dure prove: il<br />
busto ortopedico per evitare malformazioni alla schiena (1949); l&#8217;intervento<br />
correttivo al piede (1951); i primi sintomi di sordità (1952); con successivi<br />
infruttuosi tentativi di sedute psicoterapeutiche (1955-1956); l&#8217;intervento per<br />
l&#8217;accorciamento del femore sinistro (1955) e, infine (1957), la diagnosi di<br />
neurofibromatosi diffusa (morbo di Recklinghausen). Da questo momento si<br />
moltiplicheranno le operazioni e i ricoveri: asportazione di un neurinoma<br />
dell&#8217;acustico, con successive complicanze (resezione, per errore, del 7° nervo<br />
cranico sinistro); plastica facciale e intervento di anastomosi spino-facciale<br />
sinistra (1957); vertigini e difficoltà di deambulazione (1958); principio di<br />
paresi agli arti inferiori e intervento di laminectomia, con complicanze<br />
operatorie &#8211; paresi totale degli arti inferiori e paralisi dello sfintere<br />
vescicale (1959) -; ascessi multipli e estrazioni dentarie (1962); segni di<br />
perdita visiva bilaterale; intervento di deviazione ventricolo-cava superiore;<br />
cecità completa (1963). La morte coglie Benedetta a Sirmione il 23 gennaio<br />
1964.<br />
Il percorso di questa vita di sofferenze &#8211; documentata da diari, lettere e<br />
testimonianze raccolte da parenti e amici (riuniti nell&#8217;Associazione Amici di<br />
Benedetta, con sede a Forlì, in via Pedriali 18) &#8211; è un esempio di come si<br />
possa amare Dio e l&#8217;uomo, vivendo giornate &#8220;eternamente lunghe e<br />
buie&#8221;, ma &#8220;pur dolci di un&#8217;attesa infinitamente più grande del<br />
dolore&#8221; (a padre Gabriele [Casolari], luglio 1963). La lucida<br />
consapevolezza di Benedetta nell&#8217;abbandonarsi al mistero di Dio; la spontaneità<br />
e la tenerezza di sentimenti nel comunicare stati d&#8217;animo, avanzamenti ed<br />
ostacoli della sua esperienza di fede; lo slancio della sua carità per cercare<br />
sempre meglio, con Gesù crocifisso, di &#8220;abitare negli altri&#8221; danno,<br />
in realtà, la misura di come si sia intensamente e gioiosamente consumata<br />
quest&#8217;esistenza e del dono di grazia concesso alla Chiesa attraverso di essa.<br />
Ogni volta che si rilegge la vita di Benedetta si resta stupefatti, come dinanzi<br />
a un provvidenziale mistero, che mentre rende palpabile la nostra pochezza o la<br />
nostra mancanza di coraggio, esalta la sua fede totale e il suo indomito zelo<br />
nello spendersi per il Signore e per gli altri. Ecco perché da lei possiamo<br />
imparare &#8211; a saperci mettere sulla sua lunghezza d&#8217;onda spirituale &#8211; la fatica<br />
del viaggio che bisogna compiere per arrivare davvero a credere e la luce che<br />
inonda la vita ogni volta che facciamo un passo importante verso quella meta. Da<br />
questo punto di vista, la vita di Benedetta appare come una sorprendente festa<br />
della luce. Non perché evidentemente manchino nella sua esperienza quotidiana -<br />
che, da un certo momento in poi, è stata tutta una &#8220;via crucis&#8221; -<br />
momenti di buio e di paura, ma perché la sua continua crescita nella fede le ha<br />
sempre aperto il cuore allo stupore per le meraviglie di Dio, nel mondo e nella<br />
sua stessa vita, anche quando guardate dall&#8217;abisso della malattia e della notte<br />
interiore.<br />
Questo è il segno profondo della santità di Benedetta: non solo aver<br />
sopportato pazientemente la sua croce, ma averla abbracciata con amore,<br />
lasciandosi trasfigurare dalla carità di Cristo. Così ha saputo vedere tutto<br />
con occhi nuovi, candidi e luminosi. Così tutto è diventato per lei grazia e<br />
speranza, gioia e ringraziamento.</p>
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