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	<title>Testimoni del Tempo &#187; Donne</title>
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	<description>Vogliamo salvare dall&#039;oblio il ricordo di uomini e donne che hanno lottato per la giustizia e l&#039;amore nel mondo</description>
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		<title>Don Renzo Rossi</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 08:41:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Missionario, coraggioso uomo di chiesa, ha trascorso molti anni della sua vita prestando conforto ai detenuti politici brasiliani. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di Mario Gabbi, amico di Don Renzo Rossi</p>
<p>
Sta per uscire un nuovo libro: Renzo Rossi, un sacerdote nelle carceri brasiliane &#8211; 1975-1980. Un libro sull&#8217;attività di un sacerdote italiano, che per diversi anni ha visitato sistematicamente le carceri politiche brasiliane, nell&#8217; ultimo periodo di una cupa, e tacitamente feroce, dittatura militare. Quest&#8217;affermazione non costituisce di per sé una notizia importante, se si considerano le centinaia di titoli che ogni anno l&#8217;industria editoriale ci propone su qualsiasi argomento. Eppure, ogni libro vero e degno di questo nome è unico e nuovo, portatore di significati. E&#8217; una finestra che ci permette di cogliere frammenti di realtà e di vita, prima sfocati o ignoti, uno stimolo a proseguire nel cammino della ricerca del senso della vita. Soprattutto come questo libro, che costituisce una testimonianza, per molti versi inedita, delle vite vissute e martoriate di un tempo recentissimo &#8211; quasi tutte le persone nominate nel libro sono tuttora viventi -, in un paese cristiano e prevalentemente cattolico &#8211; il Brasile -, che nell&#8217;immaginario dell&#8217;Europa consumistica ed edonista evoca visioni di spiagge assolate, bellissime ragazze seminude che ballano al ritmo di samba, in colorati e vivaci cortei di carnevale. Il Brasile che viene proposto in questo libro non è il Brasile turistico, ma una faccia meno nota, ma più reale, di un Brasile travagliato, sofferente, vitale, ma anche biecamente asservito alla violenza. Un Brasile certamente inquietante , ma degno di essere conosciuto al pari delle bellissime spiagge di Ipanema , delle cascate di Iguaçu e del lago scuro circondato dalle dune di sabbia bianca di Abaeté. E&#8217; il Brasile dei brasiliani, ardenti di passione civile e religiosa, ma al tempo stesso imbrattato dalla crudeltà e dalla feroce rabbia assassina di individui , che si stenta a riconoscere come membri della specie umana, certamente estranei alla comunità umana, venduti ai potenti di turno. La realtà è molto complessa: in essa si mescolano eroismo, dedizione, speranza, ma anche violenza, arbitrio, sopruso. Anzi, questi due poli opposti, queste due tensioni antitetiche, nel libro, si intrecciano in modo sorprendente, per mostrare che , paradossalmente, il male peggiore diventa il terreno e l&#8217;occasione per liberare le migliori energie dell&#8217;uomo. Il libro, dalla prima all&#8217;ultima pagina, ha la forma di un racconto. Dunque, ci si potrebbe domandare: questo libro è la storia di chi? È la biografia di un prete &#8211; Renzo Rossi- ? Oppure è l&#8217;affresco di un momento cupo della storia recente del Brasile? Nel nostro caso, biografia personale e storia di un popolo si intrecciano: la biografia del sacerdote non è un semplice artificio letterario, e le tante storie raccontate non possono essere ridotte allo scenario in cui si dipana la vicenda del sacerdote. In realtà, don Renzo si affaccia su una realtà intravista, poco conosciuta, terribile ed eroica; poi, via via ne è coinvolto personalmente, fino ad diventarne una parte integrante, con un ruolo sempre maggiore .&nbsp;</p>
<p>Si tratta comunque di un libro strano, perché, in primo luogo, si presenta come una biografia di un&nbsp;prete vivente . Mentre solitamente le gesta umane e religiose di una persona sono celebrate post mortem, Renzo è felicemente ancora in vita, con qualche acciacco, ma in piena attività , così come sono viventi la grandissima maggioranza delle persone nominate nel libro &#8211; e ciò conferisce un alto valore di veridicità al racconto. Il secondo motivo della &#8220;stranezza&#8221; è che è stato scritto da un giornalista laico, marxista, certamente battezzato &#8211; come tutti i brasiliani -, ma comunque non praticante. Come buon giornalista, ha documentato e verificato tutto ciò che ha scritto. Correttissimo nei confronti di tutto ciò che attiene alla Chiesa e agli argomenti religiosi, per la profonda amicizia che lo lega a Renzo, ha interpretato fedelmente anche quegli aspetti religiosi che personalmente non condivide. E&#8217; un libro ricco di testimonianze di stima, di affetto e di elogi per Renzo Rossi- che rischiano di persino di diventare imbarazzanti per la persona a cui sono diretti &#8211; da parte di persone non credenti , alcune delle quali professano, addirittura, un ateismo militante. Il titolo con cui il libro è stato pubblicato in Brasile &#8211; As asas invisíveis do padre Renzo, Le ali invisibili di don Renzo &#8211; suona come una specie di &#8220;canonizzazione&#8221; di un uomo ancora vivente, fatta da persone che non appartengono alla Chiesa &#8211; o quanto meno, alla Chiesa visibile ! Ciò non toglie che membri autorevoli della gerarchia cattolica abbiano apprezzato, incoraggiato e sostenuto le scelte coraggiose di questo sacerdote. Molti vescovi lo hanno approvato e confermato nelle sue decisioni : Hélder Câmara, Avelar Brandão Vilela, arcivescovo di Salvador, Paulo Evaristo Arns, arcivescovo di São Paulo, Aloisio Lorscheider , presidente della Conferenza Episcopale Brasiliana, Ivo Lorscheider, segretario e poi presidente della Conferenza Episcopale, Waldir Chalheiros, Candido Padim, Tomás Balduino, e diversi altri. Fino ad arrivare al nunzio apostolico, monsignor Carmine Rocco, che assume un ruolo attivo nell&#8217;impresa più audace e rischiosa che don Renzo ha compiuto, organizzando la fuga dal carcere di Theodomiro Romeiro dos Santos, considerato uno dei nemici più odiati dal regime militare, e una specie di simbolo, un autentico leader di tutti gli oppositori del regime, dentro e fuori dalle carceri. Questo giovane &#8211; venticinque anni di meno di don Renzo &#8211; viene definito dallo stesso sacerdote come un suo &#8220;direttore spirituale laico&#8221;.<br />
Per continuare l&#8217;elenco delle &#8220;stranezze&#8221;: il libro è stato scritto con la partecipazione attiva dello stesso don Renzo:&nbsp;<br />
- decine di ore di intervista rilasciata all&#8217;autore, che non ha esitato ad entrare in tutti i recessi dell&#8217;anima di Renzo, anche i più personali e riservati;</p>
<p>- è stato scritto con il supporto di numerosi stralci del diario personale di Renzo;<br />
- è stato scritto, in parte, da Renzo stesso. Si tratta di brevi annotazioni del suo diario spirituale, che, durante il corso del libro, alla fine di ogni capitolo, stabiliscono un originale criterio di lettura, raccontando &#8211; parallelamente alle vicende biografiche di Renzo &#8211; la profonda esperienza spirituale che Renzo stesso ha avuto durante la visita alle spoglie mortali del vescovo salvadoregno dom Oscar Romeiro, assassinato da un sicario del governo di torturatori che egli non esitava a denunciare dall&#8217;altare, in difesa del suo popolo oppresso (70.000 morti, tra cui 24 sacerdoti!). La vita e la morte di dom Oscar diventano il modello ideale della sua vita. Ma ancora più forte è il parallelismo che viene stabilito tra il martirio di un santo vescovo, ucciso durante la celebrazione della S. Messa, e il martirio di persone che mai potranno essere canonizzate &#8211; sono estranee alla Chiesa visibile -, ma che hanno partecipato dello stesso amore totale per gli oppressi, fino a dare la propria vita per loro.&nbsp;<br />
Quest&#8217;ultima osservazione ci aiuta a interpretare il fatto &#8220;curioso&#8221;, per non dire sospetto, di un sacerdote che cura personalmente la propria biografia, nella quale la sua figura è tratteggiata di elogi, manifestazioni di stima e di affetto che a volte possono persino urtare la nostra sensibilità , e che non sono spiegabili soltanto dal modo espressivo brasiliano, notoriamente ricco di enfasi e di espressioni entusiastiche.&nbsp;<br />
Nel libro si legge, in diverse occasioni, l&#8217;imbarazzo dello stesso don Renzo, di fronte a tante dichiarazioni di amore. Perché allora le ha conservate, e anzi, le ha collezionate, trascritte diligentemente nel proprio diario, e poi ne ha parlato a lungo con l&#8217;Autore che lo stava intervistando? In realtà, don Renzo &#8211; stupito e felice &#8211; vi ha colto l&#8217;espressione di una grazia, vi ha intuito una Presenza, la stessa che in tante occasioni aveva riconosciuto nella sua vita sacerdotale. Credo di non sbagliare se dico che don Renzo ha conservato e sottolineato queste espressioni di affetto, di stima e di riconoscenza dei detenuti politici e dei loro parenti, non certo per vanagloria, ma per dire a noi &#8220;avete visto com&#8217;erano buoni e belli nell&#8217;anima? Loro non lo sanno, ma sono cristiani come noi e, spesso, più di noi!&#8221;. La loro amicizia , umanamente inspiegabile per la rapidità con cui sorgeva e per l&#8217;intensità delle espressioni, era per Renzo il segno del loro legame reale e misterioso al mondo dei redenti, al Regno di Cristo. In questo si vede la consapevolezza del proprio ruolo di mediazione sacerdotale : don Renzo riceve le lodi, la stima e l&#8217;affetto a nome della Chiesa, non per sé, ma per la Chiesa, nella quale e della quale egli vive. Don Renzo, in diverse occasioni, è consapevole e preoccupato della responsabilità di questa amicizia &#8220;immeritata&#8221;. Teme che, da parte sua, questa amicizia sia superficiale. Non vuole in nessun modo &#8220;essere soltanto un amico occasionale&#8221;.. Dietro questa sua espressione si legge una citazione &#8220;ad sensum&#8221; di un&#8217;osservazione che don Milani e i suoi ragazzi di Barbiana avevano fatto nella celebre Lettera a una professoressa : i preti sono come i professori e le prostitute, amano con facilità tutti, ma poi ben presto se ne dimenticano. Don Renzo vuole che la sua amicizia per questi martiri della difesa del popolo sia totale, per sempre, proprio come vuole che sia la sua vocazione sacerdotale, pastorale di frontiera<br />
L&#8217;Autore del libro, benché rispettoso e leale, non si pone il problema dei confini tra la Chiesa nella sua pienezza e la Chiesa visibile . E nemmeno don Renzo si pone problemi teologici di questa natura, ma piuttosto li vive, li soffre, ne gode. Ci sia permesso di individuare alcuni elementi per inquadrare e leggere l&#8217;attività di don Renzo tra i detenuti politici &#8211; naturalmente senza nessuna pretesa di ompletezza, né di sistematicità.&nbsp;<br />
La categoria centrale potrebbe essere la &#8220;pastorale di frontiera&#8221;, di cui si parla più volte nel libro, in due contesti molto lontani nello spazio e nel tempo: gli operai comunisti delle fabbriche di Firenze, e i detenuti, anch&#8217;essi marxisti e alcuni di essi addirittura implicati in azioni di guerriglia e di lotta armata. In entrambi i casi, il sacerdote che si affaccia oltre il mondo cristiano, svolge un&#8217;opera di pastorale di frontiera.<br />
Frontiera: questa parola evoca un limite, di qua del quale si è dentro e di là del quale si è fuori. Ma quando si applica questo concetto alla Chiesa, la linea di confine diventa problematica. Questa è la sorpresa maggiore, la scoperta sconvolgente di don Renzo: fuori da quella linea trova dei valori che caratterizzano il &#8220;dentro&#8221; e, si può dire, lo definiscono: l&#8217;amore per gli altri fino al sacrificio estremo di sé, la speranza indefettibile che il male, l&#8217;ingiustizia, la sopraffazione, la riduzione in schiavitù di uomini e donne finirà e che un giorno tutti saranno fratelli.<br />
Ecco che &#8220;fuori&#8221; dalla Chiesa, don Renzo riconosce i segni della presenza di Dio, i frutti più belli della fede, che sono la speranza e l&#8217;amore degli altri, ma è senza la fede! E&#8217; ovvio che tutti sono figli dello stesso Padre, che è Padre indipendentemente dalla volontà dei figli, anche se inconsapevoli. Non c&#8217;è bisogno di essere buoni e bravi perché Dio ci ami!&nbsp;<br />
Ma tutti i gesti di giustizia, di solidarietà, di amore e di speranza esprimono una presenza reale di Dio. &#8220;Chiunque ama è generato da Dio&#8221; (1Gv 4,7). Soprattutto poi, se questi gesti hanno come destinatari i poveri e gli oppressi.&nbsp;</p>
<p>Questa scoperta sperimentata di Dio, che distribuisce la sua grazia fuori dai recinti canonici della Chiesa visibile, costituisce per don Renzo una vera conversione. Così, il libro parla di due grandi conversioni: la prima, al contatto con gli operai comunisti fiorentini, e la seconda, ancora più profonda, tra i detenuti politici imprigionati nelle carceri brasiliane. Il risultato più evidente della sua pastorale di frontiera è dunque la conversione del pastore.<br />
Un ritornello scandisce i tempi delle sue conversioni. &#8221; Com&#8217;era possibile che quelle persone, senza fede in un Dio, fossero capaci di tanto spogliamento, di tanta speranza?&#8221; E, in particolare, rispetto alla seconda conversione, tra i prigionieri politici: &#8220;Come facevano &#8211; dopo essere stati torturati, umiliati nella propria dignità più profonda &#8211; a restare così sereni, senza covare l&#8217;odio? Come facevano a coltivare una così grande speranza per il mondo, tanta certezza che il futuro dei popoli poteva essere migliore dell&#8217;oggi? E conservare la volontà di impegnarsi per un mondo più giusto, anche se rinchiusi in prigione?&#8221;<br />
Don Renzo resta stupefatto e abbagliato. Dopo una giornata intera trascorsa in uno dei peggiori centri di detenzione, annota nel diario: &#8221; Pensando a tanta serenità e a quella gioia, mi diventa più chiara la beatitudine di Gesù:&#8221;Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno&#8230;&#8221; (Mt 5,11). Come diventa reale e vivo il Vangelo in quella prigione!&#8221;<br />
L&#8217;evangelizzatore viene evangelizzato!&nbsp;<br />
Un prigioniero politico non credente scrive a don Renzo: &#8220;fino a quando ci saranno uomini con il tuo coraggio e il tuo amore per la giustizia e per la libertà, ogni anno nuovo è un presagio dei giorni migliori che stanno per venire. Credo fermamente che lottiamo per lo stesso obiettivo. Le divergenze naturali dove c¹è più di una persona &#8211; si stemperano nell&#8217;unità superiore che è l&#8217;amore per il popolo al quale dedichiamo il nostro conforto, la nostra libertà e, molte volte, la stessa vita.<br />
Ti abbraccio stretto, pieno di affetto e di ammirazione. Il tuo amico Theo</p>
<p>Abbiamo già detto che don Renzo accetta con autentica gioia spirituale queste attestazioni di stima e di affetto, come sacerdote che rappresenta la Chiesa. Qualcuno cerca di scalfire questo suo ruolo di mediazione: una giovanissima donna, che ha conosciuto ancora bambina nel carcere in cui erano detenuti la mamma e il babbo, al termine di un animato confronto, grida a don Renzo: &#8220;Non credo in Dio, ma in te ho fiducia!&#8221; Don Renzo non si appropria di questa fiducia, ma la riposiziona nella sua vera dimensione : &#8221; Non importa che una persona come Janaína non creda in Dio. L&#8217;importante è che Dio creda in lei&#8221;.<br />
Don Renzo sa di operare in nome e per conto della Chiesa, secondo una vera e propria chiamata di Dio. La vocazione di occuparsi dei prigionieri politici è una chiamata forte. Nata sottovoce &#8211; per visitare il figlio detenuto di una sua parrocchiana -, con il passare del tempo cresce in modo irresistibile. E&#8217; sottoposta a molte prove, vagliata con attenzione e scrupolo da Renzo stesso, e confermata dalle attestazioni di numerosi vescovi. Questa vocazione esprime la necessità che don Renzo si adegui , cioè conosca a fondo e poi condivida in prima persona la realtà che la Provvidenza gli ha fatto intravedere. Non è una vocazione eroica, né improvvisa. Ma, piuttosto, progressiva. Non è nemmeno una vocazione-per-sempre, ma è umilmente limitata nel tempo: è un servizio che gli è chiesto per il tempo in cui le carceri brasiliane sono ancora popolate di giovani uomini e giovani donne, incarcerati (e preventivamente torturati) per avere contrastato un regime militare dittatoriale, a favore del loro popolo. Molto umano è il rincrescimento che don Renzo prova &#8211; assieme a una grande gioia &#8211; davanti allo svuotamento delle carceri. Naturalmente, non desiderava che restassero in prigione, ma provava una specie di nostalgia preventiva rispetto al quel mondo di amicizia intensa &#8211; che nel suo diario chiama &#8220;grazia&#8221; &#8211; che presto, con la libertà di tutti si disperderà. E così lui non ne godrà più, e anche i rapporti tra i compagni di prigionia si diraderanno. Don Renzo ha voluto loro bene, li ha amati personalmente, ma non &#8220;individualmente&#8221;: li ha amati a uno a uno, ma in quell&#8217;ambiente di dedizione, di servizio, di impegno per la giustizia, che solo nel loro insieme essi stessi esprimevano al meglio.</p>
<p>Alcuni tratti caratteristici della pastorale di frontiera possono emergere se ci si chiede quali ne sino gli obiettivi, i metodi, le azioni concrete.<br />
Il primo obiettivo fondamentale non può che essere lo &#8220;spostamento della frontiera&#8221; verso l&#8217;esterno, cioè, l&#8217;evangelizzazione dei non credenti. In questo senso, qualsiasi forma di evangelizzazione ha lo stesso obiettivo. Ma quando don Renzo esce dai confini certi e ben delimitati della Chiesa, scopre con stupore e gioia incontenibile che molti di coloro che si credono lontani sono invece molto &#8220;vicini&#8221;.&nbsp;<br />
La speranza di &#8220;convertire&#8221; i lontani si fonde con la scoperta della loro già attuale vicinanza. E ciò fa sì che la spinta al proselitismo praticamente scompaia. Non che manchi in don Renzo la testimonianza cristiana esplicita, né la proposta della fede in un&#8217;estrema franchezza. Don Renzo scrive nel diario: &#8220;Questa è la mia strada: Manifestare Cristo a tanti che soffrono per il bene del popolo.&#8221; Si sente un &#8220;mercante di sole&#8221;, un seminatore di speranze. Interessante al proposito la testimonianza di uno dei pochissimi cristiani detenuti che Renzo incontra e con il quale stabilisce un rapporto strettissimo &#8211; Paulinho Vannuchi &#8211; . Il rapporto con i detenuti non si sviluppa sulla base di analisi socio-politiche, ma sul piano dell&#8217;affetto personale: &#8220;Renzo &#8211; dice &#8211; non è uomo di lotta politica. E&#8217; un uomo della solidarietà umana&#8221;.<br />
Il suo scopo immediato non è il proselitismo. Preferisce essere solidale che essere un propagandista. In coloro che incontra apprezza di più il valore del dono di sé che la purezza ideologica. Si interessa della persona reale che ha di fronte, ascolta, e non giudica le sue idee; accetta, aderisce a ciascuno, così come è, senza altro scopo che essere solidale. Una ex guerrigliera, militante comunista, dice che Renzo è una persona capace di accogliere quelli che non sono come lui.<br />
&#8221; Renzo crede davvero che la prospettiva cristiana sia quella corretta e gli piacerebbe che tutti seguissero questo cammino. Accetta quelli che escono dalla strada, quelli che hanno buone intenzioni, coltiva la speranza che tutte le vie portino a Roma. Egli accetta i diversi in una prospettiva cristiana, in una prospettiva che la Chiesa ufficiale non prende sempre sul serio.&#8221;<br />
Per questi motivi appare a volte sconcertante, scandaloso, imprudente, pericoloso. &#8220;Troppo conservatore per accettare interamente la teologia della liberazione. Troppo avanzato per limitarsi ad essa&#8221;<br />
Se di metodo si può parlare, questo consiste nell&#8217;insistere sul valore unico e prioritario della persona. A livello personale, don Renzo esprime fedeltà incondizionata alla dottrina della Chiesa, all&#8217;autorità della gerarchia, alla tradizione; ma pratica la tolleranza rispetto alle credenze e alle posizioni ideologiche degli altri; anzi, ne accetta le decisioni &#8211; anche se personalmente non le approva, come il ricorso alla guerriglia, alla lotta armata.<br />
Le azioni in cui la pastorale di frontiera si esprime sono: occuparsi dei bisogni fondamentali delle persone &#8211; restituire la dignità, sostegno e conforto nelle situazioni-limite, adesione e collaborazione nelle attività di ripristino della giustizia, coinvolgimento fino alla solidarietà e alla condivisione delle responsabilità, poi anche il &#8220;parlare&#8221;, il porre il problema di Dio, della fede e anche pregare.<br />
Ed essere testimone instancabile della speranza e della gioia pasquale: &#8221; Voglio andarmene pieno di fiducia nel popolo del Brasile. E tenermi nel cuore ognuno degli amici che ho trovato nelle prigioni brasiliane, catacombe del mondo contemporaneo; nel buio, fari di luce.&#8221;</p>
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		<title>ANNALENA TONELLI</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 08:28:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1943 - 2003. Missionaria laica, assassinata in Somalia, è stata fondatrice di un ospedale a Borama nel nord del paese.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Grido il Vangelo con la mia sola vita»<br />
ANNALENA TONELLI</p>
<p>di Anna Pozzi</p>
<p>Parlava spesso della morte, Annalena Tonelli. Lo faceva con indignazione quando si trattava della morta degli altri, per le malattie e la guerra, per le ingiustizie e la cattiveria degli uomini. Lo faceva con estrema naturalezza quando parlava della propria morte, senza rassegnazione, ma come chi si affida completamente a un Altro e si prepara ad accedere alla vita vera. Annalena Tonelli è stata uccisa barbaramente il 5 ottobre a Borama, in Somaliland. Un colpo alla testa mentre usciva dall’ospedale che aveva creato e che era tutta la sua vita. Si dice che sia stata assassinata da un estremista islamico, o forse per vendetta. È morta là dove aveva scelto di vivere, in quella terra dura e ostile che è la Somalia, tra i “suoi” somali che ha amato per una vita intera. Una vita vissuta intensamente in nome di Dio e degli ultimi.<br />
Annalena aveva sessant’anni. Trentaquattro li aveva trascorsi in Africa come missionaria laica, indipendente da qualsiasi congregazione, istituto missionario o organizzazione non-governativa. Era una donna fuori dal comune: intelligente, indipendente, piena di energie, lavoratrice indefessa e grande organizzatrice. Ma soprattutto si distingueva per la straordinaria dedizione ai suoi ammalati e per la profonda spiritualità, che l’avevano portata a scegliere gli ultimi in nome di Gesù, a consacrare in loro la sua vita affinché fosse degna di essere vissuta.<br />
Sin da giovanissima aveva avvertito fortemente questa vocazione: a Forlì, nella sua città natale, aveva cominciato ad occuparsi dei bambini del locale brefotrofio, delle bambine con handicap mentale e vittime di grossi traumi di una casa famiglia e dei poveri del Sud del mondo attraverso le attività del “Comitato per la lotta contro la fame nel mondo” che lei stessa aveva contribuito a far nascere.&nbsp;</p>
<p>A un certo punto decide di partire. In testa e nel cuore Annalena ha i poveri dell’India; finisce invece in Africa. «Credevo di non potermi donare completamente rimanendo nel mio Paese – racconta in una toccante testimonianza resa in Vaticano nel 2001, in occasione di un convegno indetto dal Pontificio Consiglio per la pastorale della salute –. I confini della mia azione mi sembravano così stretti, asfittici&#8230; Compresi presto che si può servire e amare dovunque, ma ormai ero in Africa e sentii che era Dio che mi ci aveva portata e lì rimasi nella gioia e nella gratitudine. Partii decisa a gridare il Vangelo con la vita sulla scia di Charles de Foucauld, che aveva infiammato la mia esistenza. Trentatré anni dopo grido il Vangelo con la mia sola vita e brucio dal desiderio di continuare a gridarlo così fino alla fine. Questa la mia motivazione di fondo assieme ad una passione invincibile da sempre per l&#8217;uomo ferito e diminuito senza averlo meritato al di là della razza, della cultura, e della fede».<br />
Non è mera retorica. Chi ha avuto il privilegio di conoscere Annalena sa che più che alle parole era ai fatti che affidava la sua testimonianza di amore evangelico, di scelta totale per gli altri, per l’Africa, e in particolare per i suoi somali. Una testimonianza di vita – e di morte – in un contesto radicalmente musulmano, spesso difficile e ostile, ma anche ricco di una profondità umana e spirituale che solo dalla vicinanza con le persone poteva emergere.&nbsp;<br />
«Scelsi di essere per gli altri – scriveva Annalena –, i poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati che ero una bambina e così sono stata e confido di continuare a essere fino alla fine della mia vita. Volevo seguire solo Gesù Cristo. Null&#8217;altro mi interessava così fortemente: Lui e i poveri in Lui. Per Lui feci una scelta di povertà radicale&#8230; anche se povera come un vero povero, i poveri di cui è piena ogni mia giornata, io non potrò essere mai».<br />
A Borama, nel nord della Somalia, nell’auto-proclamata Repubblica del Somaliland, Annalena era arrivata nel 1996. Qui aveva creato un ospedale per la cura della tubercolosi, ma soprattutto aveva portato una luce di speranza per tanti ammalati, poveri, afflitti, diseredati… Un lavoro che le era valso la stima di gran parte della popolazione, ma che le aveva attirato anche l’odio e l’inimicizia dei settori più tradizionalisti della società e degli estremisti islamici.<br />
L’avevano minacciata più volte. Lei ormai non se ne curava più. La sua lotta contro la tubercolosi, ma anche contro l’ignoranza e il pregiudizio e tutte le forme di miseria materiale e spirituale veniva prima di tutto.<br />
Annalena non era un medico. Era laureata in legge e abilitata all&#8217;insegnamento della lingua inglese nelle scuole superiori in Kenya. L’incontro con l’Africa e in particolare con i somali, la spingono a fare studi di medicina. Consegue certificati e diplomi di controllo della tubercolosi in Kenya, di Medicina tropicale e comunitaria in Inghilterra, di Leprologia in Spagna.&nbsp;<br />
Partì dall’Italia nel gennaio del 1969. Da allora e fino alla sua morte è sempre vissuta al servizio dei somali. Trentaquattro anni di condivisione.<br />
Annalena giunse dapprima in Kenya come insegnante, benché la cosa non le soddisfacesse fino in fondo. Ma era l’unico modo per potersi inserire in un contesto così diverso, in un’esperienza così forte, già allora pienamente consapevole che la cultura rappresentasse una forza potente di liberazione e di crescita.&nbsp;<br />
A Wajir, nel deserto a nord-est del Kenya, erano i tempi di una terribile carestia. Annalena lo rammenta con sofferenza, così come ricorda con struggimento le molte altre vittime della fame che ha incontrato nella sua esperienza africana, specialmente a Merca, in Somalia, agli inizi degli anni Novanta, «esperienze così traumatizzanti da mettere in pericolo la fede».&nbsp;</p>
<p>Nei racconti di Annalena tornano spesso quei giorni a Wajir, quando per la prima volta donò il suo sangue a un bambino e invitò i suoi studenti a fare altrettanto. La reazione fu scettica, ma quando uno di loro si fece coraggio anche altri riuscirono a superare i pregiudizi e le chiusure di quel mondo estremamente tradizionalista. «Fu forse la mia prima esperienza in cui, anche in un contesto islamico, l&#8217;amore generò amore».<br />
Era quello l’inizio di un lungo cammino, spesso segnato dalla sofferenza e dalla discriminazione, dal rifiuto e dalla diffidenza. Lei, donna, giovane, bianca e cristiana, senza marito e senza figli, era degna solo di disprezzo. Solo dopo molti anni, un vecchio capo locale ebbe il coraggio di dire ad alta voce quello che molti pensavano. «Noi musulmani abbiamo la fede, voi avete l’amore». «Fu come il tempo del grande disgelo – ricorda Annalena –. Solo chi mi conosce bene dice e ripete senza stancarsi che io sono somala come loro e sono madre autentica di tutti quelli che ho salvato, guarito, aiutato…».<br />
E sono soprattutto i “suoi” tubercolotici a considerarla una madre. Abbandonati e respinti perché “maledetti”, vittime della malattia, ma anche dello stigma che ad essa si accompagna, sono stati il “primo amore” di Annalena. «Quello che più spaccava il cuore era il loro abbandono, la loro sofferenza senza nessun tipo di conforto».&nbsp;<br />
Nel 1976 l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) le chiese di diventare responsabile di un progetto pilota per la cura della tubercolosi tra i nomadi. Oggi il trattamento messo a punto dalla Tonelli – che consente la guarigione in un tempo di sei mesi – è stato adottato come policy dall&#8217;Oms per il controllo della tubercolosi nel mondo ed è applicata in molti Paesi dell&#8217;Africa, dell&#8217;Asia, dell&#8217;America e anche dell&#8217;Europa.<br />
Nel 1984 Annalena fu costretta a lasciare il Kenya dopo aver denunciato i massacri che il governo stava commettendo contro una tribù di nomadi del deserto. Fu considerata persona non grata ed espulsa. Solo dopo 16 anni il governo keniano ha ammesso le proprie responsabilità.&nbsp;<br />
«Ho esperimentato più volte nel corso della mia ormai lunga esistenza – scriveva – che non c&#8217;è male che non venga portato alla luce, non c&#8217;è verità che non venga svelata. L&#8217;importante è continuare a lottare come se la verità fosse già fatta e i soprusi non ci toccassero, e il male non trionfasse. Un giorno il bene risplenderà».&nbsp;<br />
Quando torna in Africa, è di nuovo per stare con i somali. Annalena è a Mogadiscio agli inizi del 1991, nei momenti più drammatici della caduta di Siad Barre. È tra i pochissimi occidentali rimasti in città, in quei giorni di morte e distruzione, in cui tutti erano contro tutti.<br />
«Ci incontrammo a Nairobi – ricorda mons. Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti e amministratore apostolico di Mogadiscio –. Io ero stato tra gli ultimi a scappare dalla Somalia. Lei stava cercando in tutti i modi di rientrare. Era fatta così, desiderava sempre stare al fianco dei più poveri, dei più sofferenti, di quelli che lei chiamava “brandelli di umanità” e che amava profondamente».<br />
Mons. Bertin le è stato vicino in tutti questi anni, sostenendola materialmente e spiritualmente. E oggi che Annalena non c’è più sta facendo il possibile per dare un futuro alle sue opere. Entrambi hanno condiviso la stessa passione e la stessa abnegazione per la Somalia e soprattutto per un popolo che ha subito troppi torti e soprusi.</p>
<p>Annalena li ha sperimentati in prima persona nei momenti più tragici della guerra civile. Dopo Mogadiscio, si stabilisce a Merca, sempre ad occuparsi di tubercolotici, ma anche di migliaia di persone che morivano a causa di una terribile carestia.&nbsp;<br />
«A quel tempo – ci racconta – ho dovuto assumere due persone solo per seppellire i morti. In poco più di due mesi oltre mille bambini sono morti di fame e di tubercolosi. In casa tenevo 600 piccoli tubercolotici per cercare di assisterli giorno e notte e ogni giorno sfamavo oltre tremila persone».<br />
Annnalena ricorda le lunghe giornate rinchiusa nell’ospedale senza neppure attraversare la strada per poter tornare a casa perché era troppo pericoloso. Finché la situazione è diventata insostenibile e le pressioni dei diversi gruppi si sono fatte inaccettabili, al punto che era impossibile rimanere senza compromettersi con questo o quel clan, senza pagare una tangente o subire il ricatto di qualche gruppo armato. Annalena decide di andarsene. Il medico italiano che la sostituisce, Graziella Fumagalli di Caritas italiana, verrà uccisa pochi mesi dopo.&nbsp;<br />
Annalena torna in Italia per un anno “sabbatico” che trascorre in un eremo. Nel 1996 è di nuovo in Somalia, ma questa volta al nord, in Somaliland. A Boroma, al confine con l’Etiopia, crea un centro anti-tubercolare d’avanguardia e promuove molteplici iniziative collaterali (la scuola per sordomuti, la campagna contro le mutilazioni genitali femminili, un progetto di sensibilizzazione sul problema dell’aids, campagne di operazioni di ciechi, assistenza ai malati mentali…).<br />
Tutti la conoscono e la rispettano, ma c’è anche chi non sopporta la straniera “infedele”, che dà fastidio alle fasce più tradizionaliste della società e agli estremisti islamici, che non vedono di buon occhio la presenza di questa donna cristiana, che cerca di rompere un ordine stabilito da sempre e soprattutto di mettere in discussione il loro potere.<br />
Le minacce piovono da più parti. «Un imam – ci racconta – predicava contro di me dalla moschea, dicendo di uccidere la bianca infedele che aveva portato l’aids e la tubercolosi e che accoglieva in nemici in ospedale. L’ho voluto incontrare e gli ho detto che lui mi aveva già uccisa con le sue parole. Da quel momento siamo diventati amici e lui è diventato uno dei miei più grandi sostenitori».<br />
A Borama, Annalena era riuscita a fare un lavoro enorme, trasformando il piccolo ospedale coloniale nel miglior centro antitubercolare di tutta la Somalia, con oltre 300 posti letto, personale specializzato e un laboratorio di analisi avanzato.<br />
Si era battuta per combattere la tubercolosi e l’Aids, ma anche i pregiudizi e l’ignoranza che accompagnano queste malattie. «La tubercolosi – scriveva – è parte della gente, della sua storia della sua lotta per l&#8217;esistenza. Eppure la tubercolosi è stigma e maledizione: segno di una punizione mandata da Dio per un peccato commesso, aperto o nascosto. A Borama continua la lotta ogni giorno per la liberazione dall&#8217;ignoranza, dallo stigma, dalla schiavitù ai pregiudizi. A tutt&#8217;oggi, noi siamo testimoni di gente che sceglie di non essere diagnosticata, curata e guarita, e che dunque sceglie di morire pur di non dovere ammettere in pubblico di essere affetta dalla tubercolosi. Ogni giorno discutiamo con loro di ciò che li tiene schiavi, infelici, nel buio. E loro si liberano, diventano felici, sono sempre più nella luce».<br />
Anche a Borama però le tensioni aumentano, specialmente dopo l’11 settembre – e soprattutto dopo l’attacco americano all’Afghanistan. Negli ambienti del fondamentalismo islamico cresce l’ostilità nei confronti della straniera cristiana, che pure non fa nulla per mostrare in pubblico la sua fede. Annalena sente l’ostilità, ma resta capace sino all’ultimo di distinguere: la popolazione, gente semplice che pratica un islam moderato e tolleranti, dai gruppi di fanatici estremisti, spesso finanziati e indottrinati dall’esterno.&nbsp;</p>
<p>E non si stanca di ripetere che il dono più grande glielo hanno fatto i suoi nomadi del deserto: «Musulmani, loro mi hanno insegnato la fede, l&#8217;abbandono incondizionato, la resa a Dio, una resa che non ha nulla di fatalistico, una resa rocciosa e arroccata in Dio, una resa che è fiducia e amore.&nbsp;<br />
I miei nomadi del deserto mi hanno insegnato a tutto fare, tutto incominciare, tutto operare nel nome di Dio».</p>
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