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	<title>Testimoni del Tempo &#187; Donne</title>
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	<description>Vogliamo salvare dall&#039;oblio il ricordo di uomini e donne che hanno lottato per la giustizia e l&#039;amore nel mondo</description>
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		<title>Marisa Miyakawa</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 15:15:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Al servizio dei poveri]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Testimoni]]></category>

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		<description><![CDATA[1938 - 2003 Appassionata di cultura giapponese, sposa di Hideyuki Miyakawa, donò tutto il suo amore alla famiglia e ai figli, adottati dalle più diverse parti del mondo. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-223" title="marisamiyakawa" src="http://www.testimonideltempo.it/wp-content/uploads/2009/10/marisamiyakawa-300x199.jpg" alt="marisamiyakawa" width="300" height="199" /><span style="font-size: small;"><strong>di Suor Benedetta e </strong><strong> Hideyuki Miyakawa</strong></span><strong><br />
</strong><br />
Maria Luisa (Marisa) Bassano nacque a Torino il 31 luglio 1938.<br />
La famiglia Bassano, di papà Piero e mamma Pina, era una grande famiglia, molto unita, con sette figli: Giovanni, Maria Teresa, Dino, Giorgio, Mario, Marisa e Mariella.</p>
<p>Da piccola Marisa visse in un clima di gioia, umana e spirituale.<br />
Fino all’adolescenza, Marisa ebbe problemi di salute, oltre ad affrontare con difficoltà le malattie infantili, soffriva infatti anche di asma e di allergie, ma le superò grazie all’amore familiare e al suo atteggiamento positivo verso la vita.</p>
<p>Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale tutta la famiglia si era trasferita a Bolzano per seguire il papà che era stato nominato direttore della Lancia di quella città, e là Marisa trascorse l’adolescenza.</p>
<p>Negli anni della scuola media inferiore ebbe come insegnante il professor Ermes Lovera, una persona eccezionale che abituò i suoi allievi ad essere sempre in competizione con se stessi e non con gli altri. Questa persona ebbe una grande influenza sulla formazione e sulla vita di Marisa, e la spronò anche a proseguire gli studi.</p>
<p>Quando il papà fu promosso a un incarico che lo riportò alla sede centrale della Lancia, tutta la famiglia fece ritorno a Torino. Qui Marisa continuò gli studi magistrali fino al diploma, dopo di ché si iscrisse a un corso di specializzazione per l’insegnamento anche ai bambini portatori di handicap, sentendo un profondo interesse verso i problemi sociali. Conseguito il diploma di stato, fu assunta come maestra di una classe di ragazzi autistici. Questa preziosa esperienza influenzò indiscutibilmente Marisa, che capì che la cosa più importante è il saper educare con amore, e all’amore.</p>
<p>Marisa era innamorata della vita.<br />
Durante la giovinezza nasceva in lei la curiosità di conoscere il mondo, voleva vivere internazionalmente ed ebbe poi una sensibilità speciale verso il Terzo Mondo e l’Africa in particolare.</p>
<p>Marisa frequentò ancora un corso estivo di tedesco a Monaco, e fu qui che conobbe un giovane giapponese, attraverso il quale entrò in contatto con la cultura di questo paese, tanto che in lei nacque un profondo interesse verso il Giappone. Finito il corso estivo e tornata a Torino si iscrisse al corso di lingua giapponese che a Torino si teneva al Centro di Cultura Orientale dell&#8217;ISMEO. In quel periodo essa esprimeva spesso il desiderio di recarsi in Giappone:</p>
<p>&#8220;Comunque vorrei andare a studiare in Giappone&#8221;.</p>
<p>Questo sogno di Marisa andava crescendo di pari passo con la sua conoscenza del giapponese. Anche il professor Takehide Yokoo, responsabile di lingua giapponese all’ISMEO e assistente all’Università di Hiroshima, la confermò in questo proposito.<br />
Intanto al salone dell’automobile di Torino del 1960, Marisa incontrò un altro giovane giapponese, Hideyuki Miyakawa, il quale stava facendo il giro del mondo in moto come reporter per conto di una rivista di motori.<br />
La conoscenza con Marisa e Hideyuki fu un colpo di fulmine. I due giovani si incontrarono allora in Giappone dove Marisa si recò poi per un anno. In questo periodo la loro amicizia, sentimento, stima e rispetto reciproco crebbero fino a culminare nel fidanzamento.</p>
<p>Mamma Pina poté verificare la ferma decisione di Marisa di sposare Hideyuki. Le rimaneva nel cuore una grande preoccupazione per la religione. Faticava a comprendere come mai questa sua amata figlia, così profondamente religiosa, volesse condividere la vita con un giovane dell’Estremo Oriente che comunque non professava la religione cattolica.<br />
Mamma Pina, come ricevette la lettera in cui Marisa rivelava i suoi sentimenti, si recò da padre Malagola, un francescano verso cui nutriva una profonda stima, e gli chiese il suo parere.</p>
<p>Egli, rispose: “Marisa ormai è in tutti i sensi una persona adulta; credo che farà le scelte giuste e che si comporterà molto seriamente nelle scelte fatte”. Dopo di che aggiunse queste parole di incoraggiamento: “Avere fiducia in Marisa per Lei è la stessa cosa che avere fiducia nell’educazione che le ha impartito; in altre parole, credere in Sua figlia è credere in se stessa come madre”.</p>
<p>D’altro canto questo giovane giapponese non era del tutto insensibile verso i problemi religiosi. Il discorso su Dio era stato uno degli argomenti più importanti di discussione in tutti i loro incontri. Fin dal primo giorno Hideyuki si chiedeva da dove Marisa prendesse la serenità e la fiducia con la quale affrontava la vita.</p>
<p>Hideyuki poneva tante domande e Marisa rispondeva senza mai scomporsi o arrendersi. Era la sua indole quella di incantare le persone con il suo imperturbabile e dolce sorriso e poi dire schiettamente il suo pensiero, ovunque e con chiunque. Questo suo comportamento affascinava sempre più Hideyuki.</p>
<p>Egli aveva deciso di condividere la vita con Marisa e di approfondire la conoscenza di Dio.</p>
<p>Nel 1961, lo studente giapponese di teologia, Shirieda, informò il rettore del Seminario Salesiano che Hideyuki aveva espresso il desiderio di studiare il Cattolicesimo. Così Franco Nakagaki, un altro studente, ricevette l’incarico di insegnare il Catechismo a Hideyuki: i fondamenti della fede cattolica, la presenza reale di Dio, la vita di Cristo, la Sacra Scrittura, la morale matrimoniale.<br />
Immancabilmente anche Marisa prendeva parte alle lezioni della durata di un’ora e mezza. A volte l’appassionata istruzione del seminarista si protraeva oltre il tempo fissato.</p>
<p>Passarono le feste natalizie e arrivò il nuovo anno. Il corso di catechismo procedeva bene, così nell’Aprile 1962, Hideyuki ricevette il battesimo durante la Veglia Pasquale e gli fu dato il nome di Giuseppe.<br />
Il rito fu celebrato da don Zigiotti, superiore generale dei Salesiani, nella basilica di Maria Ausiliatrice in Valdocco, luogo della memoria di Don Bosco. Durante il rito Marisa teneva alta e accesa la fiaccola del suo amore, come avrebbe poi fatto per tutta la vita a due.</p>
<p>Un mese dopo, Marisa e Hideyuki fondavano la loro sacra famiglia, con la benedizione di tutti, e davano inizio al loro cammino di sposi. Come data di nozze avevano scelto il 5 maggio, giorno di buon augurio perché in Giappone è la festa nazionale dei bambini. Il rito delle nozze fu celebrato dunque il 5 maggio 1962 nella chiesetta dedicata alla Madonna di Fatima, a San Pietro (Torino).<br />
Verso la fine del primo anno di matrimonio nacque il primo figlio:<br />
Mario Yukio, il 19 Aprile 1963.<br />
Poi vennero, in ordine:<br />
Francesco Zenjiro, nel 1964.<br />
Antonio Masayuki, nel 1966.<br />
Maria Shizuko, nel 1968.</p>
<p>Non tutto fu sempre facile nel cammino della giovane coppia italo-giapponese.<br />
Ciascuno dei due sposi era fiero della propria nazionalità e ambedue avevano una grande fiducia nell’altro. Così è sempre stato durante tutta la loro vita a due. Il motto “due culture, doppia possibilità” caratterizzava la vita di questa famiglia numerosa e internazionale, ma ovviamente non mancarono i momenti di crisi familiare.</p>
<p>Nelle sue conversazioni Marisa nominava spesso la “PRO CIVITATE CHRISTIANA”, un’associazione di volontari laici fondata da don Giovanni Rossi, ad Assisi.</p>
<p>Perché non andiamo ad Assisi?</p>
<p>Nel 1967, tutta la famiglia Miyakawa partì per Assisi per partecipare a un convegno nella Cittadella Cristiana, dove aveva sede questa associazione. Il tema del convegno era “il superfluo nella famiglia di oggi” alla luce della Beatitudine Evangelica sui poveri (Mt 5, 3).</p>
<p>La volontaria Dottoressa Dora Ciotta richiamò l’attenzione dei partecipanti all’incontro, verso l’orizzonte del sociale.</p>
<p>L’interrogativo che Marisa e Hideyuki si ponevano era:</p>
<p>“Che cosa significa per noi essere famiglia aperta?”</p>
<p>Forse il preludio del loro essere famiglia aperta si trovava già nella proposta che Marisa aveva fatto a Hideyuki otto anni prima, cioè al momento di loro fidanzamento.</p>
<p>“Mi piacerebbe accogliere e allevare un bambino africano…  Hideyuki che ne pensi?”.</p>
<p>L’adozione di Sara</p>
<p>La signorina dell’ufficio annotò qualche cosa in calce alla loro domanda. Due settimane dopo arrivò loro dal CIAI la fotografia di una graziosa bambina di due anni, nata in Corea il 25 gennaio 1969. Sul petto portava un cartellino su cui era scritto il suo nome: Jung Wol Sook 6970.</p>
<p>Dal momento in cui videro la foto, Wol Sook era già diventata una persona di famiglia. Secondo l’iter voluto dalla legge, l’assistente sociale fece il sopralluogo nella loro casa e la documentazione da loro inoltrata fu sottoposta a tutti i controlli prescritti. Arrivato il sì definitivo, Marisa e Hideyuki si dissero l’un l’altro:<br />
“Cosa ne pensi se noi due andassimo a prenderla a Seul? Mi pare irresponsabile da parte nostra non conoscere il paese dove è nata nostra figlia”. Partirono immediatamente alla volta del Giappone e da lì raggiungessero la Corea.</p>
<p>Nella loro casa di Torino, in via Peano 11, Mario di sette anni, Zenjiro di sei, Antonio di quattro e Shizuko di due, erano in grande attesa della sorellina che arrivava dalla Corea. Wol Sook aveva un volto rilassato ma, come oltrepassò l’ingresso, si irrigidì tenendo gli occhi fissi lontano.</p>
<p>“Bisogna caricare la molla per farla muovere?”</p>
<p>Questo fu il primo saluto di Mario. Fino a sera però la bambina se ne stette immobile. A un certo punto, come se si fosse annoiata di fare la solitaria e vedendo gli altri quattro balzare allegramente nella vasca da bagno, anche lei da sola cominciò a togliersi i vestiti. Quindi si mise ad imitare il fratello grande: si aggrappava all’orlo della vasca e sorrideva. Orbene, il risultato fu perfetto. D’un tratto assunse un’espressione del volto assai differente, si mise a vociare e a ridere, mentre tutta allegra giocava con le bolle di sapone. Poco alla volta, la bambina si sentiva ormai di casa e si abituava ai suoi fratelli e sorelle.</p>
<p>A Natale di quell’anno, ci fu il battesimo amministrato da Padre Malagola. La bimba, che aveva appena compiuto due anni, indossava un bel vestitino bianco. Da quel giorno Jung Wol Sook fu chiamata Sara. Avevano affidato l’ufficio di padrino e madrina alla coppia Conti, loro amici. Sara era stato il nome della saggia moglie di Abramo, il pellegrino santo dell’antico testamento. Sembrò loro che fosse il nome adatto per Jung Wol Sook che, ancora piccolina, aveva attraversato i continenti.</p>
<p>Shizuko e Sara erano sempre assieme. Molti chiedevano se fossero gemelle. Shizuko aveva due anni e mezzo e Sara due anni. Quanto a statura la testolina di Shizuko era di poco più alta.</p>
<p>L’adozione di Nalini</p>
<p>Nalini arrivò dall’India il 15 agosto 1971, festa dell’Assunzione di Maria. Dal CIAI di Milano avevano saputo che era nata a Poona il 15 gennaio 1965, vicino a Bombay; la bambina aveva sei anni e mezzo ed era orfana. A sentire questo racconto Marisa aveva esclamato: “Dobbiamo fare qualcosa per lei”. Perfino Sara, dal carattere duro, cresceva bene e tutti i loro figli collaboravano volentieri all’adozione. Il clima familiare a casa loro era ottimo.</p>
<p>L’ingresso di Davide in famiglia</p>
<p>“C’è un ragazzo di quattordici anni (nato il 18 gennaio 1970), un ottimo ragazzo. Lo volete adottare?” Disse un giorno a Marisa e Hideyuki un’assistente sociale loro amica.<br />
“Un ragazzo di quattordici anni metterebbe sottosopra tutta la casa&#8230;.!” Fu la loro risposta perplessa.<br />
Davide era il nome del ragazzo.<br />
Ormai non era più possibile per Marisa e Hideyuki decidere di una nuova adozione da soli senza parlarne prima con tutta la famiglia. Doveva esserci l’accoglienza da parte di tutti, perché tutti avrebbero dovuto adoperarsi per il bene del nuovo arrivato. Quello stesso giorno, mentre erano a tavola per la cena, parlarono di Davide ai ragazzi.<br />
A Natale del 1984 Davide arrivò nel paese di San Pietro, dove la famiglia si era trasferita da Torino. In casa c’era solo un fratello ad accoglierlo, Zenjiro, che gli fece conoscere tutti gli angoli.<br />
Con l’arrivo di Davide il lavoro a casa Miyakawa aumentò e dal punto di vista dell’educazione parve come se la macchina del tempo fosse tornata indietro di cinque o sei anni. A parte questo l’arrivo di Davide fu per tutti un evento gioioso.</p>
<p>La famiglia dell’Africa</p>
<p>Il tema del convegno di Assisi del 1967 fu “Il superfluo” ed era desunto dalla prima beatitudine dei poveri in spirito proclamata da Gesù nel discorso della montagna. Senza accorgercene finiamo per compiere in continuazione cose senza motivo. Dall’egocentrismo e da tante altre passioni inutili nasce la corsa al superfluo e noi, da tale corsa, molto spesso siamo dominati e condizionati.</p>
<p>Durante il convegno fu letta una lettera che proveniva dallo Zambia, scritta da Suor Tarcisia, una suora Battistina,. Vi si narrava la situazione dello Zambia nell’Africa centrale, poi quella del posto dove suor Tarcisia era missionaria.</p>
<p>Nei pressi della scuola sorgeva il lebbrosario che suor Tarcisia dirigeva insieme con Padre Giuseppe e altri francescani. La lebbra riduce sia la forza fisica che la volontà del paziente, per cui i lebbrosi non possono e non riescono più a lavorare. Ne consegue lo stato di miseria in seguito al quale i bambini vengono allontanati dalle famiglie. Una volta allontanati da casa il papà perde ogni diritto paterno sul bambino. Basta una piccola somma di denaro per garantire al bambino la frequenza alla scuola elementare e poi alle medie inferiori. Per questo suor Tarcisia faceva appello alla comprensione e alla collaborazione delle famiglie italiane.</p>
<p>La corrispondenza di Marisa e Hideyuki con l’Africa ebbe inizio nel 1967 e divenne sempre più intensa. La volontaria Dora Ciotta aveva comunicato per lettera la disponibilità dei convenuti ad Assisi e l’aveva inviata a suor Tarcisia. La lettera di risposta era uno scoppio di gioia e di riconoscenza e comprendeva già anche la lista dei bambini bisognosi di aiuto.<br />
Si era intanto creata una catena di famiglie italiane , tra cui i Miyakawa, disposte ad aiutare i bimbi di Solwezi. Più di un migliaio di bambini fu poi aiutato nel corso del tempo.</p>
<p>Marisa e Hideyuki optarono per i bambini che avevano bisogno di una lunga assistenza. Intendevano infatti realizzare un rapporto di aiuto reciproco tra la loro coppia e le coppie africane.<br />
Fu assegnata loro la coppia di Unchaba Andrea (40 anni) e Bernardetta (39 anni). Da questa coppia erano nati sedici figli, di cui sei erano morti subito dopo la nascita. Papà Andrea era stato colpito dalla lebbra e così non poteva più lavorare. La domanda di suor Tarcisia era che Marisa e Hideyuki aiutassero Donato, il dodicesimo figlio di 12 anni e Adriano, il quattordicesimo di 5 anni. Loro accettarono di aiutare anche un’altra famiglia, la famiglia di Zailos di 10 anni e Albertina, sua sorella appena nata. E l’elenco dei bambini africani adottati a distanza dai Miyakawa e loro amici si sarebbe allungato fino a superare i duecento, e quelle adozioni continuano a tutt’oggi!…</p>
<p>Nel 1969 suor Tarcisia fece un breve ritorno in Italia e portò una montagna di notizie. I suoi racconti infuocati sullo Zambia aumentarono la simpatia dei Miyakawa verso quel paese e fece loro sentire l’Africa più vicina.</p>
<p>“Donato, Adriano, Zailos, tutti stanno bene.<br />
A scuola Donato è il primo della classe: ha i voti più belli”.</p>
<p>Era chiaro, da come parlava, che suor Tarcisia amava questi ragazzi come propri figli e ne aveva grande cura. Nacque allora in Hideyuki e Marisa il desiderio di andare in Zambia, incontrarsi con questi ragazzi e vedere con i propri occhi in quale situazione vivessero.</p>
<p>Nel 1969 decisero di andare in Africa e invitarono anche Dora a partire con loro… Come regalo dal viaggio di due settimane in Africa, portarono a casa il racconto dell’incontro con Donato e i bambini della missione.</p>
<p>Suor Tarcisia aggiornava sempre gli elenchi di bambini bisognosi di aiuto per completare gli studi fino alle superiori.</p>
<p>Nel 1979, finalmente Donato poté venire in Italia per 3 mesi. Aveva diciannove anni e fu ammesso al liceo di Giaveno come studente fuori corso nella stessa classe di Mario. Fu un’esperienza meravigliosa di convivenza con tutta la grande famiglia Miyakawa e dello scambio interculturale. Donato fece esperienza sulla sua pelle delle differenze della vita in Africa e nel continente europeo.</p>
<p>Il gruppo famiglia</p>
<p>Intanto negli anni ’70, con padre Franco Gioannetti, un padre Marista, e dodici coppie della zona di Giaveno e Avigliana (provincia di Torino) si costituiva il “gruppo famiglie”, un gruppo che si radunava periodicamente per discutere e riflettere sul cammino di fede.<br />
Padre Franco propose al “gruppo famiglie” di assumersi una parte del lavoro del CPM “Corso Prematrimoniale”, obbligatorio per le coppie che volevano sposarsi in chiesa.<br />
Il corso prematrimoniale portò frutti superiori alle loro aspettative. Alcune coppie che erano nate beneficiando dei loro corsi, in seguito inviarono lettere di apprezzamento e ringraziamento; altre coppie chiesero di entrare a far parte del gruppo famiglie. L’attenzione verso l’adozione passò poi, attraverso i legami di amicizia, dalla famiglia Miyakawa ad altre famiglie.<br />
In quel periodo padre Franco lanciò la proposta di costituire il Centro Educazione per la Famiglia (CEPAF), un centro di ascolto e di consulenza per qualsiasi problema familiare.</p>
<p>La Bulichella</p>
<p>Nel 1983, con l’intenzione di migliorare la qualità della propria vita con l’apertura agli altri e nel rispetto della natura, la famiglia Miyakawa con altre 3 famiglie, gli Arnofi da Milano, i Genova da Ivrea (To) e i Maurelli da Bari, iniziò l’esperienza della “Bulichella”. Fu acquistato un podere nel Comune di Suvereto (Li), nell’Alta Maremma Toscana. Con un progetto assai ambizioso si voleva trasformare la Bulichella in un’azienda agricola biologica e agrituristica, ma specialmente vivere gioiosamente insieme ed educare i figli aiutandosi reciprocamente. Un altro obiettivo era la condivisione con persone problematiche o che si trovassero in qualche necessità, specialmente i giovani.</p>
<p>Nel 1990, alla famiglia Miyakawa si aggiunse poi una figlia in affido di nome Katiuscia, una ragazza toscana di 15 anni che divenne per Marisa e Hideyuki come la loro ottava figlia.</p>
<p>Negli anni ‘90, Marisa e Hideyuki sentirono la necessità di aprire un centro interculturale per promuovere scambi culturali tra il Giappone e l’Italia, Il centro prendeva il nome “Tavolino Rovesciato” e nell’arco degli anni l’attività del Tavolino influì anche sul territorio.</p>
<p>La Bulichella cresce e matura, gli anni passano e le varie esigenze familiari cambiano. Nel corso del tempo poi le 4 famiglie si ridussero ai soli Miyakawa, ma rimasero tra loro legami di amicizia anche se la convivenza aveva avuto le sue difficoltà.</p>
<p>L’ambiente della Bulichella è sempre stato internazionale; vi hanno soggiornato o lavorato persone provenienti da tutte le parti del mondo.</p>
<p>New Start</p>
<p>Una coppia di amici giapponesi, rimasti colpiti dal tipo di vita e dall’esperienza di Marisa e Hideyuki, chiesero se potevano aiutarli per il problema che in Giappone è conosciuto come “Hikikomori &#8211; Chiudersi in se stessi”. Questo fenomeno colpisce i giovani giapponesi a causa della vita stressante che la società industriale impone loro.<br />
Nel 1993 nacque il progetto “New Start” che consisteva nell’accogliere una o due volte l’anno questi gruppi di ragazzi. Essi condividevano la vita della famiglia Miyakawa e della Bulichella per circa 45 giorni.</p>
<p>In 10 anni alla Bulichella passarono più di 65 giovani giapponesi.</p>
<p>In giapponese il progetto si chiamava “SUDACHI NO TABI” ossia “prendere il volo”, “essere svezzati”.<br />
Ora ognuno di questi ragazzi si è inserito nella vita. Alcuni di essi torneranno alla Bulichella il prossimo settembre (2004) per ringraziare la loro “Mamma Marisa”.</p>
<p>Gli ultimi anni:</p>
<p>Marisa era molto impegnata. Spesso si recava a Torino e in Giappone per seguire altre iniziative e lavori come ad esempio la collaborazione ormai trentennale con il Gruppo Abele di don Ciotti e la sua Casa Editrice.<br />
In Toscana Marisa collaborava con giovani coppie impegnate nel sociale, come ad esempio Cinzia e Lionello, che a Piombino hanno fondato una casa di accoglienza, chiamata “Crocevia dei Popoli”, collegata con la Caritas.</p>
<p>Collaborava anche con la Caritas parrocchiale di Suvereto, partecipava con il marito a uno dei gruppi di Vangelo nati con l’arrivo di un giovane sacerdote della Repubblica Democratica del Congo, don Herman, con il quale Marisa e Hideyuki avevano subito stretto una grande amicizia.</p>
<p>Marisa si interessava anche di Amnesty International. Era in contatto con religiosi e missionari, amici di lunga data, che operano in paesi dove non c’è rispetto per i diritti umani (come Sudan, Corea, Cina, Nigeria …).</p>
<p>Sempre in Toscana Marisa e Hideyuki erano diventati grandi amici di don Sebastiano, un giovane sacerdote colpito da una grave malattia. Con lui erano stati in pellegrinaggio all’isola di Pianosa, in occasione dei loro 40 anni di matrimonio. Quando la malattia di Sebastiano era già molto avanti, i Miyakawa vollero appagare un suo grande desiderio e, accompagnati da Suor Benedetta, lo portarono in pellegrinaggio a Fatima (Portogallo). L’ultimo progetto con Don Sebastiano era il pellegrinaggio in Terra Santa, purtroppo don Sebastiano li lasciò prima di poter intraprendere questo viaggio.<br />
Marisa accompagnò don Sebastiano fino alla fine, serenamente, sapendo, comunque, che la vita continua.</p>
<p>In quel periodo ci fu l’incontro con Suor Benedetta, una suora congolese profuga di guerra che un incidente d’auto aveva lasciato con problemi di salute. Da due anni essa vive alla Bulichella, condividendo la vita quotidiana e diversi progetti come quello della collaborazione con il Carcere di Massa Marittima iniziata da Don Sebastiano.</p>
<p>Nel 2003, come tutti gli anni, per Natale Marisa e Hideyuki andarono a Torino per passare il periodo natalizio con la famiglia, i figli, le nuore e i numerosi nipoti.<br />
Il giorno 24, dopo la cena, tutti insieme come di consuetudine andarono alla Messa di mezzanotte celebrata da don Ciotti. Fu una notte di grande felicità. Poi la mattina di Natale, Marisa fece una brutta caduta alzandosi dal letto. Il giorno 26, festa di Santo Stefano, verso le 20,30 Marisa ci ha lasciato per la Casa del Padre all’età di 65 anni vissuti sempre con un sorriso radioso, una vivacità eccezionale e una gran forza interiore.</p>
<p>Per tutti gli anni della sua vita matrimoniale, pur tenendo sempre rapporti affettuosi con la sua famiglia d’origine, con i parenti e gli amici, Marisa fu costantemente e prima di tutto compagna di vita per Hideyuki Miyakawa e sua insostituibile collaboratrice nel lavoro professionale, senza trascurare il suo ruolo di madre di famiglia (e poi anche di nonna), di figlia e sorella. Seguiva anche, con l’aiuto di valide collaboratrici, la gestione della casa e della cucina per la sua grande famiglia e per i sempre numerosi ospiti.</p>
<p>Anche quando i Miyakawa avevano raggiunto un grande benessere a causa del successo nel lavoro, e capitava loro spesso di frequentare personaggi “importanti”, Marisa continuava a trattare sempre con cordialità e affabilità le persone di condizione modesta. Marisa cercava sempre di rimanere umile e sensibile alle necessità degli altri.</p>
<p>Non si può dimenticare che pur avendo una vita così piena di ruoli e di impegni, Marisa trovava il tempo e il modo di seguire incontri di riflessione biblica e di fermarsi quotidianamente per momenti di preghiera, malgrado il suo fisico provato dall’impegno quotidiano (lei si addormentava spesso pregando in cappella). In particolare, dopo l’arrivo di Suor Benedetta, Marisa aveva sistemato una stanzetta della Bulichella, facendola diventare un luogo di silenzio e di raccoglimento, quasi una piccola cappella, dove lei e la sua grande amica Benedetta, in compagnia a volte anche di Hideyuki, sostavano volentieri in preghiera.</p>
<p>Marisa fu davvero una donna di preghiera, una dimensione alla quale teneva molto. Lei ringraziava il Signore in ogni momento della vita, chiudendo la sua giornata con la recita della “Compieta” e del “Magnificat”.</p>
<p>Marisa, con la sua vivacità, gioia di vivere e di condividere voleva che la Bulichella diventasse un’oasi di pace e di condivisione internazionale, quasi un piccolo paradiso. È stata una donna radiosa, la sua vita rimarrà fonte di insegnamento per tutte le persone che l’hanno conosciuta.</p>
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		<title>Maria Laura Mainetti</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 15:13:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Testimoni]]></category>

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		<description><![CDATA[1939 - 2000. La suora di Chiavenna, figlia della Croce, uccisa in un rituale satanista dalle ragazze che era uscita a aiutare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><span style="font-size: medium;">SUOR MARIA LAURA MAINETTI: UNA MARTIRE  “NORMALE”</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small;">di <strong>MARINA AIROLD</strong>I e </span><strong> <span style="font-size: small;">ELISA MANTOAN</span></strong></p>
<p align="justify">
<em>Uscì di notte, perchè la carità non ha ore</em></p>
<p>Suor Maria Laura Mainetti, uccisa da tre giovani nella notte del 6 giugno del  2000 in Val Chiavenna, è una martire del nostro tempo. Nella sua vita non è  stata un’eroina, se per eroina si intende chi compie gesti clamorosi, ma una  religiosa umile e riservata che si è donata con semplicità ai bisogni degli  altri nella quotidianità di ogni giorno. Lei stessa ha scritto: “Quanta  pazienza! E tu, Gesù, ne hai poca con me?! Non mi sento un eroe&#8230;Sono un  piccolo granellino di sabbia. Tutto ciò che di bello si realizza, con l’azione o  con la collaborazione, é solo merito tuo”.</p>
<p><strong>Teresina Elsa Mainetti</strong>, suo nome di battesimo, nasce il <strong>20 agosto</strong> del <strong>1939</strong> a Colico, una piccola cittadina in provincia di Lecco. Decima  figlia di Stefano Mainetti e Marcellina Gusmeroli, entrambi originari delle  montagne valtellinesi, rimane orfana di madre solamente pochi giorni dopo la sua  nascita.<br />
Teresina cresce serena, accudita prima dalla sorella Romilde di appena dodici  anni e poi dalla seconda moglie del padre, circondata dall’affetto dei fratelli  e delle persone a lei vicine. Una presenza amorevole e costante nella sua  infanzia è quella di un’amica della madre, suor Maria Amelia, Figlia della  Croce, che si preoccupa in modo particolare della sua istruzione, coinvolgendo  una benefattrice per permetterle di proseguire gli studi a Parma, all’Istituto  “Laura Sanvitale” diretto dalle suore del suo stesso ordine. Lì a partire dal  1954 la giovane Teresina frequenta le scuole medie e inizia gli studi  magistrali, che completerà a Roma nel 1960.<br />
La ragazzina cresce timida e riservata, amata dalle sue compagne di classe per  la sua indole generosa e caritatevole. Sempre disponibile e buona verso gli  altri, coltiva nel suo cuore il desiderio di prendere i voti nello stesso ordine  delle sue educatrici, nel 1957 annuncia alla sua famiglia l’intenzione di farsi  suora e nell’agosto dello stesso anno con altre dieci giovani inizia a Roma il  postulato nella Casa Provinciale della Congregazione, dove avviene la sua  formazione iniziale, dedicata a un primo accostamento alla vita religiosa. L’11  febbraio dell’anno successivo, centenario delle apparizioni di Lourdes, Teresina  e le sue compagne vestono l’abito religioso e assumono un nuovo nome, segno  della nuova vita a cui sono chiamate, associandolo a quello di Maria, proprio in  omaggio alla particolare ricorrenza. Teresina adotta il nome di Laura, in  ricordo di una coetanea defunta, unica figlia di una vicina di casa, la signora  Lilia, che le é stata particolarmente vicino. Incomincia così il periodo del  noviziato, in cui le giovani si accostano gradualmente alle regole e alla  spiritualità delle Figlie della Croce.<br />
Questa congregazione, presente a Parma a partire dal 1851, ormai diffusa in  diverse parti del mondo, era nata in Francia nella diocesi di Poitiers nel 1807  per iniziativa di don Andrea Uberto Fournet e Giovanna Elisabetta Bichier des  Ages per dedicarsi “al servizio di Dio e dei poveri, con ogni specie di opere  buone”, e si inseriva nel grande slancio religioso seguito alla bufera  rivoluzionaria, che aveva azzerato la presenza dei consacrati, finiti spesso  sotto i colpi della ghigliottina. Bisogni nuovi e nuove povertà avevano spinto  verso una presenza attiva nella società, con un interesse particolarmente  intenso per l’istruzione femminile, fino ad allora in gran parte trascurata, se  non addirittura ignorata.<br />
Teresina anche durante il noviziato si distingue per la sua “presenza discreta  d’amore”, tanto che le compagne la chiamano scherzosamente “santa Teresina”. Nel  1959 prende i primi voti religiosi a Roma e nel 1960 professa i voti perpetui a  La Puye, in Francia. Nello stesso anno, inoltre, consegue l’abilitazione  magistrale presso l’Istituto “Semeria” di Roma.<br />
Da questo momento ha inizio la sua opera come educatrice, che porterà avanti con  dedizione per tutta la sua vita. Suor Maria Laura opera in diverse scuole  elementari della sua Congregazione, a Vasto, in provincia di Chieti, dal 1960 al  1962; alla scuola “Santa Giovanna Elisabetta” di Roma nel 1962-63 e dal 1969 al  1973, alla “Laura Sanvitale” di Parma dal 1979 al 1984. Tra il 1971 e il 1974  lavora anche con i bambini dell’ENAOLI, orfani di lavoratori.<br />
Infine a Chiavenna, una cittadina lombarda di 7500 abitanti, svolge la maggior  parte delle sue attività. Qui come le altre Figlie della Croce si occupa di  diverse iniziative insegnando nella scuola elementare dell’Immacolata già dal  1963 al 1969 e in seguito, a partire dal 1984 fino alla sua chiusura, per  passare poi alla scuola materna e diventare infine educatrice al pensionato per  studenti dell’Istituto alberghiero. Il suo percorso a Chiavenna, segue  l’evoluzione della presenza delle sua comunità, di cui diventa responsabile nel  1987, costretta a fare scelte dolorose come quella di chiudere le scuole, ma  attenta alle diverse necessità e povertà.<br />
Per questo l’opera di suor Maria Laura non si ferma all’insegnamento, ma si  estende a chiunque abbia bisogno di un sostegno. Sempre disponibile a  “scomodarsi” e a prestare il suo aiuto a chiunque glielo chieda, condivide i  problemi della quotidianità in modo particolare con i poveri e i giovani ed è  sempre vicina alle madri dei suoi allievi, partecipando alle preoccupazioni e  alle gioie della crescita dei figli, per i quali é un costante un punto di  riferimento.<br />
Semplice, umile e sorridente suor Maria Laura vive una straordinaria  disponibilità e cura verso gli altri nella normale vita di ogni giorno,  abbandonandosi alla sequela di Cristo che ritrova nei volti dei suoi bisognosi.  Il suo è un animo missionario, che sente fortemente la missione educativa:  paziente, attenta in modo particolare ai problemi e alle necessità dei ragazzi e  dei giovani, ai quali si dedica con tutte le sue energie, per suscitare in loro  valori umani e cristiani. Per lei sono i poveri di oggi, perchè fragili,  disorientati, plagiati.<br />
Alcune testimonianze la descrivono così: “Seminava sorrisi, spargeva tenerezza e  amore a profusione, ovunque andasse&#8230;questa era la sua felicità: dare e darsi  senza misura”; “Era persino esagerata nel vedere a ogni costo il lato buono  delle persone”; “Non si imponeva in nulla. La sua vita era come un accenno. Se  non eri attenta, non coglievi il suo cuore”; “Faceva il bene in silenzio, senza  dare importanza, così, quasi di sfuggita”;”Suora frontiera: senza chiasso,  nell’umiltà, si portava là dove i poveri, tutti i tipi di poveri, ne avevano  bisogno”; “Il banale quotidiano in mano a lei diventava oro (come per il re Mida),  perchè amava”.<br />
Non a caso alla porta della cappella aveva appeso un cartello: “Entra per  pregare, esci per amare”.<br />
In modo quasi paradossale la sua vicinanza ai giovani e la sua disponibilità  verso i bisogni degli altri la conducono verso una tragica morte. Nella notte  tra il 6 e il <strong>7 giugno </strong>del <strong>2000</strong> si compie infatti l’efferato omicidio di suor Maria Laura, compiuto da Ambra, Milena e Veronica, tre ragazze minorenni, con  l’unico, incredibile movente di offrire un sacrificio al diavolo.<br />
Il piano delle ragazze inizialmente é molto più complesso, in quanto progettano  di profanare una tomba e immolare un bambino, una donna incinta, un prete e una  suora; in seguito la scelta definitiva cadrà solamente sulla suora e come  vittima venne appunto individuata suor Maria Laura. Per attirare la donna in una  trappola, una di loro telefona alla religiosa dicendo di essere stata  violentata, e di essere rimasta incinta. Sentendo che la ragazza vorrebbe  abortire, la suora cerca di convincerla a tenere il bambino, assicurandole  ospitalità nel convento.<br />
Un primo incontro avviene il 3 giugno nel parco “Pratogiano”, ma il  sopraggiungere di una persona contattata da suor Maria Laura manda a monte il  piano delle tre ragazze, che purtroppo riesce invece al secondo tentativo. Con  la stessa scusa, infatti la solita ragazza contatta di nuovo la religiosa  attirandola in piazza Castello, per poi condurla in un posto isolato dove dice  di avere lasciato i propri bagagli per seguirla in convento. In questo frangente  entrano in gioco le altre due ragazze che recitano la parte delle amiche che  appoggiano la proposta della suora. Appena si trovano da sole, senza il pericolo  di essere viste da qualcuno, le tre giovani compiono il loro folle rito  infliggendole diciotto coltellate, sei a testa perché il “666” è il numero di  Satana Durante l’esecuzione suor Maria Laura assume una posizione di preghiera e  invoca il perdono delle sue omicide. La mattina seguente il suo cadavere  sfigurato, ancora inginocchiato, viene trovato da un passante. Cominciano le  indagini, mentre tutta Chiavenna rende omaggio alla sua piccola suora.<br />
In una delle sue ultime lettere, indirizzata alla madre di una sua alunna di  Parma uccisa dal fidanzato, suor Maria Laura aveva scritto:«Chi siamo noi da  dover sondare, spiegare, capire i progetti di Dio Padre che si realizzano a  partire anche dalla cattiveria umana? Tutto avviene secondo un progetto di  amore, un progetto di salvezza. Noi capiamo sempre troppo poco e io dico: per  fortuna, altrimenti ci sentiremmo dei &#8220;potenti&#8221;, invece tutto concorre a  mantenerci nell’umiltà, nella dipendenza e nell’abbandono fiducioso nelle mani  di un papà tutto speciale». Suor Maria Laura professa così un abbandono totale  alla volontà di Dio, che ha espresso in ogni momento della sua vita e a cui si è  consacrata persino in punto di morte.<br />
Come scrive suor Beniamina Mariani nella biografia di suor Maria Laura: “Tutto  conferma che la sua morte ha solo sigillato, in modo luminoso, la sua vita  tessuta di un grande amore nella quotidianità”.<br />
Le sue parole di perdono per le proprie assassine colpiscono e fanno riflettere  soprattutto chi é lontano dalla fede, come lo psicologo Vittorino Andreoli, che  ammirato scrive: “ Quello che mi colpisce di questa donna sono le poche parole  di perdono che ha pronunciato mentre stava per essere ammazzata&#8230; non si é  preoccupata della sua morte, ma di chi l’uccideva&#8230;il perdono é contro la  biologia&#8230;Da un punto di vista umano, nella mia lettura il gesto si suor Maria  Laura Mainetti é stato “folle”, perchè nessuno può umanamente, nel momento in  cui viene ucciso, preoccuparsi del suo assassino. Il perdono é “disumano”, però,  quando accade, é un elemento che affascina, proprio perchè é un’anomalia”.<br />
Enzo Bianchi, priore di Bose, con gli occhi della sua profonda spiritualità,  commenta invece: “Prendere consapevolezza che in essa [comunità cristiana] c’é  chi, giorno dopo giorno, segue Cristo e spende la sua vita per lui. Povere donne  e poveri uomini che non fanno audience, che nessuno vede, ma che cercano di  amare e lo fanno pregando: per questo sono capaci di perdonare anche quando,  nell’oscurità di un viottolo e nelle tenebre del non senso, vengono assalite  dalla violenza cieca, immotivata.”</p>
<p>Bibliografia: B. MARIANI, Maria Laura Mainetti. La suora di Chiavenna Figlia  della Croce, con prefazione di mons. Alessandro Maggiolini, ed. San Paolo,  Cinisello Balsamo 2005</p>
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		<title>Mamma Nina</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 15:12:33 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Al servizio dei poveri]]></category>
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		<category><![CDATA[Testimoni]]></category>

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		<description><![CDATA[1889 - 1957. Una vedova che lasciò sei figli suoi, per essere madre di figlie abbandonate, arrivando ad averne, durante la guerra, circa 400 ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Remo Rinaldi</strong></p>
<p>Una vedova che lascia sei figli suoi, per essere madre delle  				figlie dell’abbandono o della sventura, arrivando ad averne,  				durante la guerra, circa 400, non è un fatto normale. Se, poi,  				riesce a mantenerle anche senza avere tutte le prescritte  				tessere annonarie e senza chiedere nulla ad altri, il fatto  				comincia a impensierire.<br />
<strong>Marianna Saltini</strong> nasce a <strong>Fossoli di Carpi </strong> (Modena), nel 1889, terza figlia di <strong>Cesare</strong> e <strong>Filomena  				Righi</strong>. I Saltini sono una ricca famiglia di coltivatori  				diretti che, oltre i terreni propri, lavorano anche vaste aree  				prese in affitto, giovandosi del lavoro di parecchi braccianti.  				Marianna, chiamata Nina in famiglia, comincia ben presto a  				rendersi utile in casa, cullando i fratellini più piccoli,  				sorvegliandoli, controllando che facciano i compiti e studino le  				lezioni, preparandoli per la messa domenicale. Allora, la prima  				figlia (i due fratellini nati prima di lei sono morti), per  				poter essere d’aiuto in casa, non era destinata agli studi,  				anche nelle famiglie della borghesia agricola, perciò Nina  				frequenta solo le prime tre classi elementari. Nella famiglia  				Saltini si fornisce ai figli una formazione religiosa  				essenziale, educando più con l’esempio che con le parole.<br />
Nina è una ragazza assennata e molto bella, giudicata scontrosa  				dalle amiche, perché non si associa ai loro discorsi frivoli o  				ai pettegolezzi. A vent’anni si fidanza con il giovane sarto  				carpigiano Arturo Testi. Il nonno contrasta i progetti  				matrimoniali dei due giovani, perché non è ammissibile che una  				ragazza bella e ricca come Nina sposi un giovane, sia pure  				onesto, che riesce a mala pena a sbarcare il lunario. Nina è  				brava, è buona, ma possiede un carattere deciso e supera la  				difficoltà fuggendo una notte da casa, rifugiandosi presso due  				zii di lui. Interviene a mediare il parroco della cattedrale di  				Carpi, monsignor Eugenio Loschi, che conosce bene il giovane,  				riuscendo a vincere la contrarietà del nonno. Il matrimonio si  				celebra a Carpi, nella cattedrale, il 21 dicembre 1910. La  				coppia, migliorata la situazione economica, acquista una  				villetta a Carpi, in Via Sbrillanci. Il matrimonio è allietato  				dalla nascita di sei figli: <strong>Sergio, Vincenzo, Enzo, Maria,  				Francesco, Gioacchino</strong>. Oltre ad accudire alla casa, ad  				allevare e educare i figli, Nina, con il permesso del marito,  				assiste di notte ammalati poveri della città.<br />
Il marito Arturo muore nel 1929, dopo una lunga malattia renale,  				che mette in difficoltà economiche la famiglia, costringendo i  				Saltini a intervenire con decisioni discutibili. Il piccolo  				Gioacchino è affidato al fratello di Nina, Sergio, sposato senza  				figli. La villetta di Carpi viene venduta senza l’assenso del  				figlio Sergio, prossimo alla maggiore età, e del fratello di  				Arturo comproprietario. Tutto questo provoca in seguito una  				controversia. All’ultimo momento, mentre Arturo è moribondo,  				viene scovato per Nina e figli, un piccolo appartamento  				d’affitto che non basta per tutti. Eppure i Saltini sono ricchi.<br />
Dopo alcuni mesi di smarrimento, Nina si risolleva, parenti e  				conoscenti s’accorgono che è cambiata, intuiscono che è accaduto  				qualcosa, ma non riescono a capire. Con una sicurezza  				impensabile prende decisioni importanti per l’avvenire dei  				figli. Impegna le macchine per cucire della sartoria e manda il  				figlio più grande, Sergio, a perfezionarsi presso una scuola  				sartoriale di Parigi. Il secondogenito Vincenzo è ad Alba  				nell’Istituto di <strong>don Alberione</strong>, dove andrà anche il  				terzogenito Enzo. Il piccolo Gioacchino è con gli zii Sergio e  				Aderita. Nina scriverà semplicemente: “Gesù mi faceva sentire  				una forte vocazione mai avuta neppure da ragazza”.<br />
Nel 1933, papà Cesare convince la figlia Nina a recarsi a San  				Giacomo Roncole di Mirandola, dove il fratello don Zeno ha  				iniziato ad accogliere i figli dell’abbandono e della miseria.  				Nina dirà che ha “imparato la carità” dal fratello don Zeno.  				Resta a San Giacomo per un anno o poco più. Ha con sé i figli:  				Maria, &#8211; che entra in un collegio femminile fondato da don  				Alberione in Alba -, Sergio e Francesco. Durante un momento di  				riposo in cucina, Il locale diventa splendente: ha una  				misteriosa visione di <strong>san Francesco</strong>. Nina interpreta la  				visione come un invito a dedicarsi a una sua missione  				particolare: “Quella di ubbidire a quella insistenza di Dio che  				da anni mi faceva sentire”: la salvezza delle bambine  				abbandonate e in pericolo morale. Nel marzo 1934, si trasferisce  				a Fossoli. Aiuta la maestra dell’asilo parrocchiale, adattandosi  				a far di tutto: bidella, cuoca, catechista. Assiste anche i  				malati poveri della parrocchia.<br />
Dopo sette mesi di permanenza a Fossoli, papà Cesare e mamma  				Filomena, impongono a Nina di trasferirsi a Carpi,  				nell’appartamento del fratello avvocato Giovanni, ancora celibe.  				A Carpi, Nina avvicina prostitute, mezzane e le convince ad  				affidarle le loro figlie, per toglierle dalla strada. Alcune di  				queste bambine, d’estate, vivono di espedienti e dormono  				all’aperto, sotto i portici della vasta piazza della città. Nina  				cura le bambine che le sono affidate, le fa custodire da qualche  				famiglia, pagando. A Carpi qualcuno parla con dileggio della  				“pazza Saltini”. “Guardala lì, pianta i suoi figli per  				sbaciucchiare le sue mocciose!”, le gridavano per strada.<br />
I famigliari ricorrono a tutti i mezzi per farla desistere dalla  				sua fissazione, ritenuta morbosa. Nina soffre e tace, persiste  				nella sua decisione, incoraggiata dall’approvazione del vescovo  				di Carpi Giovanni Pranzini. Riunisce le prime bimbe in una  				stanza dell’appartamento della signora Irene Tassi, una vedova  				con 11 figli disposta ad aiutarla. Porta loro ogni giorno quanto  				la Provvidenza le fa arrivare, profittando anche dell’abbondanza  				che trova nelle case dei Saltini, confessando candidamente: “Io  				portavo via la roba, ma sapevo Chi pensava a rimpiazzarla”.  				Mamma Filomena, insospettita, controllava tutto minuziosamente,  				ma “Dio sollevava (cioè, faceva aumentare farina e legumi) i  				sacchi e la mia mamma non se ne accorgeva”, scrive Nina. Dopo  				qualche mese, nel settembre 1935, riesce a sistemare le bambine  				in un locale del palazzo Molinari, in Corso Fanti. Da questo  				momento le bambine la chiamano “mamma Nina” e tutti la  				chiameranno sempre e solo così.<br />
Le tensioni con i figli e con la famiglia non sono risolte del  				tutto. La sistemazione dei cinque figli maschi era più o meno  				soddisfacente, ma quella della figlia Maria era davvero  				difficile. Un giorno, Mamma Nina va a Modena al collegio delle  				suore Orsoline e tiene, pressappoco, questo discorso alla madre  				superiora: “Madre, sono vedova con sei figli piccoli. Gesù mi  				ordina di accogliere e di educare le bambine che vivono in  				ambienti malfamati o che sono abbandonate, per portarle al  				matrimonio. Dovete prendere la mia figlia Maria nel vostro  				collegio, che è il migliore di Modena, così i miei parenti non  				potranno dire che la trascuro. Le mie possibilità economiche  				sono zero, perciò dovete tenerla gratuitamente, come faccio io  				con le bambine che il Signore mi affida”. La superiora resta  				stupita, ha l’impressione di avere davanti a sé una squilibrata,  				le risponde che non è possibile. Mamma Nina, tranquilla, ribatte  				che sarebbe ritornata dopo otto giorni per la risposta. Appena  				partita, la superiora si affretta a criverle per ribadire il  				rifiuto. Quando se la rivede dinnanzi è allibita, chiede alla  				donna se ha ricevuto la sua lettera. Mentre chiede, vede che la  				lettera è ancora lì sul tavolo, in evidenza, nella stessa  				posizione in cui l’aveva messa dopo averla scritta. Turbata,  				risponde che la richiesta è accettata.<br />
Nel 1936, il Comune di Carpi offre in uso a mamma Nina il  				palazzo Benassi. La permanenza della numerosa comunità di  				bambine, &#8211; nel 1937 sono una cinquantina -, nel corso degli  				anni, incontra varie difficoltà. La più nota è quella della  				progettata requisizione del palazzo da parte del Comune per  				finalità diverse da quelle di mamma Nina. Al podestà che mette  				in dubbio che Dio si scomodi per le bambine, mamma Nina  				risponde: “Eppure, è proprio così. E’ Lui che si prende cura di  				tutto. Se Gesù volesse, lei domani non sarebbe più podestà di  				Carpi”. Dopo pochi giorni, il prefetto di Modena accetta le  				dimissioni mai date del podestà. Mamma Nina sa solo pregare, non  				ha certo manovrato con le autorità per ottenere questo  				risultato.<br />
Nel frattempo, due figli di mamma Nina, Vincenzo (don Samuele)  				ed Enzo (don Maggiorino), diventano sacerdoti nella società S.  				Paolo di don Alberione. Un terzo, Francesco, lo diventerà nel  				dopoguerra (don Franco). Maria è a Modena nell’Istituto delle  				Orsoline. Il più piccino, Gioacchino, è adottato da Sergio,  				fratello ammogliato di Nina. Il figlio maggiore, Sergio,  				perfezionatosi a Parigi, è ormai un sarto affermato.<br />
Sempre nel 1937, Mamma Nina apre una seconda sede dell’Istituto  				a Modena, passando in sedi sempre più vaste. L’insediamento  				nelle varie sedi è caratterizzato da difficoltà e preoccupazioni  				non lievi, tutte superate in circostanze che fanno pensare  				all’intervento prodigioso del Signore.<br />
Nel marzo 1938, nella cattedrale di Carpi, Mamma Nina riceve  				l’abito religioso dal figlio Vincenzo (don Samuele), che celebra  				la prima messa solenne. Si uniscono a lei, nel costituire una  				nuova famiglia religiosa: Ottorina Ballerini, Fernanda Forghieri,  				Maria Lodi, Ines Lugli, Erminia Martinello. Dopo la cerimonia  				religiosa, era previsto un pranzo di festa per varie decine di  				persone. A palazzo Benassi si presenta, però, anche un numero  				incredibile di poveri, che si erano passati la voce. I  				commensali erano più di trecento. Mamma Nina non si sgomenta,  				alle sorelle e alle figlie allarmate dice che ci avrebbe pensato  				Gesù. Lei stessa serve alle tavolate improvvisate. A fine pranzo  				si raccolgono gli avanzi: molto pane e parecchia carne.<br />
I suoi fratelli sacerdoti vorrebbero indirizzare la sua attività  				su binari diversi. Il fratello don Vincenzo la invita a  				rivolgersi alle istituzioni civili per ricevere aiuti economici.  				Mamma Nina rifiuta con decisione, poiché il Signore le ha  				proibito fin dall’inizio di chiedere aiuti.<br />
Ormai mamma Nina si è guadagnata la stima e l’ammirazione di  				tutti. L’Istituzione “fondata da Gesù”, come lei sostiene con  				ostinazione, si afferma con una fisionomia tutta sua: non  				collegio, convitto, orfanotrofio, ma una casa famiglia, dove le  				bambine vivono seguite con affetto materno da Nina e dalle sue  				compagne. Nella casa, sostenuta com’è dai segni pressoché  				quotidiani del Signore, non manca niente del necessario, senza  				chiedere nulla a nessuno, perché “Gesù non vuole”. Le bambine  				diventano ben presto un centinaio e oltre. La gente di Carpi non  				si stupisce quasi più dei fatti straordinari che accadono nella  				“Casa della Divina Provvidenza”.<br />
Il 28 luglio 1941, Benito Mussolini è a Carpi. Gli parlano della  				Casa della Divina Provvidenza, vuole visitarla. Mamma Nina lo  				accoglie nell’atrio, con le sorelle e le bambine. Il Duce vuol  				sapere come fa a mandare avanti la casa. “Venga con me e le  				mostrerò come faccio”, dice Nina, e lo invita a seguirlo  				all’interno. Il corteo dei gerarchi s’accoda. Mussolini li  				ferma: “Vado da solo!”. Entrano nella cappella. Mamma Nina  				indica il tabernacolo. Non si sa che cosa si sono detti. Escono  				dopo un po’. Mussolini non ha la solita espressione da  				dominatore, lascia in dono centomila lire.<br />
A metà agosto entra a Carpi il nuovo vescovo, il cappuccino  				Vigilio Federico Dalla Zuanna. Si affretta a conoscere Mamma  				Nina e la sua Casa il 21 agosto.<br />
Durante la guerra e la Resistenza Mamma Nina ospita nelle sue  				case parecchi perseguitati, specie donne ebree. Svuota la  				dispensa per sfamare povera gente. Aiuti inaspettati le arrivano  				dalle parti in lotta. Le autorità pubbliche sono insospettite  				dal fatto che le bambine hanno cibo e vestiario sufficiente,  				fanno controllare le tessere annonarie, risulta che ne ha una  				quarantina di meno. Perché? Le ha date a dei bisognosi.  				Esponenti della Guardia repubblicana, alludendo alle donne ebree  				che ospita, le dicono: “Mamma Nina, sappiamo che nelle sue case  				non tutto è in ordine, ma chiudiamo gli occhi perché è lei”. In  				altra occasione, rifiuta vettovaglie che sa di provenienza  				furtiva e risponde a certe loro rimostranze: “Par mè a si tut me  				fioi. Me a go ‘na bandiera sola, quela dl’amor!”.<br />
Nell’immediato dopoguerra, un capo partigiano comunista le dice:  				“Mamma Nina, lei ha le carte in regola, nessuno verrà a  				molestarla”. Nina, che ha nuovi perseguitati rifugiati in casa,  				risponde: <strong>“Grazie, stia sicuro che continuerò a fare quello  				che ho sempre fatto”</strong>.<br />
Come qualsiasi altra mamma, prepara le sue ragazze al  				matrimonio, con la formazione morale e professionale, accettando  				i fidanzati in casa, curando la loro preparazione religiosa al  				sacramento, pensando al corredo, al pranzo, al viaggio,  				portandole all’altare. La Divina Provvidenza, in queste  				occasioni, è più generosa del solito.<br />
La vita di mamma Nina e del suo istituto scorre su questi binari  				per anni. Dal 1936 al dicembre 1957, anno della morte di Mamma  				Nina, sono state ospitate nella Casa della Divina Provvidenza  				oltre mille bambine. Mamma Nina lavora instancabilmente per le  				figlie, prega intensamente Gesù eucaristico, ha una fiducia  				incrollabile nell’aiuto di Dio, che si manifesta spesso con  				fatti prodigiosi. Una vita faticosa, travagliata da dolori e  				incomprensioni, consolata dall’aiuto evidente del Signore, spesa  				nell’amore materno al suo grado più elevato. Aveva visto giusto  				il vescovo Dalla Zuanna che, nella sua prima visita alla Casa  				aveva parlato, Vangelo alla mano: “Guardate gli uccelli del  				cielo… Osservate come crescono i gigli del campo. I loro angeli  				nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei  				cieli”.<br />
Per noi, uomini e donne del Duemila, smaliziati dal progresso  				scientifico, resi ottusi dal benessere, sembra una vita al  				limite dell’impossibile e dell’incredibile. Eppure, non è  				incredibile, è Vangelo. Dio continua a raccontarsi agli uomini  				per mezzo dei santi, i quali sanno dimostrare la forza della  				fede e della preghiera all’umanità scettica e distratta di oggi.  				Ed è ancora così. Basta andare a controllare, a Carpi, in  				provincia di Modena, Casa della Divina Provvidenza, Via  				Matteotti, 71.</p>
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		<title>Madre Teresa</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 15:11:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1910 - 1997. Premio Nobel per la pace nel 1979. Fondatrice delle Miossionarie della Carità. Sarà procalamata beata il 19 ottobre 2003. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di Saverio Gaeta</p>
<p>&#8220;Se mai diverrò una santa, sarò certamente una santa &#8220;del nascondimento&#8221;: mi assenterò in continuazione dal paradiso per recarmi sulla terra ad accendere la luce di quelli che si trovano nell&#8217;oscurità&#8221;. Scrivendo questa frase, in una lettera del 6 marzo 1962 al direttore spirituale padre Neuner, Madre Teresa di Calcutta certamente non avrebbe mai pensato che &#8211; a poco più di cinque anni dalla morte (avvenuta il 5 settembre 1997) &#8211; sarebbe stata già fissata la data della propria beatificazione, che Giovanni Paolo II presiederà in piazza San Pietro il 19 ottobre 2003.<br />
Il contenuto di quelle parole, che a me piace definire la &#8220;grande promessa&#8221; di Madre Teresa, è ora di fatto ancor più concreto, in particolare per quanti furono al centro dell&#8217;attenzione della religiosa mentre era in vita: i &#8220;più poveri dei poveri&#8221;, in senso sia materiale che spirituale. Fu con questa precisa definizione che Gesù Cristo, nelle locuzioni con cui le parlò per buona parte del 1946 e 1947, le indicò infatti verso chi avrebbe dovuto dirigere il proprio nuovo apostolato, lasciando alle spalle l&#8217;insegnamento che aveva caratterizzato sino ad allora la sua missione in India.<br />
Ma non è certo perché udì la voce di Cristo, avendone anche delle visioni, che Madre Teresa sta ora per essere proclamata beata. Come per tutti i servi di Dio, il qualificato processo canonico ha messo in luce il suo pieno possesso in grado eroico delle virtù: e non soltanto di quella della carità, per la quale era giustamente conosciuta in tutto il mondo, bensì anche di tutte le altre virtù cristiane.<br />
Inaspettatamente, è anzi forse proprio la fede la virtù più eroicamente da lei esercitata, in quanto -dopo l&#8217;anno abbondante di dialoghi con Gesù- per quasi tutto il resto della vita ella sperimentò la &#8220;notte oscura&#8221; che tanti mistici hanno conosciuto e descritto. Ma il suo atteggiamento fu sempre improntato alla speranza, come scrisse spiegando alle discepole le Costituzioni della Congregazione: &#8220;La mia anima può essere nell&#8217;oscurità, ma io so che oscurità, difficoltà e sofferenza sono il test più sicuro della mia totale resa a Cristo&#8221;.<br />
Alla luce di questa assoluta obbedienza, Madre Teresa ebbe sempre la chiara consapevolezza che la fede era il vero faro della propria vita, tanto da riuscire a guardare alle cose del mondo secondo la prospettiva di Dio e a intravedere anche negli eventi più insignificanti la sua mano. Il 31 luglio 1962, in uno dei periodi più faticosi della sua esperienza spirituale, in una lettera alle sue Missionarie manifestava la convinzione che ella per prima mise in pratica durante tutta la vita: &#8220;Cristo ti utilizzerà per compiere grandi cose a condizione che tu creda più nel suo amore che nella tua debolezza. Credi in lui, abbi fede in lui con cieca e assoluta fiducia perché lui è Gesù. Credi che Gesù, e soltanto lui, è la vita; e che la santità non è altro se non lo stesso Gesù che vive intimamente in te&#8221;.<br />
Il cuore della spiritualità di Madre Teresa di Calcutta sono state due frasi pronunciate da Gesù Cristo e tramandate dai Vangeli: &#8220;Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l&#8217;avete fatto a me&#8221; (Mt 25,40) e &#8220;Ho sete&#8221; (Gv 19,28), l&#8217;implorazione di Gesù sulla croce, subito prima di morire. Queste ultime due parole campeggiano a fianco del crocifisso in ogni cappella della Congregazione per ricordare &#8220;che ogni missionaria è qui per saziare la sete di Gesù, sete di anime e di amore, di bontà e di compassione&#8221;.<br />
E la sintesi che Madre Teresa faceva della sua vita spirituale e della sua missione può essere rappresentata da una sua rapida frase: &#8220;Un&#8217;unione d&#8217;amore con Gesù, in cui il divino e l&#8217;umano si identificano completamente l&#8217;un l&#8217;altro. Tutto quello che Gesù mi chiede è di donarmi a lui con tutta la mia povertà e il mio niente&#8221;. L&#8217;azione in favore dei più poveri dei poveri si manifestava di conseguenza come un prendere coscienza del loro rappresentare &#8211; all&#8217;interno del &#8220;corpo mistico&#8221; della Chiesa &#8211; il sacramento di questo profondo bisogno di amore.<br />
Un distillato della sua esperienza lo ritroviamo in due fra le più belle preghiere scritte da Madre Teresa: quella rivolta a Cristo, nella quale la Madre raccontava di aver riversato l&#8217;essenza delle locuzioni da lui ricevute, e quella indirizzata a Maria. La prima è: &#8220;Dolce Signore, sazierò la tua sete per le anime con il mio amore ardente per te. Il mio calice sarà colmo d&#8217;amore e di sacrifici compiuti per te, sazierò sempre più la tua sete per le anime, in unione con Maria, la nostra Regina, sazierò la tua sete&#8221;. La seconda recita invece: &#8220;Maria, Madre di Gesù, sei stata la prima a sentire Gesù gridare: &#8220;Ho sete!&#8221;. Tu sai bene quanto è vero e profondo il suo ardente desiderio per me e per i poveri. Io sono tua &#8211; l&#8217;intera Congregazione ti appartiene &#8211; le sorelle, i padri, i fratelli, sia attivi sia contemplativi. Illuminami, portami faccia a faccia con l&#8217;amore nel cuore di Gesù crocifisso. Con il tuo aiuto, o Maria, voglio ascoltare la sete di Gesù e sarà per me una Parola di vita. Stando vicino a te, gli darò il mio amore e sarò la causa della tua gioia, così da saziare la sete di Gesù&#8221;.<br />
L&#8217;essere &#8220;povera tra i poveri&#8221; per Madre Teresa non era dunque soltanto un modo per condividere la loro vita, bensì un vero e proprio immedesimarsi in quella che lei efficacemente definiva &#8220;la povertà della croce&#8221;. Si trattava dell&#8217;adesione totale al piano divino, incarnata nella &#8220;rinuncia a ogni volontà, inclinazione, capriccio, desiderio, per rendersi volontariamente schiava della volontà di Dio&#8221;. Ed era questo l&#8217;invito che faceva a ogni consorella, regalando un&#8217;immaginetta di Cristo in croce che riportava le parole: &#8220;Ho cercato qualcuno che mi consolasse e non ho trovato nessuno&#8221;, e aggiungendovi a penna: &#8220;Sii tu questo &#8220;qualcuno&#8221;". Un invito che tuttora ella dal Cielo rivolge a ogni cristiano.</p>
<p>Saverio Gaeta, caporedattore di Famiglia Cristiana, è autore di diversi saggi e libri-intervista. Il suo più recente lavoro editoriale è la biografia Il segreto di Madre Teresa (Piemme). È stato il primo giornalista al mondo a raccontare il miracolo ricevuto dall&#8217;indiana Monika Besra e ufficialmente attribuito dalla Congregazione delle cause dei santi all&#8217;intercessione della fondatrice delle Missionarie della Carità.</p>
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