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	<title>Testimoni del Tempo &#187; Uomini</title>
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	<description>Vogliamo salvare dall&#039;oblio il ricordo di uomini e donne che hanno lottato per la giustizia e l&#039;amore nel mondo</description>
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		<title>Paolo Borsellino</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 14:48:01 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Testimoni della giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Uomini]]></category>

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		<description><![CDATA[1940 - 1992. Magistrato, uomo di fede, morì barbaramente assassinato in una strage mafiosa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Paolo Borsellino: un martire della giustizia</p>
<p>di Umberto Lucentini<br />
Giornalista professionista e amico del giudice assassinato</p>
<p>&#8220;A fine mese, quando ricevo lo stipendio, faccio l&#8217;esame di coscienza e mi chiedo se me lo sono guadagnato&#8221;: servitore dello Stato fino in fondo, Paolo Borsellino, magistrato nato e morto a Palermo, ha portato all&#8217;estremo la sua scelta professionale e di vita. Ucciso insieme agli uomini della scorta, il 19 luglio del 1992, nella strage di via D&#8217;Amelio, Paolo Borsellino è stato inserito dalla speciale commissione della Santa Sede nell&#8217;elenco dei martiri della giustizia del XX secolo. E da martire, Borsellino, ha vissuto gli ultimi giorni della sua vita: dopo un&#8217;altra strage, quella del collega e amico Giovanni Falcone (era il 23 maggio del &#8216;92, con il giudice c&#8217;erano la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta).<br />
Borsellino era diventato il &#8220;nemico numero uno della mafia&#8221;. Ma, a esser più precisi, nel mirino dello cosche Borsellino è da anni, almeno dall&#8217;80, quando inizia ad indagare con il capitano dei carabinieri Emanuele Basile sul clan dei &#8220;corleonesi&#8221; di Totò Riina e Bernardo Provenzano, allora sconosciuti &#8220;picciotti&#8221; destinati a diventare i sanguinari capi della mafia siciliana. Da quel momento, la &#8220;missione&#8221; antimafia di Borsellino diventa una strada senza ritorno.<br />
Nato a Palermo il 19 gennaio del 1940, in un quartiere borghese e popolare insieme, quello della Magione, Borsellino respira un&#8217;aria di rigore morale senza però chiudere gli occhi davanti al piccolo mondo della delinquenza che lo circonda. Figlio di farmacisti, quindi appartenente ad una delle famiglie più in vista del quartiere, Borsellino resta molto affezionato alla Magione, dove da bambino frequenta l&#8217;oratorio di San Francesco e gioca con un altro bimbo della zona, Giovanni Falcone. Cresciuto in una famiglia che aderisce al fascismo, il piccolo Paolo durante i bombardamenti degli americani si trasferisce ad Alcamo con la famiglia. E al momento dello sbarco degli alleati riceve un ordine dalla madre: &#8220;Non accettare nulla dagli americani&#8221;.<br />
Queste vicende e i racconti di &#8220;Zio Ciccio&#8221;, reduce della Campagna d&#8217;Africa, gli suscitano curiosità sulle vicende del periodo fascista: una delle prime &#8220;bravate&#8221; di Paolo è una tappa a Belmonte Mezzagno, un paesino che dista mezzora di autobus da Palermo, dove va a prendere informazioni sui suoi nonni.<br />
Dopo avere frequentato il Liceo classico &#8220;Meli&#8221; si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza. All&#8217;Università, nel 1959 Borsellino aderisce all&#8217;organizzazione Fuan Fanalino, un gruppo studentesco legato alla destra. Membro dell&#8217;esecutivo provinciale, delegato al congresso provinciale, viene eletto come rappresentante studentesco nella lista del Fuan Fanalino: l&#8217;attività politica lo coinvolge, ma riesce a conciliare politica e studio senza grossi problemi.<br />
Il 27 giugno 1962, all&#8217;età di 22 anni, Borsellino si laurea con 110 e lode. Pochi giorni dopo, subisce la perdita del padre: ora è affidato a lui il compito di provvedere alla famiglia. Tra piccoli lavoretti e le ripetizioni Borsellino studia per superare il concorso in magistratura. Ci riesce nel 1963. Per non perdere la licenza della farmacia impegna il primo stipendio di giudice per riscattarla: la sorella Rita, più piccola di lui, ne diventerà la titolare dopo la laurea.<br />
Nel 1965 Borsellino inizia la sua carriera di magistrato: è destinato al tribunale civile di Enna, come uditore giudiziario. Nel 1967 il primo incarico operativo: pretore a Mazara del Vallo, nel periodo del dopo terremoto. Intanto, il 23 dicembre del 1968, Borsellino si sposa con Agnese Piraino Leto, una giovane palermitana che gli darà tre figli. Il giudice continua a lavorare a Mazara facendo la spola ogni giorno da Palermo. Nel 1969 il trasferimento alla pretura di Monreale, praticamente il ritorno a casa. È lì che Borsellino comincerà a conoscere da vicino la mafia, quella &#8220;selvaggia e spietata&#8221; dei &#8220;corleonesi&#8221;, e lavora fianco a fianco con il capitano dei carabinieri Emanuele Basile. I due costituiscono un tandem investigativo affiatato, che continuerà a lavorare anche dopo il 1975, quando Borsellino viene trasferito al tribunale di Palermo e a luglio entra all&#8217;Ufficio istruzione processi penali sotto la guida di Rocco Chinnici. Con il capitano Basile lavora alle indagini antimafia, scopre verità fino ad allora solo immaginate, ordina arresti sulla base delle indagini del capitano Basile.<br />
È l&#8217;80 quando il capitano viene ucciso in un agguato. E per la famiglia Borsellino arriva la prima scorta. Da quel momento il clima in casa Borsellino cambia. Il giudice comincia a vivere sotto protezione, le sue abitudini di vita cambiano, anche se si sforzerà di non farlo pesare ai tre figli che intanto crescono.<br />
Il suo modo di fare, la sua decisione, influenzano il &#8220;sentire&#8221; dei suoi familiari. La moglie ricorderà così quegli anni: &#8220;Il suo modo di esercitare la funzione di giudice lo condivido, perché anch&#8217;io credo nei valori che lo ispirano&#8230; Non penso mai, per egoismo, per desiderio di una vita facile, di ostacolarlo&#8230; Non è stato un sacrificio immolare la sua vita al mestiere di giudice: Paolo ama tantissimo cercare la verità, qualunque essa sia&#8221;.<br />
La scorta costringe il giudice e la sua famiglia a convivere con un nuovo sentimento: la paura. Borsellino ne parla e la affronta così: &#8220;La paura è normale che ci sia, in ogni uomo, l&#8217;importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, sennò diventa un ostacolo che ti impedisce di andare avanti&#8221;.<br />
Nell&#8217;ufficio istruzione nasce il &#8220;pool antimafia&#8221; di Falcone, Borsellino e Barrile, sotto la guida di Rocco Chinnici. Borsellino comincia a partecipare ai dibattiti nelle scuole, parla ai giovani nelle feste giovanili di piazza, alle tavole rotonde per spiegare e per sconfiggere una volta per sempre la cultura mafiosa. Parallelamente continua il lavoro nel pool. Questa squadra funziona bene, ma si comprende che per sconfiggere la mafia il pool, da solo, non è sufficiente. Si chiede la promozione di pool di giudici inquirenti, coordinati tra loro ed in continuo contatto, il potenziamento della polizia giudiziaria, l&#8217;istituzione di nuove regole per la scelta dei giudici popolari e di controlli bancari per rintracciare i capitali mafiosi. I magistrati del pool pretendono l&#8217;intervento dello Stato perché si rendono conto che il loro lavoro, da solo, non basta.<br />
E infatti la mafia reagisce: il 4 agosto 1983 viene ucciso il giudice Rocco Chinnici con un&#8217;autobomba. Borsellino è intimamente distrutto, dopo Basile anche Chinnici viene strappato alla vita. Il &#8220;capo&#8221; del pool, il punto di riferimento, viene a mancare. Borsellino con molta preoccupazione commenta: &#8220;La mafia ha capito tutto: è Chinnici la testa che dirige il Pool&#8221;.<br />
A sostituire Chinnici arriva a Palermo da Firenze il giudice Antonino Caponnetto e il pool, sempre più affiatato, continua nell&#8217;incessante lavoro raggiungendo i primi risultati: &#8220;Sentiamo la gente fare il tifo per noi&#8221;.<br />
Nel 1984 viene arrestato il potente ex sindaco democristiano Vito Ciancimino, si pente il boss Tommaso Buscetta, e Borsellino sottolinea in ogni momento il ruolo fondamentale dei &#8220;pentiti&#8221; nelle indagini e nella preparazione dei processi.<br />
Comincia la preparazione del maxiprocesso, e i protagonisti delle indagini continuano a cadere sotto il piombo mafioso. Falcone e Borsellino vengono immediatamente trasferiti sull&#8217;isola dell&#8217;Asinara per concludere l&#8217;istruttoria del maxi-processo e predisporre gli atti senza correre ulteriori rischi. Falcone è con la moglie, Borsellino porta con sé la famiglia. Lucia, la figlia più grande, si ammala di anoressia psicogena, Tornato a Palermo, il giudice dovrà affrontare anche questa battaglia. La figlia guarisce, il maxi-processo decolla, e Borsellino chiede il trasferimento alla Procura di Marsala per ricoprire l&#8217;incarico di Procuratore Capo.<br />
Borsellino scopre i legami tra i clan della provincia e quelli palermitani, raccoglie le confidenze dei primi collaboratori di giustizia. E quando, nel 1987, Caponnetto è costretto a lasciare la guida del pool di Palermo, Borsellino si schiera a favore di Falcone: criticherà il successore di Caponnetto per aver &#8220;smembrato&#8221; il pool, finisce sotto processo al Consiglio superiore della magistratura. Riabilitato, torna a lavorare e continua ad assestare nuovi colpi alle cosche. Finché, con l&#8217;istituzione della Procura nazionale antimafia e delle Direzioni distrettuali antimafia, rientra a Palermo come procuratore aggiunto, dove si occuperà delle indagini sulla mafia di Agrigento e Trapani. Nuovi pentiti, nuove rivelazioni confermano il legame tra la mafia e la politica, riprendono gli attacchi al magistrato e lo sconforto ogni tanto si manifesta. In una dichiarazione si può riassumere lo stato d&#8217;animo di Borsellino in quel momento: &#8220;Un pentito è credibile solo se si trovano i riscontri alle sue dichiarazioni. Se non ci sono gli elementi di prova, la sua confessione non vale nulla. È la legge che lo dice&#8230; e io sono un giudice che questa legge deve applicarla. I rapporti tra mafia e politica? Sono convinto che ci siano. E ne sono convinto non per gli esempi processuali, che sono pochissimi, ma per un assunto logico: è l&#8217;essenza stessa della mafia che costringe l&#8217;organizzazione a cercare il contatto con il mondo politico. È maturata nello Stato e nei politici la volontà di recidere questi legami con la mafia? A questa volontà del mondo politico non ho mai creduto&#8221;. Si apre la corsa alla Superprocura, e nel maggio del &#8216;92 sembra che Falcone abbia raggiunto i numeri necessari per essere nominato. Ma il 23 maggio, Falcone, che nel frattempo era stato nominato direttore generale degli Affari penali al ministero di Grazia e Giustizia, torna a Palermo e viene ucciso nella strage di Capaci.<br />
Per Borsellino è un colpo durissimo. Gli viene offerto di prendere il posto di Falcone nella candidatura alla superprocura, ma Borsellino rifiuta, sebbene sia consapevole che quella sia l&#8217;unica maniera che ha per condurre in prima persona le indagini sulla strage di Capaci. Ad un mese dalla morte dell&#8217;amico Falcone, tra le fiaccole e con molta emozione parla di lui, cerca di raccontarlo: &#8220;Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione&#8230; per amore. La sua vita è stata un atto d&#8217;amore verso questa città, verso questa terra che lo ha generato. Perché se l&#8217;amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo, continuando la loro opera, dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo&#8221;.<br />
Borsellino vuole collaborare alle indagini sull&#8217;attentato di Capaci di competenza della procura di Caltanissetta. Le indagini proseguono, i pentiti aumentano e il giudice cerca di sentirne il più possibile. Arriva la volta di Messina e Mutolo, ormai Cosa Nostra comincia ad avere sembianze conosciute. Spesso i pentiti hanno chiesto di parlare con Falcone o con Borsellino perché sapevano di potersi fidare, perché ne conoscevano le qualità morali e l&#8217;intuito investigativo. Continua a lottare per poter avere la delega per ascoltare il pentito Mutolo. Ma il 19 luglio 1992 va in via D&#8217;Amelio, a prendere la madre per accompagnarla dal medico. Un&#8217;autobomba, posteggiata tra tante altre auto, senza che nessuna autorità si preoccupasse di istituire una zona rimozione, esplode. Il giudice muore con i suoi cinque agenti di scorta.<br />
Amava ripetere, lui religiosissimo, scherzandoci su per esorcizzare la morte: &#8220;Non sono né un eroe né un kamikaze, ma una persona come tante altre. Temo la fine perché la vedo come una cosa misteriosa, non so quello che succederà nell&#8217;aldilà. Ma l&#8217;importante è che sia il coraggio a prendere il sopravvento. Se non fosse per il dolore di lasciare la mia famiglia, potrei anche morire sereno&#8221;.</p>
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		<title>Oscar Arnulfo Romero</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 14:46:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1917-1980. Arcivescovo di San Salvador, ucciso il 24 marzo mentre stava celebrando la messa. E' in corso la causa di beatificazione ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-187" title="romero" src="http://www.testimonideltempo.it/wp-content/uploads/2009/10/romero-205x300.jpg" alt="romero" width="205" height="300" />di Roberto Morozzo della Rocca</p>
<p>&#8220;Ricordati, padre dei poveri e degli emarginati, di quanti hanno testimoniato la verità e la carità del Vangelo fino al dono della loro vita: pastori zelanti, come l&#8217;indimenticabile arcivescovo Oscar Romero ucciso all&#8217;altare durante la celebrazione del sacrificio eucaristico, sacerdoti generosi, catechisti e catechiste coraggiosi, religiosi e religiose fedeli alla loro consacrazione, laici impegnati nel servizio della pace e della giustizia, testimoni della fraternità senza frontiere…&#8221;<br />
Così ha pregato Giovanni Paolo II nella celebrazione memoriale dei &#8220;nuovi martiri&#8221;, al Colosseo, il 7 maggio 2000. Il papa ebbe due incontri con mons. Romero, nel 1979 e 1980, conservandone un vivo ricordo. Quando, nel 1983, si recò in Salvador, allora teatro di una brutale guerra civile, volle recarsi presso la tomba di mons. Romero, in cattedrale, derogando clamorosamente ad un programma che evitava di fare memoria dell&#8217;arcivescovo. La vettura del papa deviò dal percorso previsto e giunse, attraverso strade deserte, alla cattedrale, che era chiusa, tanto che si dovette attendere qualche minuto alla porta prima che qualcuno trovasse le chiavi. Giovanni Paolo II poté infine pregare sulla tomba di mons. Romero, constatando la devozione popolare per il &#8220;nuovo martire&#8221;, sotto forma di targhe e biglietti con preghiere e suppliche, ex voto, fiori, poesie. E&#8217; da notare che poi, durante la visita, il papa esclamò più volte: &#8220;Romero è nostro&#8221;.<br />
Con una simile affermazione Giovanni Paolo II rivendicava evidentemente il carattere ecclesiale, sacerdotale, religioso, dell&#8217;arcivescovo ucciso. La collocazione ideale della figura di Romero aveva infatti subìto, sin dall&#8217;indomani della morte, una duplice distorsione interpretativa, contro la quale alcuni suoi intimi collaboratori si erano, quasi invano, pronunciati. Da una parte Romero era presentato come un rivoluzionario, assimilato in maniera immaginaria a un Camilo Torres e persino ad un &#8220;Che&#8221; Guevara. Dall&#8217;altra lo si dipingeva come un vescovo passato alla politica, che aveva tradito la sua missione pastorale e si era impegnato con faziosità nei conflitti sociali che avevano portato il Salvador alla guerra civile, scoppiata proprio in coincidenza con il suo assassinio. Entrambe le interpretazioni insistevano, l&#8217;una in senso positivo e l&#8217;altra in senso negativo, sulla politicizzazione di Romero. Giovanni Paolo II, invece, sottolineava l&#8217;appartenenza di Romero, col suo carisma di pastore e di predicatore, alla Chiesa.<br />
Non era facile, nel 1983, ragionare su mons. Romero in Salvador. Il paese era lacerato e insanguinato. Il nome di Romero era usato ideologicamente come bandiera dal FMLN, il fronte guerrigliero, che ne commemorava regolarmente l&#8217;assassinio. Dal fronte opposto, quello della destra, Romero era visto come colpevole della ribellione di tanti ai poteri costituiti, come un idolo negativo. Spazio per posizioni intermedie, allora, ve n&#8217;erano ben poche. Il successore di Romero, mons. Rivera Damas, s&#8217;affannava a rivendicare una memoria di Romero non appiattita sull&#8217;immagine di un martire della teologia della liberazione, che sia gli ambienti della sinistra sia gli ambienti militari (per demolire la figura di mons. Romero) tendevano a dare. Nel 1982 Rivera aveva affermato: &#8220;Naturalmente dobbiamo evitare di convertire in un mito il suo ricordo… né molto meno accettare che si converta in una bandiera politica di bande, partiti o organizzazioni&#8221; . Mons. Rivera chiedeva di non ideologizzare, e per altro verso di non demonizzare, la memoria del suo predecessore. Nel 1986 Rivera avrebbe appoggiato la pubblicazione della biografia di mons. Romero a cura di padre Delgado, da lui giudicata la sola equilibrata . Ma la linea di Rivera era difficile ad affermarsi in un paese diviso e in una Chiesa che era essa stessa molto polarizzata.<br />
Certamente la figura di mons. Romero si presta a essere oggetto di discussioni e controversie. Fu un vescovo impedito nelle sue funzioni ordinarie, costretto, com&#8217;egli lamentava, &#8220;ad essere pastore per raccogliere cadaveri&#8221;. Romero fu quasi stritolato dalla polarizzazione politica, che non lasciava spazio alla sua carità e pastoralità. Sempre più lontano dal mondo del potere salvadoregno, che non esitava a incoraggiare e proteggere gli assassini dei suoi stessi preti, egli non si riconosceva affatto, d&#8217;altra parte, nelle posizioni di chi voleva la rivoluzione, pur difendendo i diritti umani e i poveri. Il suo ministero si svolse sotto il segno dell&#8217;emergenza, del sangue, di decisioni da prendere all&#8217;istante. Erano anni estremamente convulsi.<br />
Mons. Romero visse come pastore il dramma del suo gregge. Soffrì della violenza diffusa e tentò di porvi rimedio, condannandola da qualunque parte venisse. Fu sensibile alle esigenze di giustizia. Invocò l&#8217;osservanza delle leggi e della Costituzione. Non si compromise con nessun partito o fazione politica, sempre ligio com&#8217;era al magistero della Chiesa ed ai documenti del Concilio Vaticano II in materia di politica. Non travalicava il ruolo di un vescovo ma le sue parole oneste e rispettate avevano una inevitabile ricaduta politica, di grande peso. Essendo la personalità più autorevole del paese, da una parte e dall&#8217;altra si tendeva a utilizzare e interpretare a proprio favore i suoi interventi e pronunce. Poiché Romero parlava di giustizia sociale veniva accusato di essere comunista -lo si derideva come &#8220;Marxnulfo&#8221;, avendo come secondo nome Arnulfo- ma lui aveva sempre ritenuto che il comunismo fosse da evitare e da condannare, e non mutò parere da arcivescovo.<br />
Il paradosso della vicenda di Romero è che egli non aveva alcun interesse per la politica, e neppure s&#8217;interessava alle teologie politiche, tra le quali s&#8217;annoverava la teologia della liberazione. Sua guida in materia politica erano semmai alcuni specifici paragrafi della Gaudium et spes. Era un uomo della tradizione, con un alto senso della Chiesa nella società (aveva grande stima e venerazione per Pio XI, il papa dei suoi anni di studio in Roma, in quanto aveva tenuto testa in maniera &#8220;imperiale&#8221; ai totalitarismi del suo tempo, e aveva ottenuto rispetto per la Chiesa). Avrebbe voluto fare il pastore d&#8217;anime, dedicarsi tutto alla salus animarum, secondo uno stile classico e tridentino di vescovo. Ma la situazione di costante emergenza lo ostacolava. Ritenne di dovere essere conseguente ai tanti documenti del Concilio e di Paolo VI, e particolarmente alla Evangelii nuntiandi, in quei passi che richiamavano il dovere di illuminare le realtà terrene con gli insegnamenti del Vangelo. Romero non fece sua alcuna tesi estremistica. Corresse i preti che identificavano il regno di Dio con la rivoluzione. Ma rappresentò pubblicamente, alto e forte, il bisogno diffuso di giustizia e di cessazione della violenza.<br />
Il destino storico di Romero dipese evidentemente in larga misura dall&#8217;infelice contesto in cui questo vescovo si trovò ad operare. Quando divenne arcivescovo di San Salvador, il paese stava già scivolando verso il conflitto intestino, la guerra fredda aleggiava sul Centro America, l&#8217;ingiustizia sociale era molto forte e la società era in ebollizione . Già esistevano squadroni della morte, nella versione salvadoregna fatta di varie milizie paramilitari che godevano di un&#8217;impunità di fatto. Dagli inizi degli anni Settanta si stava organizzando una guerriglia che intensificava azioni violente, rapimenti, omicidi. Nelle campagne -il Salvador era allora un paese prevalentemente rurali- i contadini, di recente sindacalizzazione, erano in fermento. La Chiesa stessa rifletteva da anni le divisioni del paese, con correnti per così dire liberazioniste e correnti più vicine invece al potere oligarchico-militare che reggeva tradizionalmente il paese. Il Salvador era la più antica &#8220;dittatura militare&#8221; del continente latinoamericano. Aveva una parvenza di democrazia ma era uno Stato militare. Dal 1932 non s&#8217;era avuto presidente che non fosse uscito dalle alte sfere dell&#8217;esercito.<br />
Romero era una vittima predestinata della crisi del paese? Indubbiamente Romero avrebbe potuto sfuggire alla morte. Ma non volle mettere a tacere la sua coscienza, intesa in senso ignaziano, come il porsi al cospetto di Dio, come ricerca della volontà di Dio. La morte di Romero fu dovuta al fatto che non si rassegnava alla violenza, alla persecuzione della Chiesa, allo strazio del paese. Sentiva l&#8217;urgenza di &#8220;illuminare&#8221; la vita con il Vangelo. Aveva il carisma di parlare e comunicare in maniera straordinaria con le folle. E non in maniera demagogica ma traducendo in termini accessibili a tutti i contenuti più profondi della catechesi, della teologia, delle Scritture. A questa capacità non era estranea la sua intensa vita quotidiana di preghiera. La preparazione dell&#8217;omelia più importante, quella domenicale in cattedrale, consisteva in molte ore di orazione diurna e notturna.<br />
I contenuti delle omelie di Romero -edite postume in numerosi e densi volumi &#8211; non hanno nulla di rivoluzionario ma denotano un&#8217;elevazione cristiana non comune. Derivano dalle Scritture, dal magistero, dalla dottrina sociale della Chiesa. Poiché l&#8217;informazione nel paese era monopolio dei media dell&#8217;oligarchia, Romero prese a comunicare notizie sulla violenza nel paese -semplici comunicazioni di fatti avvenuti a prescindere dalle interpretazioni politiche- dai microfoni della cattedrale e della radio cattolica. Quest&#8217;opera gli valse l&#8217;odio di color che erano autori delle violenze, che non venivano da una sola parte (tuttavia le due violenze esistenti erano quantitativamente differenti). L&#8217;odio si aggiunse, in taluni, al rancore già nutrito contro la Chiesa per il suo impegno, cresciuto dopo il Vaticano II, in favore della promozione umana e sociale dei contadini poveri. Questo rancore aveva iniziato a condensarsi negli anni Sessanta, con le visite in Salvador di padre Lombardi ed i suoi appelli alla riforma personale e sociale in vista di un &#8220;mondo migliore&#8221; .<br />
Romero sapeva di essere in pericolo di vita e temeva la morte in maniera molto umana. Si hanno innumerevoli testimonianze della consapevolezza di Romero di essere prossimo alla morte . Molti avvertimenti, segnali, deduzioni, gli facevano presagire la morte. Gli amici condividevano i timori per la sua incolumità. La Santa Sede gli offrì di trasferirsi a Roma con un nuovo incarico, per salvarsi. Ma Romero volle restare a San Salvador per fedeltà alla sua missione pastorale. Fu ucciso in maniera molto simbolica, sull&#8217;altare, quando stava per iniziare l&#8217;offertorio, in odio alla sua funzione di pastore e di defensor civitatis secondo la più classica tradizione degli antichi Padri della Chiesa dinanzi alla barbarie.<br />
Sul martirio aveva spesso riflettuto. Sono significative le parole di Romero sul senso del martirio pronunciate nel maggio 1977, dopo l&#8217;assassinio di un suo prete:</p>
<p>&#8220;Non tutti, dice il Concilio Vaticano II, avranno l&#8217;onore di dare il loro sangue fisico, di essere uccisi per la fede, però Dio chiede a tutti coloro che credono in lui lo spirito del martirio, cioè tutti dobbiamo essere disposti a morire per la nostra fede, anche se il Signore non ci concede questo onore; noi, sì, siamo disponibili, in modo che, quando arriva la nostra ora di render conto, possiamo dire &#8216;Signore, io ero disposto a dare la mia vita per te. E l&#8217; ho data&#8217;. Perché dare la vita non significa solo essere uccisi; dare la vita, avere spirito di martirio è dare nel dovere, nel silenzio, nella preghiera, nel compimento onesto del dovere; in quel silenzio della vita quotidiana; dare la vita a poco a poco come la dà la madre,che senza timore, con la semplicità del martirio materno, dà alla luce, allatta, fa crescere e accudisce con affetto suo figlio&#8221;</p>
<p>Il martirio divenne presto un tema familiare all&#8217;arcivescovo, dato che i suoi fedeli, i catechisti, i sacerdoti venivano uccisi e perseguitati. Nel 1979, in visita a Roma, Romero annotò:</p>
<p>&#8220;Questa mattina sono andato nuovamente alla Basilica di San Pietro e, presso gli altari, che amo molto, di San Pietro e dei suoi successori attuali di questo secolo, ho chiesto insistentemente il dono della fedeltà alla mia fede cristiana e il coraggio, se fosse necessario, di morire come morirono tutti questi martiri o di vivere consacrando la mia vita allo stesso modo come l&#8217;hanno consacrata questi moderni successori di Pietro&#8221;.</p>
<p>&#8220;Morte martiriale&#8221; è il termine col quale mons. Rivera Damas ha preferito definire il sacrificio estremo di Romero, per non anticipare un giudizio che egli voleva lasciare alla competenza degli organi vaticani investiti della causa di canonizzazione per martirio. In alcuni ambienti latinoamericani è di moda il termine di &#8220;san Romero d&#8217;America&#8221;, anche a rimarcare polemicamente asseriti ritardi di Roma nel riconoscere in Romero l&#8217;eroe ed il martire. Evidentemente simili apologetiche glorificazioni nuocciono alla causa canonica, tanto più che Romero vi appare spesso come un personaggio mitico, interpretato in base a frasi estrapolate dai contesti in cui furono dette (o riferite postume come sue) e trasformate in facili slogan. Mons. Romero non si sentiva eroe -e si pensi solo al suo carattere incerto e insicuro- e non cercava il martirio del sangue. Come milioni di &#8220;nuovi martiri&#8221; del Novecento, fu soltanto fedele alla missione affidatagli dalla Chiesa. Ebbe la forza della carità, avendo compassione delle sofferenze del suo popolo, ed in base all&#8217;ideale del buon pastore, da sempre meditato, non fuggì.<br />
La figura di Romero ricevette ampi riconoscimenti già in vita. Il Parlamento inglese, superando le iniziali ritrosie di Romero che temeva di abusare a fini personali della causa dei poveri, lo candidò al premio Nobel per la pace del 1979 (ricevuto poi da Madre Teresa con la quale Romero si sarebbe nobilmente congratulato). La stampa di tutto il mondo, sul finire degli anni Settanta, parlava di lui e dei suoi appelli alla giustizia, alla nonviolenza, alla pace. Sul frontone della cattedrale di Westminster vi sono dieci statue statue di &#8220;nuovi martiri&#8221; del Novecento: una è di Romero . Come difensore dei diritti umani, Romero è entrato nella storia del Novecento ed ha oltrepassato gli steccati confessionali, linguistici, di civiltà, per divenire una figura ammirata ecumenicamente e trasversale alle culture.<br />
La fama di Romero si diffuse, comprensibilmente e giustamente, per la sua strenua difesa della giustizia, per la sua integerrima rettitudine, e fu come consacrata universalmente dalla tragica morte. Tuttavia va rilevato come sia mancato, tranne poche eccezioni, un approfondimento della biografia di mons. Romero, e delle radici personali e storiche delle sue scelte. Molti scrivono e parlano di Romero conoscendo, delle fonti su di lui, il Diario e assai poco altro. Molti amanuensi hanno per due decenni diligentemente riprodotto un&#8217;iconografia di Romero creatasi, non è neppure a dire nell&#8217;anno successivo alla morte, ma nell&#8217;arco dei soli giorni immediatamente successivi, sull&#8217;onda dell&#8217;emozione e delle convenienze contingenti. Senza una ricomprensione di criterio scientifico della biografia e dello stesso mito di Romero, il suo nome potrà essere speso strumentalmente ancora per qualche tempo, finché durerà una certa cultura politica e teologica, per sostenere la militanza per alcuni ideali, ma non potrà essere consegnato alla memoria storica come pure ha largamente meritato.<br />
Beninteso non si tratta di svilire il significato assunto da mons. Romero nelle vicende storiche del Salvador e dell&#8217;America Latina, con una spiritualizzazione che mortificherebbe la grandezza del personaggio. Ma si tratta di evitare che la memoria di Romero rimanga nella gabbia dello scontro ideologico. Sarebbe una condanna all&#8217;effimero e all&#8217;oblio della memoria, che giudica sui tempi lunghi e cancella inesorabilmente i protagonisti di una stagione, in assenza di una comprensione profonda e condivisa del loro operato. C&#8217;è di più, e di più nobile, in Romero, di quanto si sappia. Vi allude indirettamente Maurizio Chierici, inviato del Corriere della Sera che incontrò Romero poche settimane prima della morte:</p>
<p>&#8220;&#8230;era estremamente ottimista. Diceva: &#8220;Io metto d&#8217;accordo i militari, anche quelli che non sono d&#8217;accordo, poi metto d&#8217;accordo anche la guerriglia, ci sono dei guerriglieri che sono disposti al dialogo e alla trattativa e credo di poter fare la pace&#8221;. Domandammo come potesse mettere d&#8217;accordo questi elementi in una situazione di morte, violenza, repressione, fame, paura, e se non fosse solo un utopia. Allora lui sorridendo ci guardò e rispose: &#8220;Scusate, se io non credessi all&#8217;utopia andrei vestito così?&#8221;".</p>
<p>Fuor di battuta, andrebbe compreso il significato per Romero del suo sentirsi &#8220;buon pastore&#8221;, del suo sacerdozio, della sua fede, del suo legame viscerale con Roma e con i papi, del suo universalismo. Si è domandato il cardinale Etchegaray:</p>
<p>&#8220;Senza essersi costruito interiormente lungo una vita, avrebbe accettato di sacrificare la sua vita? Senza avere meditato infinite volte la passione di Cristo, senza tanta e intensa preghiera dinanzi al crocifisso, sarebbe rimasto al suo posto sino alla fine? Nel 1956 Romero compì un pellegrinaggio in Terra Santa: ogni sera, a Gerusalemme, si recava a pregare nell&#8217;orto degli ulivi, fin nel cuore della notte. Senza credere nella Resurrezione come aveva sempre creduto, avrebbe resistito alle minacce, così frequenti nell&#8217;ultimo periodo della vita?&#8221;</p>
<p>Al di là degli affetti e delle avversioni di cui è stato oggetto, dei suoi meriti e dei suoi insuccessi, dei suoi slanci e dei suoi limiti, la vicenda di Romero è quella di un uomo che non ha considerato la salvaguardia della vita come un valore maggiore della sua adesione al Vangelo e a Cristo, o quantomeno non l&#8217;ha considerata come un valore maggiore della missione che credeva suo dovere adempiere per la salvezza di quanti erano stati affidati alla sua responsabilità di pastore.</p>
<p>Roberto Morozzo della Rocca</p>
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