<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Testimoni del Tempo &#187; Uomini</title>
	<atom:link href="http://www.testimonideltempo.it/category/testimoni/la-resistenza/uomini-la-resistenza-testimoni/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.testimonideltempo.it</link>
	<description>Vogliamo salvare dall&#039;oblio il ricordo di uomini e donne che hanno lottato per la giustizia e l&#039;amore nel mondo</description>
	<lastBuildDate>Tue, 06 Oct 2009 15:43:17 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.8.5</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>Josef Mayr-Nusser</title>
		<link>http://www.testimonideltempo.it/josef-mayr-nusser/</link>
		<comments>http://www.testimonideltempo.it/josef-mayr-nusser/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 09:07:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[Testimoni]]></category>
		<category><![CDATA[Uomini]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.testimonideltempo.it/?p=131</guid>
		<description><![CDATA[1910-1945. Sposato, con un figlio, morì mentre veniva trasferito nel campo di Dachau. La diocesi di Bolzano-Bressanone ha avviato la causa di beatificazione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.testimonideltempo.it/wp-content/uploads/2009/10/JosefMayrNusser-207x300.jpg" alt="JosefMayrNusser" title="JosefMayrNusser" width="207" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-133" />Non posso giurare a hitler<br />
La testimonianza di Josef Mayr-Nusser</p>
<p>di Elio Guerriero</p>
<p>La testimonianza di Josef Mayr-Nusser è di quelle che incantano; che ti<br />
riconciliano con la fede e ti restituiscono la gioia di essere italiano e<br />
cristiano. Sorprende, anzi, che di una vicenda così straordinaria si sia finora<br />
parlato e scritto relativamente poco. Francesco Comina che ha scritto il testo<br />
finora più esaustivo (Non giuro a Hitler, san Paolo, Cinisello 2000) al quale<br />
io stesso mi sono appoggiato per la ricostruzione biografica, elenca una serie<br />
di motivi a giustificazione di questo ritardo. La lontananza dell&#8217;Alto Adige dai<br />
centri del dibattito storico-culturale; la diversità linguistica (Josef parlava<br />
e scriveva in tedesco); l&#8217;eccezionalità stessa della testimonianza.&nbsp;<br />
Le due dittature, quella fascista e quella nazista, in Sudtirolo non solo<br />
procurarono come altrove tragedie inenarrabili, in più divisero le coscienze e<br />
i cuori. Ora una testimonianza così limpida come quella di Josef Mayr era un<br />
rimprovero insostenibile per quanti avevano piegato il ginocchio davanti<br />
all&#8217;idolo fascista o nazista. Di qui la necessità dell&#8217;attesa per calmare gli<br />
animi, per consentire alla parola e all&#8217;esempio di Josef di irradiare forza di<br />
attrazione ma anche energia di pace e di unione. Questa sembra peraltro la<br />
strada scelta anche dalla Chiesa che solo ora, a distanza di più di 50 anni dal<br />
sacrificio del giovane dirigente di Azione Cattolica, ha accelerato l&#8217;iter per<br />
proporre Josef Mayr alla venerazione dei fedeli .</p>
<p></p>
<p>1. La vita<br />
Josef Mayr nacque il 27 dicembre 1910, a Bolzano, all&#8217;epoca un piccolo centro<br />
del Tirolo austroungarico. I genitori erano dei viticultori e da alcune<br />
generazioni abitavano nel maso, una sorta di grande casa colonica che ospitava<br />
l&#8217;intera famiglia. Josef è il quarto di 7 figli. L&#8217;operosa vita della famiglia<br />
viene tuttavia interrotta dalla guerra. Nel 1915 il padre, arruolato<br />
nell&#8217;esercito austroungarico, muore di colera. L&#8217;onere di sostenere l&#8217;intera<br />
famiglia viene allora a gravare interamente sulla mamma. A 7 anni Josef inizia a<br />
frequentare la scuola elementare. E&#8217; un ragazzo tranquillo e metodico, che<br />
riesce soprattutto nell&#8217;aritmetica e nelle scienze. La mamma, di conseguenza, lo<br />
iscrive alla scuola media con indirizzo commerciale. Parallelamente Josef<br />
frequenta i gruppi giovanili dell&#8217;Azione Cattolica. All&#8217;epoca l&#8217;AC era ai suoi<br />
inizi, ricevette tuttavia un grande impulso da Pio XI. Per il papa di Desio l&#8217;AC<br />
doveva permettere ai laici di partecipare alla vita della Chiesa, nello stesso<br />
tempo doveva aiutare i cattolici a mettere in pratica gli insegnamenti del<br />
Vangelo in campo sociale, che la gerarchia esplicitava nella Dottrina sociale di<br />
cui all&#8217;epoca tanto si parlava.<br />
A Bolzano, peraltro, l&#8217;assistente dell&#8217;Azione Cattolica è don Josef Ferrari, un<br />
sacerdote amato e rispettato. Seguendo le sue indicazioni, Josef partecipa<br />
assiduamente alla vita liturgica, frequenta gli esercizi spirituali, ma è<br />
attento anche ai bisogni dei più poveri. Nell&#8217;azione cattolica egli scopre<br />
allora il gusto dell&#8217;amicizia, della solidarietà e dell&#8217;aiuto reciproco, la<br />
bellezza di ritrovarsi insieme per pregare, discutere e progettare la vita della<br />
regione e del paese. Josef, però, deve anche pensare alle esigenze della<br />
famiglia. Già a 18 anni si impiega come contabile presso una ditta tessile dove<br />
resta 3 anni durante i quali dimostra serietà e dedizione al lavoro. Nel 1931<br />
giunge il tempo del servizio militare: Josef è arruolato nell&#8217;esercito italiano<br />
e inviato dapprima in Piemonte, poi in Sardegna. Congedato dopo 18 mesi,<br />
riprende il suo lavoro e conosce una giovane donna di nome Hildegard Straub. Con<br />
la ragazza si ritrovano anche alle riunioni dei giovani di AC. Qui Josef è<br />
sempre più stimato al punto che nel 1934 viene nominato presidente. Da<br />
Presidente dei giovani di AC, Josef si impegna a sviluppare nei suoi colleghi<br />
una coscienza critica nei confronti delle due dittature, fascista e nazista, che<br />
si contendevano non solo la terra ma anche il cuore e la coscienza dei<br />
sudtirolesi. Scrive Josef Mayr: &#8220;&#8221;Leader&#8221;, ecco la parola<br />
vincente di oggi, lo slogan che elettrizza le masse. Ci tocca oggi assistere a<br />
un culto del leader che rasenta l&#8217;idolatria&#8221; . Vigilante nello spirito,<br />
Josef è ugualmente attento alle esigenze concrete delle persone. Caritas<br />
Christi urget nos, la carità di Cristo ci interpella e ci sospinge egli ripete<br />
a se stesso e a Hildegard verso la quale prova sentimenti crescenti di affetto e<br />
di condivisione. Su suggerimento dell&#8217;assistente diocesano don Josef Ferrari<br />
legge le opere di Federico Ozanam il professore della Sorbona, studioso di<br />
Dante, che aveva trovato il tempo di fondare la san Vincenzo per essere vicino<br />
ai poveri e bisognosi. Ispirandosi al suo esempio e al suo insegnamento egli<br />
dichiara ai suoi amici: &#8220;ogni laico cattolico dovrebbe agire come il buon<br />
samaritano soccorrendo il bisognoso che alza il braccio in segno di aiuto<br />
nell&#8217;angolo più nascosto della città&#8221; .<br />
In breve Josef viene notato anche alla san Vincenzo e nel 1937 diventa<br />
presidente della Conferenza ai Piani di Bolzano.<br />
Nel frattempo il Sudtirolo vive momenti di crescente difficoltà. Da una parte<br />
il regime fascista già da anni sta portando avanti una campagna di crescente<br />
italianizzazione. I sudtirolesi di lingua tedesca vengono marginalizzati, la<br />
loro cultura è negletta come la loro lingua. Dall&#8217;altra vi è il pericolo<br />
ancora più grave che viene dalla Germania hitleriana che tenta i cittadini di<br />
lingua tedesca con il sogno chimerico della Grande Germania. Poi i due regimi si<br />
mettono d&#8217;accordo. Le delegazioni di Italia e Germania si incontrano a Berlino<br />
il 23 giugno del 1939 nella sede del comando generale delle SS. Ecco quanto<br />
viene deciso: i cittadini germanici ed ex austriaci abitanti in Sudtirolo sono<br />
invitati a rientrare nel Reich, gli altri che preferiscono rimanere nelle loro<br />
terre sono assimilati alla lingua e alla cultura italiana. Josef fa parte della<br />
minoranza di lingua tedesca (circa il 20%) che vuole restare e nello stesso<br />
tempo conservare la lingua e la cultura tedesca. Nelle riunioni all&#8217;Azione<br />
Cattolica e alla san Vincenzo egli ha potuto discutere a lungo l&#8217;argomento e si<br />
è formata la convinzione che le promesse di Hitler sono una chimera. Sostenuto<br />
da don Ferrari, egli esorta i concittadini a non aderire all&#8217;opzione<br />
filogermanica. Ma la sua voce è flebile di fronte alla propaganda nazista. Del<br />
resto i pochi che l&#8217;ascoltano, i Dableiber, vengono etichettati come Walsch,<br />
italianacci, e sono derisi, coperti di sputi e bastonati. Al momento i vincitori<br />
sono gli optanti per la Germania. Ma Josef non si arrende. A Hildegard e ai<br />
pochi giovani di AC che sono rimasti fedeli egli ripete: &#8220;Dare<br />
testimonianza oggi è la nostra unica arma efficace&#8221;. Sono i primi anni<br />
della guerra quando la Germania sembrava vincere su ogni fronte Josef, intanto,<br />
ha superato i 30 anni e così l&#8217;armata Hildegard. E&#8217; tempo, dunque, di sposarsi.<br />
Il matrimonio viene celebrato all&#8217;inizio di maggio del 1942 e nonostante, la<br />
preoccupazione della guerra i due giovani sono felici. Come scrive Josef in una<br />
delle poche sue lettere a noi giunte il loro era &#8220;un amore profondo e<br />
autentico&#8221;. L&#8217;anno successivo, il 1943, nasce Albert cui Josef, come ogni<br />
buon papà, è teneramente affezionato. Nel frattempo gli eventi precipitano.<br />
L&#8217;8 settembre 1943 l&#8217;Italia denuncia l&#8217;accordo con la Germania e si arrende agli<br />
Alleati. Il Sudtirolo e Bolzano sono particolarmente esposti in tutta la<br />
regione, il clima si fa teso: c&#8217;è odio, vendetta, accanimento. Nel frattempo le<br />
vicende della guerra sono profondamente mutate: la macchina da guerra tedesca<br />
che solamente due anni prima sembrava invincibile ora fatica sempre più a<br />
resistere sui tanti fronti che ha aperto. Hitler ha bisogno disperato di uomini<br />
e li va a cercare dappertutto. Nel 1944, contro ogni legge internazionale e<br />
contro gli accordi stabiliti con l&#8217;Italia, Josef Mayr riceve la cartolina di<br />
precetto. I tedeschi non sentono ragione. Dal canto suo Josef fin dal primo<br />
momento decide di rimanere fedele alla sua scelta, di rifiutare il giuramento al<br />
dittatore. La macchina burocratica si è intanto messa in moto. La recluta Mayr<br />
viene destinata a Koenitz nella Prussia occidentale. Qui, all&#8217;inizio di ottobre,<br />
dopo un sommario addestramento, tutto è pronto per il giuramento, per<br />
promettere in nome di Dio di combattere per Hitler e i suoi ideali. Ma può un<br />
cristiano pronunciare un simile giuramento alla cui origine vi è una volontà<br />
di odio e di violenza? Josef Mayr ha a lungo riflettuto sull&#8217;argomento. Nella<br />
sua coscienza già mille volte ha risposto con un franco no alla domanda. Giunto<br />
il momento, egli non si fa cogliere impreparato, si alza in piedi e di fronte ai<br />
commilitoni sorpresi e impauriti dice tutto d&#8217;un fiato: &#8220;Signor maresciallo<br />
maggiore io non posso giurare ad Adolf Hitler in nome di Dio perché sono un<br />
credente cristiano, un cattolico, un uomo di fede…&#8221;. Il sottufficiale<br />
nazista ne aveva viste tante, ma probabilmente non aveva mai incontrato un uomo<br />
come Josef. Chiede spiegazione, vuol sapere se qualcun altro approva o sostiene<br />
quella posizione. Nello stanzone della caserma il silenzio è impressionante.<br />
Nessuno ha il coraggio di pronunciare una parola. Il sottufficiale chiede a<br />
Josef di metter per iscritto i motivi del suo rifiuto. L&#8217;uomo che non ha voluto<br />
giurare scrive ed attende. Verso sera i nazisti si riprendono dalla sorpresa.<br />
Josef viene arrestato, sulla sua sorte si pronuncerà il tribunale militare.<br />
Nella sua nuova veste di prigioniero, il contabile italiano appare più sereno.<br />
Egli ha obbedito alla sua coscienza, ha agito come richiedeva la sua fede e<br />
quella dell&#8217;amata moglie, sa di avere Dio dalla sua parte. I nazisti, invece,<br />
stentano a riprendersi. Come può esistere un ariano che non crede nel mito<br />
della superiorità della sua razza? Prima di abbatterlo, bisogna convincerlo<br />
della grandezza e sublimità dell&#8217;ideale nazista. Nel gennaio 1945 Josef viene<br />
di conseguenza condannato per &#8220;disfattismo&#8221;, ma non viene messo a<br />
morte immediatamente come la legge consentirebbe, bensì destinato al campo di<br />
concentramento. La vista della desolazione e dell&#8217;umiliazione lo farà ritornare<br />
sulla sua decisione. Josef, invece, è più che mai fermo; nell&#8217;isolamento della<br />
sua cella può pensare ai suoi santi protettori, a san Tommaso, san Francesco,<br />
san Tommaso Moro come lui rinchiuso nella torre di Londra per non essersi<br />
sottomesso alla volontà tiranna di un sovrano ingiusto.<br />
Il treno dei condannati parte ai primi di febbraio del 1945. Sono diretti a<br />
Buchenwald, al centro della Turingia, in Germania. Qui ha sede uno dei<br />
misteriosi campi di cui Josef aveva sentito parlare di nascosto, non tanto per<br />
timore di essere scoperto, quanto per esorcizzare una realtà che incute<br />
terrore. Josef ora è lì ed è ancora fortunato, non è accompagnato al campo<br />
piccolo riservato agli ebrei, bensì al campo grande, quello più pulito e più<br />
calmo, riservato ai prigionieri politici e agli oppositori dei nazisti. Del<br />
resto la sua presenza a Buchenwald sarà breve, la sua meta definitiva è Dachau<br />
al sud nei pressi di Monaco di Baviera. Verso la metà di febbraio del 1945<br />
Josef è nuovamente su un treno. Ha freddo e fame, ma ha ancora la forza di<br />
leggere il suo messale, per recitare una preghiera e trarre conforto da un brano<br />
del Vangelo. Col passare delle ore, tuttavia, la sua condizione si aggrava:<br />
prova violenti dolori all&#8217;addome, la bronchite gli impedisce di respirare. I<br />
compagni cercano di alleviare la sua sofferenza sollevandolo e aiutandolo,<br />
perfino l&#8217;incaricato dei prigionieri, la SS Fritz Habicher è preoccupato. E ad<br />
un certo punto sembra avvenire il miracolo: Habicher dà ordine di fermare il<br />
treno, Josef viene accompagnato all&#8217;ospedale militare per essere visitato e<br />
curato. Il medico dell&#8217;ospedale, tuttavia, è ben più esperto di Habicher, egli<br />
sa della sorte in ogni caso riservata a Josef, non vale la pena di preoccuparsi<br />
di quel traditore. Senza neppure visitarlo, ordina ai soldati di ritornare al<br />
treno con il loro prigioniero. La sorte di Josef è così decisa. Ritornato<br />
stremato al treno, non ha nemmeno la forza di recitare una preghiera. Chiede<br />
allora a un compagno di leggere per lui un brano del Vangelo. Mentre il compagno<br />
legge, intorno si fa silenzio. Tutti tacciono per rispetto verso l&#8217;incredibile<br />
testimonianza e dirittura morale di Josef. In questo silenzio partecipe avviene<br />
il trapasso dell&#8217;italiano di lingua tedesca che non aveva voluto giurare ad<br />
Hitler. Le guardie lo trovano esanime il mattino presto. Stringe tra le mani il<br />
Vangelo, il messale ed un rosario. Per un attimo perfino la ferocia nazista<br />
entra in crisi. Dichiarerà la guardia Habicher: &#8220;In quel momento capimmo<br />
che non poteva essere un traditore&#8221;. E miracolosamente il corpo di Josef<br />
non finisce al crematorio o in una fosse comune. Viene anzi sepolto con una<br />
cerimonia militare e religiosa officiata dal parroco di Erlangen Andreas<br />
Kleiner. Questi dichiarerà più tardi: &#8220;Mi meravigliai che il presidio<br />
avesse dato il permesso di seppellire suo marito con gli onori militari e non<br />
come un criminale. All&#8217;epoca l&#8217;atmosfera non era per niente buona a<br />
Erlangen&#8221; . Contemporaneamente la notizia viene notificata alla moglie<br />
Hildegard. Ella in fondo si aspettava quel telegramma, ma il dolore non è meno<br />
intenso. Ella ha ancora nel cuore quanto il marito Le aveva scritto alcuni mesi<br />
prima nel novembre del 1944:<br />
&#8220;Amatissima Hildegard, ciò che mi ha particolarmente riempito di gioia<br />
nella tua lettera è quanto scrivi sul nostro amore. Sì, era veramente il primo<br />
amore, profondo e autentico! E siccome ti conosco e so che cosa ci unisce più<br />
intimamente e in primo luogo, sono convinto che questo amore reggerà anche alla<br />
dura prova rappresentata dal passo impostomi dalla mia coscienza&#8221; .<br />
Hildegard comunica poi la notizia all&#8217;assistente di Azione Cattolica don Josef<br />
Ferrari il quale riunisce gli amici per una liturgia funebre. Nell&#8217;occasione<br />
egli dichiara: &#8220;Con lui morì un grande uomo, un cristiano splendido, un<br />
eroe della verità, un confessore della fede. Il suo ornamento era il luminoso<br />
segno di Cristo nella sua anima; con questo era stato segnato dal Signore nel<br />
battesimo&#8221; . Così ci piace ricordare ancora oggi questo cristiano ormai<br />
avviato verso la via dell&#8217;altare. In fondo, come ha dichiarato il figlio Albert,<br />
egli era solo un uomo di coscienza, non apparteneva alle gerarchie politiche ed<br />
ecclesiastiche. Al momento opportuno, però, ritenne suo dovere manifestare<br />
apertamente il suo dissenso contro un potere basato sulla violenza e<br />
un&#8217;ideologia aberrante. Questo gli suggerì la sua coscienza di uomo e di<br />
cristiano. La moglie Hildegard e il figlio Albert, che hanno portato il peso di<br />
questa sua decisione, non hanno mai espresso rimpianto per la sua scelta. Anche<br />
a loro va il pensiero grato dei credenti e della comunità civile.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.testimonideltempo.it/josef-mayr-nusser/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Flavio e Gedeone Corrà</title>
		<link>http://www.testimonideltempo.it/flavio-e-gedeone-corra/</link>
		<comments>http://www.testimonideltempo.it/flavio-e-gedeone-corra/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 09:03:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[Testimoni]]></category>
		<category><![CDATA[Uomini]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.testimonideltempo.it/?p=129</guid>
		<description><![CDATA[1917 - 1945 1920 - 1945 Uniti nella fede e nella sofferenza: due fratelli profondamente cristiani che seppero divenire eroi della lotta partigiana.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><i>UNITI NELLA FEDE E NELLA SOFFERENZA*</i></p>
<p><b><font size="4">FLAVIO E GEDEONE CORRA’</font></b></p>
<p>
<b>FLAVIO CORRA’ – Dati biografici</b></p>
<p>
1917 – Nasce a Salizzole di Verona, in località Val degli Olmi, il 7 di<br />
aprile, Sabato Santo, da Rodolfo, coltivatore e poi mediatore d’affari; e da<br />
Angela Serafini di Salizzole. E’ battezzato il 22 dello stesso mese; quarto,<br />
dopo tre sorelle, gli viene aggiunto il nome di Primo. La madre, molto pia, sarà<br />
la sua prima educatrice di vita cristiana.</p>
<p>1923 – Riceve la S. Cresima a Salizzole, ove frequenta le cinque classi<br />
elementari. Poi si preparerà privatamente per la scuola superiore.&nbsp;</p>
<p>1932 – La famiglia si trasferisce a Isola della Scala; Flavio frequenta la<br />
parrocchia e collabora nell’Azione cattolica. Continua gli studi privati e si<br />
dedica a far ripetizioni per aiutare la famiglia in difficoltà.</p>
<p>1934 – Si iscrive al Liceo scientifico «Angelo Messedaglia» di Verona.<br />
Organizza l’Azione cattolica nella scuola e compie il suo apostolato tra gli<br />
studenti.</p>
<p>1936 – Partecipa alle annuali settimane di studio dell’Azione Cattolica,<br />
conosce i dirigenti diocesani e nazionali e scopre l’apostolato tra i giovani<br />
quale sua missione personale; matura la sua profonda formazione cristiana nei<br />
ritiri spirituali tenuti nella diocesi veronese. Viene proposto da Mons.<br />
Giuseppe Fontana agli incarichi di Presidente parrocchiale e foraniale<br />
dell’Azione Cattolica. Inizia a scrivere i suoi diari di vita intima.</p>
<p>1939 – Viene subito assunto quale docente di matematica nelle Scuole di<br />
Avviamento professionale di Bogara. Si iscrive all’Università di Padova nelle<br />
facoltà di matematica e fisica, che frequenterà fino al 1941; ma non potrà<br />
conseguire la laurea, che avrà «alla memoria» nel 1947. Incontra nel<br />
frattempo Iside Spaziani, impiegata e poi insegnante, con cui si fidanza. Le<br />
numerose lettere conservate attestano il loro percorso esemplare verso il<br />
matrimonio cristiano.</p>
<p>1941 – E’ chiamato al servizio militare, nel corso sottufficiali di Udine e<br />
poi al corso ufficiali di Pavia. Un suo compagno d’armi, dirigente<br />
dell’Azione cattolica di Alessandria, attesta la sua costante fedeltà a una<br />
vita cristiana fervente di preghiera e di azione tra i soldati in caserma, nelle<br />
parrocchie che poteva frequentare e con gli universitari delle città. Segue<br />
come può, ancora, i suoi studi universitari.</p>
<p>1943 – Dopo i fatti del 25 luglio (deposizione di Mussolini) viene mandato al<br />
fronte a S. Maria Capua Vetere; tornerà il 19 settembre, sfuggendo ai controlli<br />
tedeschi, a seguito dell’armistizio dell’8 settembre.&nbsp;</p>
<p>1944 – Rimane tra i renitenti per l’intero anno. Viene affiliato alla<br />
Missione Militare RYE dal comandante Carlo Peduccio, e partecipa al Comitato di<br />
Liberazione Nazionale di Isola della Scala. Il 28 gennaio, durante un feroce<br />
bombardamento in paese, che colpiì anche l’ospedale e fece 32 morti, fu tra i<br />
soccorritori e organizzò l’assistenza ai senza tetto. La notte del 22<br />
novembre viene arrestato con tutti gli altri componenti il Comitato.</p>
<p>1945 – Dopo interrogatori, maltrattamenti e torture da parte della polizia<br />
tedesca e delle brigate nere fasciste, durante i quali dimostra la massima<br />
resistenza, viene portato nel campo di Bolzano. Qui ha la grazia di assistere<br />
alla conversione di Gracco Spaziani, capo del C.L.N. e padre della sua stessa<br />
fidanzata. Il 18 gennaio con altri 420 detenuti è trasferito nel campo di<br />
sterminio di Flossenburg segnato col n. KZ (Konzentrations Lager) 34.565.<br />
Sopravvive pochi mesi: il duro lavoro, le sevizie, la denutrizione lo sfibrano.<br />
Fino all’ultimo aiuta e assiste i suoi compagni di sventura.<br />
Il 18 marzo muore il fratello Gedeone con cui aveva condiviso l’intera sua<br />
esistenza. Non resiste al dolore, il 1 aprile 1945, giorno della Pasqua, termina<br />
l’esistenza nella sua baracca.<br />
I suoi stessi compagni, esterrefatti, sono costretti a portarlo verso il forno<br />
crematorio, dove sono finiti più di altri centomila detenuti.&nbsp;</p>
<p></p>
<p>Testimonianze di sacerdoti e conoscenti attestano la sua profonda fede, lo<br />
spirito di preghiera e di sacrificio e il suo fervente apostolato in ogni<br />
momento e ambiente di vita.&nbsp;</p>
<p>
<b>GEDEONE CORRA’ – Dati biografici&nbsp;</b></p>
<p>
1920 – Nasce il 18 settembre, a Salizzole, in Corte degli Olmi, dove la<br />
famiglia abita, da Rodolfo, piccolo coltivatore e mediatore d’affari e da<br />
Angela Serafini, casalinga. E’ il quinto figlio di sei, di tre anni minore di<br />
Flavio. Viene battezzato da Don Pietro Nadali, un prete- maestro, il 29 dello<br />
stesso mese.</p>
<p>1926 – Inizia la frequenza alle elementari, che proseguirà per sei anni,<br />
ripetendo volontariamente la quinta; percorrendo i tre chilometri dalla casa al<br />
paese.</p>
<p>1930 – Riceve la Cresima a Isola della Scala, dove la famiglia si trasferirà<br />
nel 1932.</p>
<p>1933 – Si iscrive alla Scuola di Avviamento professionale: terminato il<br />
triennio e preparato dal fratello supera l’esame di ammissione al Liceo.</p>
<p>1936 – Si iscrive al Liceo scientifico Messedaglia di Verona, dove già<br />
frequentava il fratello Flavio. Si distingue per la particolare intelligenza e<br />
l’impegno e partecipa col fratello all’azione di apostolato tra gli<br />
studenti. Nel frattempo assolve ad incarichi nell’Azione Cattolica, di<br />
Delegato Aspiranti e poi Juniores e di Vicepresidente nella parrocchia e nella<br />
Vicaria.</p>
<p>1942 – Superata brillantemente la maturità, si impiega presso l’Ufficio del<br />
Registro di Isola della Scala. Diviene intanto studente universitario della<br />
facoltà di matematica e fisica all’Università di Bologna, ma dovrà<br />
interrompere la frequenza a causa degli eventi bellici nel 1944; avrà il<br />
riconoscimento della laurea «honoris causa», alla memoria, nell’anno 1946.</p>
<p>1943 – Debole di costituzione fisica, era stato fatto rivedibile alla prima<br />
visita militare, ma successivamente dichiarato abile ai servizi sedentari.<br />
Nel frattempo organizzava il catechismo in parrocchia e si dedicava alla<br />
formazione dei giovani nell’Azione cattolica. In quell’anno sta per trovare<br />
la compagna della sua vita, ma dopo un certo travaglio dovuto alle incertezze di<br />
lei, vi rinuncia. Dopo l’8 settembre 1943 verrà richiamato dalla sorta<br />
Repubblica di Salò; rimarrà renitente alla leva e sarà costretto a svolgere<br />
vita da sbandato.</p>
<p>1944 – Si farà vedere in paese, assieme al fratello, in occasione del<br />
bombardamento del 28 gennaio 1944 per il soccorso ai feriti e agli scampati.<br />
Quasi subito aderisce assieme al fratello alla Resistenza partigiana, dapprima<br />
come informatore della Missione Militare R.Y.E. e poi nel battaglione Lupo.<br />
Prende parte ad un corso di sabotaggio. Verrà arrestato assieme a tutti gli<br />
altri componenti il Comitato di Liberazione Nazionale di Isola della Scala, la<br />
notte del 22 novembre 1944, mentre si trovava nella corte Campagnol di Salizzole.</p>
<p>1945 – Subisce interrogatori e maltrattamenti da parte della Polizia tedesca,<br />
delle Brigate nere e viene tradotto al Comando delle SS di Verona. Poi è<br />
trasferito al Campo di Bolzano.<br />
Il 18 gennaio sarà, assieme al fratello, traslocato a Flossenburg, campo di<br />
eliminazione nazista, in cui la sopravvivenza di un individuo è calcolata sui<br />
due mesi. Viene assegnato al blocco n. 10 tra gli internati politici, addetti ai<br />
lavori pesanti, segnato da un triangolo rosso con la I (Italia) e il numero KZ (KonzentrationsLager)<br />
34.566.</p>
<p>Resisterà fino alla metà di marzo. Incapace di reggersi in piedi è trascinato<br />
nei lavatoi e abbandonato a se stesso; poi nell’infermeria dove, senza cure e<br />
senza cibo, si spegne il 18 di marzo, la domenica di Passione.</p>
<p>
<b>La resistenza</b></p>
<p>
Tornato a Isola il 19.9.43, a seguito dell’armistizio dell’8 settembre,<br />
Flavio fuggì alla cattura delle forze germaniche che stavano occupando<br />
militarmente l’Italia, mentre il governo riparava a Brindisi. Ai bandi<br />
tedeschi di reclutamento e, in seguito, anche a quelli della nuova istituita<br />
Repubblica di Salò non risposero né lui, né il fratello e sparirono dal<br />
paese.<br />
Ovunque per le corti contadine erano rifugiati degli sbandati, ex militari,<br />
prigionieri alleati fuggiti, renitenti, profughi dalle città bombardate. In<br />
casa della fidanzata di Flavio, Iside Spaziani, i Corrà si facevano vedere di<br />
sfuggita, ora l’uno ora l’altro:«com’è possibile, ripetevano, da<br />
cristiani mettersi al servizio con i razzisti tedeschi o con i fascisti<br />
italiani?».</p>
<p>L’11 gennaio del ’44 durante un’ora di religione alle magistrali mons.<br />
Chiot annuncia, con viso ancora sconvolto, che il mattino stesso aveva assistito<br />
alla fucilazione dei fascisti ribelli, Ciano compreso.&nbsp;<br />
Il 28, dopo un tremendo bombardamento su Verona, la sera verso le 10 il paese fu<br />
illuminato a giorno e bombe incendiarie caddero su messo paese, ospedale<br />
compreso. Flavio che era in Isola, rifugiato nel campanile, fu tra i primi ad<br />
accorrere sul luogo della strage. Gedeone si trovava a Salizzole e vi arrivò in<br />
bicicletta, attraversando i campi tra case in fiamme. Si conteranno 32 morti.<br />
Nei giorni successivi si diedero da fare per organizzare, con gli amici della S.<br />
Vincenzo e l’Abate Fontana in testa, l’assistenza ai sinistrati e ai senza<br />
tetto. All’Università di Padova il rettore Concetto Marchesi si era dimesso<br />
ed era anche lui sparito sotto falso nome lasciando agli studenti un messaggio:<br />
è questa l’ora dell’azione. Né Flavio né Gedeone pensarono più agli<br />
studi, anch’essi convinti che quello era, se mai, il momento di agire. E così<br />
fecero.<br />
Il 1 dicembre ’43 Carlo Perucci, capitano assegnato allo Stato Maggiore<br />
italiano di Brindisi, conosciuto a Verona come ex Presidente diocesano dell’A.C.,<br />
già costretto dai fascisti ad esulare, s’era fatto sbarcare con altri sulle<br />
foci del Po. Ha l’ordine di costituire una missione militare al di qua del<br />
fronte con compiti d’informazione e di organizzazione: la Missione prende il<br />
nome di R.Y.E. (sigla codificata per indicare il Servizio di Intelligenza<br />
Militare italiana o SIM operante nel Veronese) ed è formata di tre uomini; ma<br />
il marconista della RYE, con altre due Missioni al completo, cade subito in mano<br />
tedesca.<br />
Perucci dopo pochi giorni riesce a rifugiarsi a Isola della Scala e rimane<br />
nascosto nella canonica della frazione Caselle, presso don Giovanni Zane. Passa<br />
per campanaro – sacrista ma intanto riesce a prendere contatti a Verona e in<br />
altri luoghi e, appena ricevuta una nuova ricetrasmittente, non prima di aprile,<br />
la installa sul campanile. Sia Flavio che Gedeone, conosciuti dai tempi della<br />
militanza di Azione cattolica, vengono da lui ingaggiati come informatori.<br />
Tramite Elio Bonamini di Verona intanto anche un altro isolano, per altre vie,<br />
adempiva a compiti partigiani. E’ il tenente Agostino Barbieri, tornato un<br />
anno prima dalla Russia e approdato clandestino al suo paese. Aveva già svolto<br />
diverse azioni quando per un’occasione di comune interesse si incontra con i<br />
Corrà. Inizierà una stretta collaborazione tra loro sotto il comando di Bruno<br />
(detto Allievo), braccio destro di Perucci (detto Eugenio o Professore). Viene<br />
formato un raggruppamento militarizzato, il «battaglione Lupo», aderente alla<br />
brigata «Anita» e Barbieri, col nome di Fuoco, ne assume il comando. Tra gli<br />
altri c’erano anche il prof. Tullio Zago e Guido Grisotto, pure di Isola.<br />
Controllano l’intero territorio della pianura sud, le vie di comunicazione<br />
ferroviarie, aeree e stradali, gli spostamenti delle truppe tedesche.<br />
Nella frazione di Tarmassia, nella villa Guarienti a pochi passi dalla canonica,<br />
s’era installata la sede della Polizia investigativa tedesca.<br />
Il parroco don Luigi Cavaliere è in rapporto con la R.Y.E. e deve tenere i<br />
contatti, riesce a farsi dare dagli stessi tedeschi un lasciapassare che lo<br />
favorisce negli spostamenti. Proprio nella sua canonica i capi partigiani<br />
(Barbieri, Flavio, Gedeone, Gigi Schievano, che poi sostituirà Barbieri e lo<br />
stesso Don Luigi) svolgono, con un esperto mandato da Perucci, un corso di<br />
sabotaggio e di uso degli esplosivi e detonatori. Un ufficiale tedesco avvisa:«Troppi<br />
giovani in casa, reverendo». Risponde che giovani che preparavano la sagra del<br />
paese.<br />
Ma altre volte il Maggiore tedesco, parlando con don Cavaliere, avvertì:«Pastore,<br />
tanti partigiani a Isola della Scala, bisogna dare una lezione». Verso la fine<br />
dell’estate i due fratelli trovarono asilo a Fagnano di Trevenzuolo presso la<br />
corte dei cugini Bissoli. Flavio Bissoli, coetaneo e anche lui dell’A.C. ,<br />
dice:«si giustificarono dicendo che avevano bisogno di un luogo tranquillo per<br />
studiare». I familiari però notarono i continui spostamenti e la cautela del<br />
comportamento. Allora i Corrà rivelarono al cugino la reale situazione e lo<br />
invitarono a collaborare. Bissoli afferma anche che Flavio gli fece questo<br />
discorso:«Noi cattolici ci dobbiamo impegnare nella Resistenza, altrimenti<br />
finita la guerra resteremo tagliati fuori… Emilia e Toscana aderiranno al<br />
comunismo, la Lombardia al socialismo, almeno noi veneti dobbiamo sostenere i «popolari»<br />
di don Sturzo.<br />
Il gruppo isolano della Resistenza, tramite i Corrà, Barbieri e don Cavaliere,<br />
stava organizzando la fuga verso la montagna di una ventina di soldati francesi<br />
con armi e tutto, ma un gruppo di essi viene arrestato a Vigasio e un altro non<br />
riesce a partire dalla corte di Gabbia: -qualcuno, dice Barbieri, aveva parlato.</p>
<p>La notte del 22 novembre 1944, proprio mentre stavano preparandosi per spostarsi<br />
in luogo più sicuro, avviene il loro arresto, da parte delle «brigate nere»<br />
fasciste nella casa degli zii a Campagnol di Salizzole dov’erano rifugiati. Un<br />
testimone narra di un vano tentativo di fuga da parte di Flavio da una finestra<br />
dietro la casa; Zita afferma che Gedeone, lasciato per qualche istante senza<br />
sorveglianza, rinunciò a fuggire per timore di rappresaglie verso i familiari.<br />
Riferendosi a quel periodo Barbieri attesta:«Flavio e Gedeone, i più sereni, i<br />
più generosi di tutti noi. Nella loro adamantina fede cristiana trovavano la<br />
forza e il coraggio per affrontare ogni genere di prove. Agirono senza riserve,<br />
senza chiedere mai nulla superando le difficoltà, non fermandosi davanti ai<br />
pericoli. Non una parola uscì da loro malgrado le sevizie patite».<br />
E don Luigi Cavaliere:«Quella fede che avevano nel cuore l’avevano anche<br />
sulla bocca e, in tutto il loro modo di agire, erano cristiani completi. Una<br />
serenità superiore e una fede purissima. So questo: che si sono messi nel<br />
movimento partigiano non per odio di nessuno ma per dimostrare che anche i<br />
cattolici sanno fare la Resistenza, anche a costo della vita. Erano di modello a<br />
tutti».</p>
<p>
<b>ISIDE SPAZIANI<br />
Un fidanzamento all’insegna della purezza e della spiritualità</b></p>
<p>
Iside Spaziani nasce il 2 gennaio 1917 a Correzzo (allora comune, oggi frazione<br />
di Gazzo Veronese), seconda di quattro sorelle e del fratello minore Fabio. Fin<br />
da piccola mostrò la sua indole tranquilla e riservata, ma non per questo amava<br />
la solitudine. Stava anzi volentieri in compagnia, specie con le sorelle, e la<br />
mamma non aveva mai motivo di sgridarla, anche perché cercava sempre di<br />
aiutarla nelle faccende domestiche, manifestando fin da allora il suo senso<br />
dell’ordine e dell’obbedienza, e anche la sua particolare devozione<br />
religiosa: quando la sera recitavano le preghiere, lei preferiva inginocchiarsi<br />
accanto al letto, mentre le sorelle sceglievano posizioni meno scomode.<br />
Frequentò l’asilo infantile a Casteldario e finì le elementari a Isola della<br />
Scala nel 1928. Qui frequentò tre anni di scuole complementari. Dopo, per un<br />
anno, si recò da una sarta (moglie di un maestro elementare) a imparare il<br />
cucito e nel frattempo si preparò privatamente, assieme alla sorella Laura,<br />
all’esame di ammissione alle magistrali. Ortensia, altra sorella insegnante,<br />
dava loro lezioni di latino e in otto mesi intensi riuscirono a studiare tutto<br />
il programma previsto(1932).<br />
Si iscrisse quindi all’Istituto Magistrale annesso al Collegio Filippini<br />
(1933), recuperando l’anno perduto e andando incontro a un forte esaurimento<br />
favorito anche dalle condizioni di povertà dell’Istituto, dove il vitto era<br />
scarso e d’inverno il riscaldamento quasi inesistente. In quel periodo dovette<br />
sottoporsi a una cura intensiva, a causa degli stenti aveva anche perso i<br />
capelli (1937/1938).</p>
<p>Prima di entrare nella scuola come maestra elementare fu assunta<br />
provvisoriamente, nel maggio del 1940, dal Comune di Isola della Scala come<br />
impiegata, quando era podestà Giuseppe Polettini. Vi rimase fino al 1947,<br />
svolgendo il suo lavoro nell’ufficio ragioneria (con il segretario Daniele<br />
Cristofoli) con competenza e distinguendosi fin dai primi mesi per essera «piena<br />
di buona volontà, attiva, diligente», come si legge nella suq qualifica.<br />
Fu quindi insegnante elementare (dal 1948) prima nella frazione Vò di Isola<br />
della Scala, dove insegnò per 14 anni recandosi al lavoro in bicicletta e<br />
qualche volta a piedi, poi nel capoluogo fino alla pensione. In tutta la sua<br />
carriera non ha quasi mai compiuto assenze. Era una maestra molto scrupolosa e<br />
piuttosto «tirata» nei voti, a differenza della sorella Ortensia, pure lei<br />
maestra a Vò, che invece largheggiava… Sapeva imporre la disciplina senza mai<br />
alzare la voce. La sua profonda religiosità fu manifestata fin da piccola. Aderì<br />
ben presto all’Azione Cattolica, a cui rimase iscritta fino agli ultimi anni.<br />
Si recava tutti i giorni a Messa e lo fece finchè la salute glielo permise,<br />
accompagnando con la Comunione questo quotidiano appuntamento col Signore.<br />
Faceva parte anche del terz’ordine francescano, alle cui riunioni partecipava<br />
con regolarità. Religiosa, dunque, ma non bigotta, anzi talvolta arrivava a<br />
formulare qualche perplessità o qualche garbata critica nel confronti di scelte<br />
o comportamenti delle istituzioni ecclesiastiche, specialmente quando entravano<br />
nel merito della politica italiana.<br />
Negli anni della giovinezza conobbe Flavio Corrà. Il loro fu un fidanzamento<br />
all’insegna della purezza e della spiritualità, tanto che talvolta la sorella<br />
Nelda, con la spontaneità che le veniva dalla giovane età e da una maggiore<br />
concretezza di carattere, li prendeva bonariamente in giro per quel certo<br />
ascetismo che doveva trasparire dal loro rapporto.<br />
Si frequentavano sulla porta di casa o in famiglia assieme agli altri, senza mai<br />
rimanere soli. Una volta Laura e Nelda trovarono una cartolina o una lettera di<br />
Flavio a Iside e furono colpite dalle ultime parole:«Ti saluto nel Signore».<br />
Fu vista piangere per la prima volta al momento dell’arresto dei due fratelli<br />
Corrà e poi alla notizia della loro morte e di quella del papà, Gracco, capo<br />
del C.N.L. di Isola della Scala, anch’egli deportato e poi perito nel lager di<br />
Mauthausen. Ma anche in quelle tragiche occasioni seppe esprimere un dolore<br />
composto e controllato.<br />
Insegnò per vent’anni dottrina cristiana il giovedì e la domenica durante le<br />
funzioni pomeridiane, sempre impegnata a prepararsi, sia per la scuola che per<br />
la dottrina.<br />
Non mancò nella sua vita l’impegno politico: fu iscritta per molti anni alla<br />
Democrazia Cristiana, frequentando assiduamente le riunioni di sezione e non<br />
risparmiando talvolta, anche qui, perplessità e critiche. Inoltre fu per dieci<br />
anni, dal 1969 al 1979, membro supplente nella giunta comunale, rispettivamente<br />
durante l’amministrazione Saltarelli dal dicembre 1960 al gennaio 1965 e<br />
durante l’amministrazione Filippi dal gennaio 1965 al settembre 1970.<br />
Non parlava mai di sé, né del suo passato, tantomeno delle vicende tragiche<br />
che avevano segnato la sua giovinezza. Nonostante fosse piuttosto taciturna<br />
amava stare in compagnia e aveva uno spiccato senso dell’umorismo, tratto, del<br />
resto, comune a tutta la sua famiglia.<br />
Era profondamente onesta, molto generosa e caritatevole, ma di una carità<br />
discreta e riservata. Visse fino agli ultimi anni con la sorella Ortensia.<br />
Andavano d’accordo nonostante la diversità talora stridente dei caratteri.<br />
Ortensia più aperta, intraprendente e con un diverso concetto dell’ordine<br />
domestico, dovuto al desiderio di conservare ogni più piccolo ricordo o anche<br />
solo ogni oggetto che le ptesse tornare utile, come le bustine del thè, su cui<br />
annotava titoli di libri o brevi messaggi per i nipoti o per qualcuno altro<br />
della famiglia. Iside, al contrario, tendeva a eliminare tutto ciò che potesse<br />
sembrarle superfluo o comunque non essenziale. Le loro rispettive camere da<br />
letto erano lo specchio dei loro differenti caratteri.<br />
Aveva un forte senso della puntualità e degli orari che scandivano la sua<br />
giornata. L’unica sera in cui poteva andare a letto dopo le undici era<br />
l’ultimo dell’anno, quando poteva arrivare fino a qualche minuto dopo la<br />
mezzanotte per potersi scambiare gli auguri con la sorella e con qualche parente<br />
o amica presenti. Amava molto le passeggiate che si concedeva quando le era<br />
possibile, per periodi di tempo sempre brevi, preferendo le vie un po’ più<br />
lontane dal centro del paese.</p>
<p>La sua villeggiatura consisteva nel trascorrere una settimana a Villa Persico di<br />
Affi, dove la contessa proprietaria aveva messo la villa a disposizione di<br />
un’associazione di insegnanti cattoliche che vi tenevano gli esercizi<br />
spirituali.<br />
Gli ultimi anni prima della malattia li dedicò in gran parte ad assistere la<br />
sorella, sempre più bisognosa di aiuto, tanto che dovette rinunciare anche a<br />
quell’unica settimana di svago. Ma fu lei a lasciare per prima questo mondo.<br />
Nel 1989 si manifestarono i primi sintomi della rara malattia (una forma di<br />
artrite) che l’ha fatta soffrire per tre anni, privandola in buona parte anche<br />
della vista e rendendole quindi assai difficile condurre una vita normale. Si<br />
spense il 18 maggio 1992, all’età di 75 anni. Se ne andò, per così dire, un<br />
punta di piedi, com’era suo costume, quasi chiedendo scusa per il disturbo che<br />
arrecava. Molti fra quelli che la conobbero commentarono:«E’ morta una santa».</p>
<p>
<i>Appunti di riflessione sui fratelli Corrà</i><br />
<b>di Mons. Renzo Bonetti- CEI – Ufficio Famiglia<br />
</b></p>
<p>
Il primo impatto con i manoscritti di Flavio e Gedeone Corrà è indubbiamente<br />
anacronistico se rapportato alla mentalità corrente, la facile e conseguente<br />
conclusione che si tratti di «cose d’altri tempi» rischia di condizionare<br />
inevitabilmente la comprensione del messaggio cristiano in esso contenuto.<br />
Inoltre, l’irrequietezza interiore e l’insistente richiamo a valori quali la<br />
purezza e la castità può apparire a tratti stridente e forzato (un quasi<br />
fanatismo).</p>
<p>Si pone quindi la domanda: siamo di fronte ad una forma di moralismo puramente<br />
esteriore o si tratta di una adesione di fede che si esprime con toni e formule<br />
per noi, oramai, inusuali ma dettati dal riconoscimento di ciò che è il vero<br />
bene per la persona umana?<br />
Ciò che in un primo memento appare come datato e frutto di una visione puritana<br />
della relazione uomo – donna non è forse mosso dal bisogno di una<br />
comprensione umana e spirituale dell’essere maschile e femminile<br />
corrispondente alla verità originaria della persona umana?<br />
La vera disponibilità a trovare una risposta apre per ciò stesso ad una<br />
comprensione libera da congetture culturali e pregiudizi precostituiti.<br />
E’ così che anche le espressioni più lontane alla nostra immediata<br />
comprensione e il ripetuto tema della purezza diventano spunti di riflessione,<br />
valori che esprimono la delicatezza d’animo e la seria, quasi drammatica, a<br />
tratti, comprensione del senso profondo di vocazione.<br />
Gli alti ideali umani e spirituali che segnano indelebilmente la vita dei<br />
giovani protagonisti e la loro costanza nel realizzarli contrassegnano una<br />
esperienza di vocazione che non solo oltrepassa i termini storico – culturali,<br />
ma si fa quasi grido capace di scuotere, nella sua radicalità evangelica,<br />
l’animo umano.<br />
L’ideale di amore che essi perseguono appare immediatamente esigente di una<br />
coerenza di fede e di vita che quotidianamente si confronta con la fragilità<br />
umana, con le fatiche e le paure ma anche con l’entusiasmo, lo slancio e<br />
l’affidamento quasi fanciullesco per cui i cuori semplici e puri sono chiamati<br />
beati.<br />
La virtù della castità (così come la vive in particolare modo Flavio), è<br />
vissuta in tutta la sua valenza pedagogica di crescita nella padronanza di sé e<br />
orientata al dono di sé. La stessa esperienza del sacrificio personale, fondata<br />
sull’aver colto il valore della vita e sostenuta dalla preghiera, è matura<br />
fino ad identificarsi con quella più radicale del martirio.</p>
<p>
L’ideale di matrimonio cui entrambi aspirano – come cammino alla santità<br />
– eleva l’esperienza dell’innamoramento, propria del periodo del<br />
fidanzamento, alle sue espressioni più alte, richiamando al tempo stesso le più<br />
profonde esigenze evangeliche che ogni battezzato è chiamato a vivere.&nbsp;</p>
<p>Il tempo del fidanzamento, definito esplicitamente da Flavio come «noviziato»,<br />
si connota come tempo di grazia, ove l’amore è colto nella sua dimensione<br />
sacramentale. Così l’Eucaristia vissuta come fonte della loro vita cristiana<br />
sostiene una coerenza interiore tra il discernimento e la scelta del conseguente<br />
stato di vita.<br />
Dal loro impegno pastorale e sociale si coglie la consapevole laboriosità per<br />
la «costruzione del regno di Dio», il senso proprio del «già e non ancora»<br />
che è dato di pregustare all’uomo di fede.</p>
<p>
Le intuizioni circa il fidanzamento come noviziato, il matrimonio inteso come<br />
magnum sacramentum e come via alla santità, la comunione spirituale a distanza<br />
tra fidanzati, la presenza costante della preghiera e del sacramento<br />
dell’Eucaristia, il senso di fiducioso abbandono alla volontà di Dio fino al<br />
dono estremo della vita fanno di questi giovani testimoni, credibili per i<br />
giovani d’oggi, stimolo di riflessione e richiamo per una vita pregna di senso<br />
e di significato alla luce di ideali e traguardi certamente alti ma possibili.<br />
Questi giovani del secolo scorso trovano attualità nelle parole che Giovanni<br />
Paolo II ha rivolto ai giovani del terzo millennio durante il loro Giubileo:«E’<br />
Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di<br />
grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire<br />
dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per<br />
migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna».</p>
<p>
In un tempo, qual è il nostro, di spensierato relativismo e di stili di vita<br />
impostati all’insegna di una frammentazione programmata e di uno sfrenato<br />
consumo di tutto, anche dell’uso della sessualità, il messaggio che questi<br />
giovani sono – e non solo offrono -, richiama alla verità della persona<br />
umana. Accogliamoli come dono e compito da proporre ai nostri giovani,<br />
bisognosi, oggi più che mai, di riferimenti veri e credibili</p>
<p>
* Testimoni del tempo ringrazia sentitamente L’Associazione Amici dei Fratelli<br />
Corrà e, in particolar modo, il Prof. Vittorino Stanzial per la gentilezza con<br />
cui hanno acconsentito alla pubblicazione in rete dei testi qui riportati.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.testimonideltempo.it/flavio-e-gedeone-corra/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Don Giuseppe Rossi</title>
		<link>http://www.testimonideltempo.it/don-giuseppe-rossi/</link>
		<comments>http://www.testimonideltempo.it/don-giuseppe-rossi/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 09:02:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[Testimoni]]></category>
		<category><![CDATA[Uomini]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.testimonideltempo.it/?p=127</guid>
		<description><![CDATA[1912 - 1945 Giovane prete, parroco alla sua prima esperienza pastorale in Ossola, pagò con la vita la scelta di non abbandonare il proprio gregge nonostante la persecuzione nazi - fascista. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Dorino Tuniz</p>
<p>
Don Giuseppe Rossi fu un giovane prete, parroco alla sua prima esperienza pastorale in un piccolo paese della valle Anzasca, in Ossola, che si trovò ad esercitare il suo ministero e ad essere testimone della carità nel difficile periodo della lotta di resistenza al nazifascismo dopo l&#8217;8 settembre 1943.<br />
È una figura  ancora oggi particolarmente ricordata e amata nelle comunità della valle in cui testimoniò con la vita. Anche la Chiesa, a quasi sessant&#8217;anni dal suo sacrificio, ha da qualche tempo iniziato l&#8217; iter    per proporlo alla venerazione dei fedeli.</p>
<p>
Giuseppe Rossi nacque il 3 novembre 1912 a Varallo Pombia, un piccolo centro sulla sponda  piemontese del Ticino, in provincia di Novara, da una famiglia di assai modeste condizioni economiche. Il padre non aveva un lavoro fisso, ma svolgeva  discontinue occupazioni stagionali come minatore o manovale, in Alsazia o nella galleria del Sempione. Una famiglia dal tenore di vita povero, ma ancorata a solidi principi religiosi e a precisi doveri di dedizione familiare e di rettitudine sociale. Il ragazzo crebbe nell&#8217;ambiente del piccolo paese, frequentandone la scuola elementare e partecipando con assiduità alla vita e alle attività dell&#8217;oratorio e della parrocchia.<br />
Nel 1925, per interessamento del parroco, entrò in seminario, una decisione che, pur gravando molto sul modesto bilancio della famiglia, fu accolta dai genitori con gioia, anzi con un certo orgoglio. Tredici anni di studio e di formazione nei seminari diocesani, prima ad Arona, poi a Novara,  trascorsi senza difficoltà e positivi per le vicende scolastiche, in una vita comunitaria di convinzione vissuta e di pietà praticata, anche se senza particolari stimoli culturali, come era del resto proprio dell&#8217;ambiente seminaristico  novarese nella prima metà del secolo XX.<br />
Il 29 giugno 1937  don Giuseppe Rossi ricevette l&#8217;ordinazione sacerdotale dalle mani del vescovo di Novara, mons. Giuseppe Castelli. Nell&#8217;immaginetta ricordo della prima messa scrisse le parole di san Paolo: &#8220;Darò quanto ho, anzi darò tutto me stesso per le vostre anime&#8221;. Il 30 ottobre dell&#8217;anno successivo fu nominato parroco di Castiglione Ossola, piccolo centro della valle Anzasca,  ai piedi del massiccio del monte Rosa, non lontano da Macugnaga. La popolazione, circa 500 abitanti sparsi nelle otto frazioni disseminate a grappolo sul versante della montagna, viveva quasi esclusivamente di agricoltura, molto povera, basata sulla  lavorazione boschiva e sulla pastorizia. Qualche provvidenziale benessere economico veniva procurato dall&#8217;emigrazione stagionale in città italiane e all&#8217;estero e dalla possibilità, per alcuni, di andare giornalmente a lavorare nelle fabbriche del fondovalle.  Ad accentuare le scarse possibilità di aggregazione  sociale e culturale si aggiungeva la necessità  di abbandonare periodic	amente il paese per salire agli alpeggi, in occasione del pascolo stagionale del bestiame. In tale contesto non fu facile per don Giuseppe proporre innovazioni pastorali. Egli si adoperò comunque, a lungo e con tenacia, per rendere più attenta e attiva la Conferenza di  S. Vincenzo, per organizzare qualche forma di Azione cattolica  e  sensibilizzare i fedeli all&#8217;apostolato evangelico con la partecipazione alle Opere pontificie missionarie. Di quegli anni del suo ministero resta un quaderno-diario, che egli intitolò Oasi dello spirito.  Sono brevi pagine nelle quali sono raccolti scritti e appunti vari, assieme a note intime e riflessioni personali, dalle quali emerge la realtà autentica di questo umile parroco di montagna, che volle vivere sulle orme dell&#8217;Apostolo Paolo, da lui assunto a modello e protettore.<br />
Il primo approccio con la comunità parrocchiale non fu né facile né comodo per il giovane sacerdote inesperto dell&#8217;ambiente  montano e che proveniva da un paese con popolazione e usi molto diversi. In breve tempo, comunque,  riuscì a raggiungere un buon affiatamento con i suoi parrocchiani, che gli dimostrarono sempre affettuosa comprensione e simpatia.<br />
Un anno dopo il suo arrivo a Castiglione  aveva inizio la seconda guerra mondiale. Nel giugno del 1940, con l&#8217;entrata in guerra dell&#8217;Italia il conflitto, che fino ad allora non aveva inciso in modo diretto sulla vita quotidiana di quelle popolazioni montane, costrinse a partire anche uomini e giovani del paese, mettendo in crisi la già precaria economia della valle. Nessuno dei militari lontani di Castiglione che scrivevano al prevosto  rimaneva senza una risposta e una parola di incoraggiamento. Il giovane parroco moltiplicò altresì gli sforzi per venire incontro alle più urgenti necessità economiche, spesso al limite della sopravvivenza, di molte famiglie di suoi parrocchiani.<br />
La situazione divenne decisamente pesante e tragica per le popolazioni dell&#8217;Ossola dopo la firma dell&#8217;armistizio dell&#8217;8 settembre del 1943. Molti giovani, che non volevano prestare servizio militare per il duce e la Repubblica di Salò fuggirono in montagna, andando ad alimentare le formazioni partigiane. Come in gran parte dell&#8217;Ossola e della vicina Valsesia, anche in valle Anzasca si fronteggiavano le formazioni della Resistenza e le forze nazifasciste. In questa valle, poi, l&#8217;emergenza era forse anche più esasperata  che in altre parti del territorio novarese, anche per le divisioni e i contrasti tra le stesse forze resistenziali. Tra le cause di questa situazione vi fu il problema dell&#8217;oro delle miniere di Pestarena, vicino a Macugnaga, al quale pare mirassero le diverse forze in campo.<br />
Don Rossi volle sempre mantenersi su una linea di prudenza e di neutralità, senza parteggiare per gli uni o per gli altri. Preoccupato per il peso di una guerra che sembrava non dovesse mai finire, trovò sempre la forza d&#8217;animo per seguire i fedeli della sua parrocchia, sorreggendoli nelle difficoltà spirituali e materiali del momento, in linea con le  indicazioni e con l&#8217;esempio che venivano dal vescovo, mons. Leone Ossola.<br />
Nelle prime ore di lunedì 26 febbraio 1945 una staffetta motociclista e due autocarri di brigatisti neri del battaglione  Muti si mossero dal presidio di Pieve Vergonte per dirigersi verso l&#8217;alta valle Anzasca a rimpiazzare i  presidi di Macugnaga e di   Pestarena. Questa manovra di trasferimento era però venuta a conoscenza dei servizi d&#8217;informazione partigiani operanti nella valle, e un plotone di &#8220;garibaldini&#8221; fin dal primo mattino si era appostato lungo le rocce che incombevano sulla strada della valle, a sud dell&#8217;abitato di Castiglione. Quando la colonna della brigata nera arrivò sul luogo, proprio mentre la campana della torre della chiesa batteva le ore nove, i partigiani aprirono il fuoco, uccidendo due militi e ferendone una quindicina. Dopo un primo momento di confusione i brigatisti risposero con le armi, mentre gli uomini della Resistenza, secondo le regole della guerriglia, si dileguavano tra le boscaglie dei monti.</p>
<p>La breve e violenta sparatoria aveva però dato l&#8217;allarme, così che iniziava il consueto fuggi fuggi  degli uomini del paese, ancora una volta costretti ad allontanarsi  e a rifugiarsi nei nascondigli degli alpeggi per sottrarsi al pericolo inevitabile della rappresaglia.<br />
Don Rossi dal balcone della casa parrocchiale, da dove  stava osservando lo sviluppo della vicenda, vide  i suoi parrocchiani fuggire. Alcuni di essi, dal basso della strada, lo chiamarono insistentemente perché li seguisse. Ma il prete si rifiutò e decise di rimanere con chi era rimasto in paese.<br />
Molto presto arrivarono  rinforzi di truppe nazifasciste ed ebbe inizio l&#8217;azione di rappresaglia sulla popolazione: fermo di ostaggi, incendio di alcune case,  razzia di generi alimentari. Nel paese si insediò un presidio militare fascista.<br />
Gli ostaggi furono numerosi: almeno 45, tra i quali anche il parroco, prelevato dalla canonica. Furono interrogati per avere informazioni sui gruppi partigiani e soprattutto sul parroco: se  fosse favorevole alla Resistenza e se in chiesa ne avesse parlato. Era evidente che si sospettava che con il suono della campana avesse dato un segnale ai partigiani e che, comunque, in mancanza di ogni altra autorità nel paese, nel prete si volesse colpire duramente tutta la popolazione.<br />
Le ore passarono lente in quella giornata, tra continui interrogatori. Don Rossi, che aveva probabilmente compreso che sarebbe stato lui il capro espiatorio, cercava di rincuorare un po&#8217; tutti. Una donna che fu tra gli ostaggi anni dopo ricordò: &#8220;Alla mia richiesta di darci la benedizione prima di morire, raccomandò a tutti fiducia e calma, dicendo che se fosse servito a salvare la popolazione e il paese si sarebbe volentieri sacrificato lui.  Ci diede l&#8217;impressione che prevedesse la sua fine.&#8221;<br />
Finalmente, verso le 18, gli ostaggi furono liberati, e anche don Rossi, spossato e stravolto, fece ritorno in casa parrocchiale.  Mentre la sorella gli preparava qualcosa da mangiare, il prevosto venne avvertito da alcuni parrocchiani del pericolo che stava correndo. Ma di fronte agli insistenti e concitati inviti a fuggire, la risposta di don Rossi fu pacata e ferma: non sarebbe fuggito, perché la sua fuga avrebbe comportato sicuri rischi di rappresaglia  per la popolazione e il paese: il suo dovere di sacerdote era di restare accanto ai suoi parrocchiani. Anche la sorella lo supplicava di  abbandonare il paese, ma la sua risposta era la stessa: non si sarebbe allontanato, anche se quanto aveva veduto, udito e subito durante la giornata non dava margine ad illusioni.&nbsp;<br />
Alcuni paesani ricordano come, del resto, una tale risoluzione l&#8217;avesse forse già presa da tempo, quando, nel corso di uno dei primi rastrellamenti in paese, si era lasciato indurre a seguire altri e ad abbandonare l&#8217;abitato per salire verso un alpeggio. Scivolato da un balzo di qualche metro e feritosi leggermente, aveva interpretato l&#8217;incidente come un richiamo al preciso dovere del pastore a non abbandonare mai il proprio gregge.<br />
La sera stessa del 26 febbraio, poco dopo essere rientrato in casa, mentre aspettava la cena sentì qualcuno bussare alla porta. Egli stesso si affacciò ad aprire: quattro militi armati senza convenevoli gli intimarono di seguirli per ulteriori informazioni, senza dargli neppure il tempo di infilarsi le scarpe. Indossato il soprabito sopra la talare, non poté far altro che seguirli, credendo di doversi ripresentare al comando del presidio.<br />
Il paese era deserto a causa del coprifuoco e del terrore generale. Il picchetto armato passò davanti alla sede del comando, ma non vi entrò, infilando invece direttamente lo scosceso sentiero che dalla strada principale scende verso il vallone detto dei Colombetti.</p>
<p>Seguì una settimana di pesante incertezza sulla sorte del sacerdote. Solo il 4 marzo, dopo che un milite, a cui il delitto commesso doveva pesare sulla coscienza, ebbe rivelato a una ragazzina del paese che il parroco era stato ucciso, il corpo di don Rossi fu ritrovato nel vallone dei Colombetti, dentro a una fossa che era stato costretto a scavare con le proprie mani. Che cosa fosse accaduto nel profondo anfratto lo si poté dedurre solo dalle ferite che presentava il cadavere: bastonate col calcio del fucile, una pugnalata alla schiena  e il colpo di grazia alla testa sparato a bruciapelo.<br />
Le spoglie di don Giuseppe Rossi, trasportate prima nel paese natale di Varallo Pombia, nel 1991 sono tornate nella parrocchiale di Castiglione, dove è ricordato con le parole che qualche  tempo prima aveva scritto sul suo diario: Non vi è amore più grande di quello di dare la vita per i propri amici.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.testimonideltempo.it/don-giuseppe-rossi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Don Giovanni Bobbio</title>
		<link>http://www.testimonideltempo.it/don-giovanni-bobbio/</link>
		<comments>http://www.testimonideltempo.it/don-giovanni-bobbio/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 09:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[Testimoni]]></category>
		<category><![CDATA[Uomini]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.testimonideltempo.it/?p=124</guid>
		<description><![CDATA[1914 - 1945. Parroco a Valletti di Varese Ligure, perse la sua vita accanto ai partigiani della Divisione Coduri per mano dei nazifascisti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="3">di <b>don Sandro Lagomarsini</b></font><b></b></p>
<p>
<b>Giovanni Battista Bobbio</b> nasce a <b>Bologna il 3 luglio 1914</b>. Entra<br />
nel seminario di Chiavari il 23 novembre 1934, dopo aver frequentato il ginnasio<br />
e il liceo nel Seminario Vescovile di Bedonia (Piacenza). A Bedonia respira<br />
l’insegnamento di <b>don Giovanni Agazzi </b>e del <b>Vescovo Giovanni<br />
Scalabrini. </b>A Chiavari avverte l’influenza lasciata da <b>Sant’Antonio Maria<br />
Gianelli</b>, che fu Arciprete di San Giovanni Battista e primo Prefetto degli<br />
Studi del Seminario nel periodo 1827 – 1839, prima della nascita della diocesi<br />
chiavarese. Il Vescovo Amedeo Casabona ordina prete don Bobbio il 24 ottobre<br />
1938. Il 14 febbraio 1939 don Bobbio arriva a <b>Valletti di Varese Ligure</b>,<br />
la piccola parrocchia di montagna che il vescovo gli ha affidato. A Valletti<br />
egli trova qualche incomprensione, dovuta soprattutto al clima di diffidenze e<br />
prevaricazioni creato dal fascismo e poi dalla entrata in guerra dell’Italia,<br />
ma, con l’aiuto di alcuni benefattori, riesce a mandare avanti fino alla fine<br />
del 1941 i lavori di restauro della chiesa parrocchiale. Dopo l’8 settembre<br />
1943, un nutrito gruppo di giovani sale da Chiavari sulla montagna, per<br />
costituire nuclei di resistenza. Don Bobbio ha già rapporti di amicizia con<br />
alcuni di loro e segue con simpatia la loro scelta. Nasce così la <b>Divisione<br />
Coduri</b>. Ingrossata dall’arrivo degli operai di Sestri Levante, datasi<br />
un’organizzazione comunista, la Coduri pone la sua base operativa nei boschi che<br />
sovrastano l’abitato di Valletti. Don Bobbio sente il dovere di considerare quel<br />
gruppo di giovani come la sua seconda parrocchia. La popolazione di Valletti,<br />
come tutte le popolazioni contadine, non ha né l’abitudine mentale né<br />
possibilità concrete di resistenza attiva. E’ capace, ancora nel 1943, di<br />
giocare d’astuzia per non farsi portare via le campane a scopi bellici, ma sente<br />
tutto il pericolo costituito dalla vicinanza della Divisione partigiana e<br />
diffida un po’ del suo prete giudicato troppo schierato. In realtà, don Bobbio<br />
fa una scelta diversa da quella di altri preti del vicariato, che militano in<br />
modo esplicito con giovani di altre bande partigiane. Egli, nell’attesa di un<br />
completo superamento della parentesi fascista, intende lavorare per ottenere uno<br />
statuto di non belligeranza tra i giovani partigiani e quelli che la Repubblica<br />
di Salò ha chiamato a far parte delle sue Brigate. Una di queste, la <b></p>
<p>Monterosa</b>, tiene un reggimento a pochi chilometri dalla parrocchia di<br />
Valletti. Ai primi di ottobre del 1944, in un incontro che i rappresentanti<br />
delle formazioni partigiane hanno con gli ufficiali della Monterosa e col loro<br />
Comandante, il <b>Colonnello Clerici</b>, don Bobbio sostiene con forza la causa<br />
della non belligeranza. Non si ottengono risultati immediati, ma don Bobbio sale<br />
più volte a quel comando, nella speranza di trovare una formula comune che<br />
umanizzi la lotta e porti a un avvicinamento della parti. Tra il 29 e il 30<br />
novembre 1944, alcuni reparti tedeschi, assieme ad un reggimento della Monterosa<br />
di stanza nella valle del Taro, conducono una grossa operazione contro i gruppi<br />
partigiani legati alla Coduri. Il reggimento italiano è comandato dal <b><br />
capitano Malingher</b>, che ha perduto un occhio in uno scontro con la Coduri ed<br />
è intenzionato a vendicarsi. In località Gattara, in un attacco a sorpresa,<br />
vengono uccisi nove partigiani, mentre ventisei vengono fatti prigionieri. Una<br />
compagnia tedesca, giunta a Valletti, fucila un pover’uomo nella cui casa sono<br />
stati trovati frammenti di arma da guerra, ma non tocca il parroco. Don Bobbio,<br />
il mattino del 30 dicembre, si occupa delle salme di due partigiani uccisi nel<br />
bosco sotto la chiesa e, nonostante i consigli pressanti di due confratelli,<br />
rifiuta di fuggire. Egli è convinto di non aver oltrepassato i confini della sua<br />
missione religiosa nella assistenza ai giovani della Divisione Coduri e pensa<br />
che i suoi buoni rapporti con il Comandante Clerici lo rendano sicuro da<br />
qualunque tipo di rappresaglia. Verso le ore 12 dello stesso giorno don Bobbio<br />
viene arrestao in canonica, alla presenza della madre. Il capitano Malingher lo<br />
apostrofa: «Lei è un traditore! ». Verso il tramonto una compagnia di alpini<br />
scorta don Bobbio, febbricitante. A piedi scendono verso il Vara, risalgono il<br />
territorio di Comuneglia e si dirigono a Cassego dopo aver attraversato la valle<br />
di Scagliana. Alla Costa di Cassego la compagnia si ferma. Sta nevicando. Don<br />
Bobbio viene legato a un palo della luce, mentre i soldati vanno, a turno, a<br />
scaldarsi in una casa vicina. Risalito il monte di Pollano, arrivano a Santa<br />
Maria del Taro. Don Bobbio è accompagnato in una casa privata. La padrona di<br />
casa, vincendo l’opposizione di un soldato tedesco, lo fa stare nella cucina<br />
riscaldata e riesce anche a fargli bere del latte caldo. Vani sono i tentativi<br />
di alcuni preti e delle autorità civili del luogo di farlo liberare. Il 31<br />
dicembre, assieme agli altri prigionieri fatti dagli alpini nell’azione di<br />
Valletti, don Bobbio viene portato in autocarro fino a Chiavari. Durante il<br />
viaggio, nonostante la grande debolezza causata dalla febbre, fa coraggio a<br />
qualche prigioniero che si lamenta della sua sorte. Intervenendo con decisione<br />
presso la scorta, riesce a fare viaggiare slegata una ragazza prigioniera che si<br />
è sentita male. A un altro prigioniero, che a Borgonuovo reagisce bestemmiando<br />
agli insulti e agli sputi di due donne sostenitrici dei repubblichini, dice:<br />
«Non bestemmiare Dio. Tu non sai quanto in questo momento ti sia vicino e quanto<br />
tu abbia bisogno di lui. Pregalo che ti salvi ». <br />
Nel carcere di Chiavari non viene sottoposto ad una istruttoria né ad un<br />
processo (la Monterosa gestisce un tribunale divisionale). Si teme,<br />
probabilmente, che la testimonianza degli ufficiali da lui avvicinati possa<br />
salvarlo. Non riceve la visita di un prete né assistenza spirituale prima<br />
dell’inevitabile esecuzione.<br />
Alle 8 del mattino del 3 gennaio 1945 gli alpini prelevano don Giovanni Bobbio<br />
dal carcere. Avvolto nel suo mantello è accompagnato al poligono di tiro. Si<br />
dirige spontaneamente al centro del terrapieno, precedendo i due alpini di<br />
scorta e si volta verso il plotone schierato. L’ufficiale che lo comanda gli si<br />
avvicina e gli chiede se vuole ancora un minuto per pregare. Risponde: <b>«Io<br />
sono a posto con la mia coscienza. Pregherò per voi».</b> Prima che la scarica<br />
lo uccida, benedice quei soldati, ignari come tutti del perché di quella morte e<br />
si raccomanda loro: «Risparmiate il volto perché mia madre mi possa ancora<br />
riconoscere e baciarmi sulla fronte».</p>
<p>La scuola media inferiore di Varese Ligure è stata intitolata a don Giovanni<br />
Bobbio.</p>
<p>
A Chiavari, nei giardini pubblici della piazza che si trova davanti alla<br />
cattedrale, è stato collocato un monumento con busto bronzeo di don Giovanni<br />
Bobbio che benedice i suoi uccisori.</p>
<p>
A Valletti si trovano due lapidi dedicate a lui dedicate. La prima, sull’esterno<br />
dell’abside della chiesa parrocchiale, ha il seguente testo.</p>
<p>
<b><font size="2">DON GIOVANNI BOBBIO<br />
1914 – 1945<br />
LA MAMMA I FRATELLI<br />
LA PARROCCHIA I COLLEGHI GLI AMICI</p>
<p>COMMOSSI E REVERENTI<br />
POSERO</font></b></p>
<p>La seconda, posta su una parete della antica casa canonica, dice:</p>
<p><b>50˚ ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE.<br />
IN MEMORIA DI<br />
DON GIOVANNI BOBBIO<br />
PASTORE DELLA PARROCCHIA DI VALLETTI,<br />
MARTIRE DELLA RESISTENZA</p>
<p>CHE TESTIMONIO’<br />
L’AMORE E IL PERDONO DI DIO<br />
AI SUOI PARROCCHIANI<br />
AI PARTIGIANI DELLA DIVISIONE CODURI<br />
E AI SUOI UCCISORI</b></p>
<p><b>I PARTIGIANI DELLA DIV. CODURI</b></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.testimonideltempo.it/don-giovanni-bobbio/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Alfonso Paltrinieri</title>
		<link>http://www.testimonideltempo.it/alfonso-paltrinieri/</link>
		<comments>http://www.testimonideltempo.it/alfonso-paltrinieri/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 08:58:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[Testimoni]]></category>
		<category><![CDATA[Uomini]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.testimonideltempo.it/?p=122</guid>
		<description><![CDATA[1894 - 1944. Non un politico, ma un cristiano che offrì riparo a un paracadutista inglese durate la guerra e che pagò con la vita il suo gesto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Perdona nel nome del Signore»</p>
<p>ALFONSO ED ERNESTO PALTRINIERI</p>
<p>di Elio Guerriero</p>
<p>
Alfonso Paltrinieri (Rosario Santa Fè 1894 – Modena 22 febbraio 1944) non era un eroe pronto a combattere per onore o per altra causa. Era un commerciante, un padre di famiglia (aveva 5 figli), un buon cristiano che ha lasciato un esempio cristallino che merita di essere ricordato.<br />
Era nato in Argentina da genitori italiani i quali, messa da parte una modesta fortuna, erano ritornati in patria ed avevano acquistato una proprietà a san Felice sul Panaro. Qui Alfonso ha dato avvio a un caseificio che consente a lui, alla moglie, Ines Gallini, e ai 5 figli di vivere piuttosto agiatamente. Ma già da alcuni anni c’è la guerra voluta dal governo fascista e da alcuni mesi la situazione si è aggravata per la lacerazione della guerra civile. La fattoria di Ponte Bonate già così discosta  e operosa si trova al centro di un via vai sospetto. Vi si soffermano i militari e gli altri evasi dal campo di isola della Scala nel Veronese per ottenere aiuto e informazione sulla via che li porta verso il sud liberato.</p>
<p>Alfonso Paltrinieri non è un politico, ma un cristiano sì. Dà cibo, riparo, informazioni. Di solito i fuggitivi proseguono rapidamente, ma un giorno arriva paracadutista inglese seriamente ferito. I Paltrinieri lo accolgono, lo curano, lo nutrono. La presenza dello straniero, tuttavia, viene notata e la famiglia Paltrinieri viene arrestata in massa. Dapprima Alfonso, Ernesto e le figlie Lorenza ed Ermelina, in un secondo tempo la signora Ines che dà il cambio alle due ragazze che vengono rilasciate. A casa resta solo la mamma ultraottantenne con le figlie più piccole.<br />
A questo punto la vicenda personale dei Paltrinieri entra nella storia della resistenza. Dopo l’8 settembre il paese è diviso in due: ai tedeschi e ai repubblichini si oppongono gli uomini della resistenza che sognano un paese libero. Rivelatesi vane le minacce e le sanzioni, decidono di dare un esempio che serva di monito almeno per gli incerti. Alfonso Paltrinieri abbastanza conosciuto nei dintorni è scelto insieme con Arturo Anderlini, un noto antifascista di Modena. Presa la scelta, viene preparato in gran fretta un processo farsa celebrato nella notte fra il 21 e il 22 febbraio 1944 da un Tribunale militare straordinario di guerra. La sentenza è stata già emessa, al punto che la sera erano state ordinate le casse da morte per i due imputati, si vuole solo una parvenza di giustizia. A nulla valgono le eccezioni della difesa. Nelle prime ore del mattino viene reso pubblico quel che i giurati già sapevano. Alfonso Paltrinieri è condannato a morte, la moglie Ines Gallini a 24 anni di reclusione. Ernesto, il figlio maggiore di Alfonso, esce inopinatamente dal processo. All’atto di preparare i documenti, un giovane fascista già compagno di scuola di Ernesto, ha avuto prontezza di spirito. Agli atti Ernesto figura come un ragazzo di 10 anni e non come un ventenne. Nella fretta frenetica di quella notte nessuno si preoccupò di verificare. Mentre il tribunale si accinge a giudicare Anderlini, Alfonso incontra il cappellano don Giuseppe Piombini: è eccitato, poi si calma, prega, si confessa e si comunica, scrive delle lettere alla moglie, alla madre, ai figli. Concede il perdono ed esorta tutti al perdono. Poi, con l’aiuto del cappellano, riesce ad incontrare per un’ultima volta la moglie e il figlio. Scrive il cappellano: &lt;&lt;Scena straziante, specialmente quando devo annunciare la sentenza di morte al figlio, che non ne sapeva nulla. Poco dopo abbraccio commovente fra madre e figlio. Montano in macchina con me. Altra scena straziante l’incontro del padre, della madre e del figlio. Passiamo insieme una decina di minuti, che non dimenticherò mai più&gt;&gt;.<br />
E’ arrivata, intanto, l’ora dell’esecuzione. La madre viene riaccompagnata al carcere, il figlio viene liberato, il padre è condotto insieme con l’Anderlini al poligono di tiro. Qui, prima di morire, Paltrinieri chiede la parola: &lt;&lt;Perdono a tutti quelli che mi hanno fatto del male ed anche a voi che state per eseguire la sentenza&gt;&gt;. Era a conoscenza Alfonso della simile dichiarazione di san Tommaso Moro? Non lo sapremo mai. Del resto, di lì a qualche minuto la sentenza era stata eseguita.<br />
Colpisce nella vicenda del Paltrinieri la preoccupazione insistita sulla riconciliazione. Egli era certo preoccupato per la sorte della moglie e dei figli e voleva probabilmente proteggerli da ulteriori rappresaglie. Per questo più volte insistette sul fatto che la responsabilità della decisione di soccorrere il soldato inglese era solamente sua fino al punto di affermare, probabilmente mentendo, che aveva dovuto picchiare la moglie per impedirle di cacciarlo via. Ma il gesto che rende ancora oggi luminosa la sua morte è quella insistenza gratuita, inattesa, quasi inspiegabile sul perdono. Mi raccontava un anno fa il figlio Ernesto, farmacista a Cusano in provincia di Milano, di recente scomparso: &lt;&lt;Al momento di salutarci si sfilò l’anello matrimoniale e me lo diede da custodire. Poi aggiunse: “Se verrai a sapere chi ci ha fatto la spia e non gli perdoni, non sei degno di essere mio figlio”. E con buona probabilità noi abbiamo saputo chi era stato a denunziarci. Ma cosa potevo fare? Come venire meno all’impegno preso con mio padre?&gt;&gt;. Il gesto di Alfonso acquista così quasi una forza sacramentale. L’anello, pegno di amore e di fedeltà, diventa sigillo di amore che ha avvicinato i protagonisti all’amore redentivo di Cristo. Alfonso non solo volle perdonare, ma guardava già a una situazione nuova segnata non più dall’odio ma dalla riconciliazione.</p>
<p>Qualche ora prima dell’esecuzione Alfonso Paltrinieri scrisse alla moglie una lettera che è documento di valore civile e di profonda pietà cristiana. Essa merita di essere letta per intero.</p>
<p>&lt;&lt;Modena, 21-2-1944.<br />
Carissima indimenticabile moglie,<br />
in questo momento supremo vissuto insieme mando questo ultimo saluto a Te, che sei stata sempre la ragione della mia vita e che mi hai voluto sempre tanto bene. Perdonami tutti i dolori che ti ho dato durante il corso della nostra unione. Speravo di poterti aiutare ad allevare i nostri cari figli ma un triste destino ci separa improvvisamente per mia sbadataggine. Ti auguro di poter ritornare presto a casa, per continuare la tua missione educatrice.<br />
Perdonami; perdona anche gli altri nel nome del Signore. Ho già dato disposizione ai figli perché abbiano a rendere meno triste la tua esistenza. Prega per me, io pregherò per te dal cielo perché ti possa benedire in terra e ci abbia a ricongiungere un giorno in Paradiso.<br />
Porta con rassegnazione la croce che ti manda ora il Signore. Perdonami ancora; ti abbraccio e ti bacio sempre tuo amatissimo</p>
<p>											Alfonso&gt;&gt;.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.testimonideltempo.it/alfonso-paltrinieri/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
