Carlo Urbani

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Carlo Urbani: per avere cura di tutti*

di Pierluigi Fiorini
Il 29 marzo 2003 è morto a Bangkok il medico Carlo Urbani, che da anni aveva scelto di esercitare la sua professione a servizio delle popolazioni non solo più povere, ma anche più drammaticamente escluse dalla possibilità di fruire delle cure di cui hanno bisogno. Aveva contratto la malattia di cui è morto, la sindrome respiratoria acuta grave (SARS), nello svolgimento della sua opera ad Hanoi.

La sua morte non è solo un caso doloroso di contagio, né solo l’esito di un incidente a un ricercatore appassionato che mette la propria scienza – e rischia la vita – a protezione dell’umanità. È soprattutto il compimento di un’esistenza dedicata a curare il malato prendendo a cuore la sua vita e il suo bene nella convinzione di dovere pensare agli altri, come lui stesso ebbe a dire.

Carlo nacque a Castelplanio (Ancona), in Vallesina, nel 1956. Tra le figure della sua prima formazione ha avuto una certa importanza anche don Dino, suo parroco, di cui ancora in età adulta ricordava la mitezza e la bontà e di cui condivise l’amore per la semplicità, cioè per l’essenziale. Già gli anni della giovinezza sono caratterizzati da un interesse generoso per i bisognosi e da una costante presenza nell’ambiente parrocchiale: collabora a raccogliere le medicine per Mani Tese, promuove un Gruppo di solidarietà per prendersi cura delle vacanze dei disabili, come rappresentante di questo entra a fare parte del Consiglio Pastorale Parrocchiale; suona l’organo e anima i canti. Ma oltre all’impegno, anche la passione per la bellezza: la musica e l’arte continueranno a fare parte del suo mondo.
Forse proprio la volontà di prendersi cura del sofferente lo porta a scegliere gli studi di Medicina e la specializzazione in malattie infettive. Dopo la laurea, in un primo tempo lavora come medico di base, poi diviene aiuto nel reparto di malattie infettive dell’Ospedale di Macerata, dove rimane dieci anni.
Non solo la professione, però: anche gli affetti famigliari. Carlo sposa Giuliana Chiorrini e avranno tre figli, Tommaso, Luca e Maddalena. Però egli sente forte anche il richiamo ad assistere i malati più dimenticati, trascurati dai paesi opulenti, dai giochi di potere, dagli interessi delle case farmaceutiche. Con altri medici della sua zona comincia a organizzare, dal 1988-89, dei viaggi in Africa centrale, dove porta aiuto anche nei villaggi meno raggiungibili. Ancora una volta la sua comunità parrocchiale lo accompagna e lo sostiene con un ponte di aiuti alla Mauritania e ai bambini delle scuole che incontra.
La conoscenza diretta della realtà africana gli rivela con chiarezza che le cause di morte delle popolazioni del Terzo Mondo sono troppo spesso malattie curabili – diarrea, crisi respiratorie – per le quali però mancano frequentemente i farmaci che nessuno ha interesse a fare giungere a un mercato così povero.
Questa realtà lo coinvolge pienamente e così, quando ormai ha la possibilità di diventare primario, decide di lasciare l’ospedale e di dedicarsi ai malati più trascurati.
Nel 1996 entra a fare parte dell’organizzazione Médecins sans frontières e la sua missione lo conduce in Cambogia dove si impegna con grande dedizione in un progetto per il controllo della schistosomiasi, una malattia parassitaria intestinale. La sua famiglia sceglie di stargli vicino nelle missioni all’estero. Anche qui in Cambogia, come risulta da un suo articolo nella rivista Missionari della Consolata, rileva le forti ragioni sociali ed economiche del diffondersi delle malattie e della mancanza di cure: si muore di diarrea e di Aids, ma i farmaci per curare la infezione e le complicanze sono introvabili. Nella sua veste di consulente dell’Organizzazione mondiale della sanità per le malattie parassitarie ha l’opportunità di ribadire ulteriormente che la causa primaria del diffondersi delle malattie è la povertà. L’attenzione su questi aspetti è propria del modo di affrontare le situazione dei Médecins sans frontières (MSF): sono neutrali, ma se il loro interesse primario è nella cura dei malati, non tacciono però sulle cause che provocano quelle sofferenze, intendendo la loro azione anche come politica. Nel gennaio del 2000 dichiarò al quotidiano Avvenire: “Io mi occupo come consulente dell’Organizzazione mondiale della sanità delle malattie parassitarie. In tutti i consessi internazionali si ripete che la causa è solo una: la povertà. In Africa ci sono arrivato fresco di studi. E sono stato ‘deluso’ dallo scoprire che la gente non moriva di malattie stranissime: moriva di diarrea, di crisi respiratorie. La diarrea è ancora una delle cinque principali cause di morte al mondo. E non si cura con farmaci introvabili. Una delle ultime sfide che Msf ha accolto è la partecipazione alla campagna globale per l’accesso ai farmaci essenziali. Ed è lì che abbiamo destinato i fondi del Nobel. Due terzi della popolazione mondiale non ha ancora accesso a questi medicinali. Ci sono speculazioni di mercato che sono diaboliche. Il prezzo non viene fissato in base al costo, ma per quanto i mercati ricchi possono pagare. Negli ultimi 20 anni la ricerca ha sfornato 1.300 molecole. Di queste solo 11 sono attive per malattie tropicali e ben 7 di queste vengono dalla ricerca veterinaria. Solo lo 0,3 per cento della ricerca è indirizzata verso le cinque principali cause di morte.”.
Nell’aprile del 1999 viene eletto presidente di MSF – Italia. In questa veste partecipa alla delegazione che ritira il premio Nobel per la pace assegnato proprio alla sua organizzazione.
Nelle sue missioni in Asia, dopo avere agito in Cambogia, i suoi compiti lo portano nel Laos, poi nel Vietnam. Nelle ultime settimane della vita si dedica con coraggio e competenza alla cura e alle ricerche sulla Sars, la nuova malattia respiratoria virale che minaccia di provocare una terribile epidemia. Egli è perfettamente conscio dei rischi che corre, ma, parlandone con la moglie, che appunto si trova con lui a Hanoi, osserva, “Non dobbiamo essere egoisti, io devo pensare agli altri”. All’inizio di marzo si reca a Bangkok per un convegno, nulla lascia intuire che abbia contratto il contagio. Dopo l’arrivo i sintomi si manifestano con forza. Urbani è stato tra i primi a occuparsi della malattia e capisce benissimo la propria situazione, ricoverato in ospedale nella capitale tailandese avverte la moglie di tornare in Italia. I figli vengono subito fatti partire per l’Italia e il padre dovrà rinunciare anche all’ultimo abbraccio per evitare ogni possibilità di contagio. La moglie Giuliana resta con lui a Bangkok, ma nessun incontro diretto è possibile per non favorire la trasmissione del virus.
Dopo avere ricevuto i sacramenti, Carlo Urbani muore il 29 marzo 2003.
Le testimonianze pubbliche di considerazione e cordoglio nei suoi confronti, anche da parte di autorità di altissimo livello, indicano il prestigio di cui godeva e l’affetto che lo circondava; alcune di queste danno anche prova di una comprensione attenta della sua grandezza umana e delle ragioni della sua opera generosa.
Il cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato, nel telegramma con cui trasmette la benedizione di Giovanni Paolo II ai famigliari di Carlo, lo indica come lo “stimato medico che ha speso la vita per lenire dolore fratelli più bisognosi”.
Nel comunicato di Msf per la morte di Carlo Urbani si legge: “Un amico ironico, un volontario convinto, un medico appassionato: così lo ricordiamo a poche ore dalla sua morte, avvenuta lontano da casa ma vicina alla gente che aveva scelto di aiutare <…> Era arrivato a Msf nel 1996 quando, partito per la Cambogia, ha dato anima e corpo ad un progetto per il controllo della schistosomiasi <…> per un anno <…>. Dopo quell’esperienza ha continuato a seguire il programma con missioni più brevi fino al 1999, anno in cui ad aprile l’Assemblea Generale dei soci di Msf Italia lo aveva eletto presidente. Un presidente innovatore, compreso nel suo importante ruolo di rappresentante di un’organizzazione internazionale che centra il suo intervento sulla prossimità alle vittime. E di questa prossimità Carlo era maestro: nelle sue scelte professionali è sempre stato centrale il suo bisogno di essere accanto alla popolazione più bisognosa di aiuto. Scriveva dalla Cambogia: noi volontari siamo ‘…osservatori privilegiati che possono vedere l’orrore dei fatti ed eventi che fanno della dignità umana un sanguinante misero fardello. E poi raccontare, urlare, le privazioni dei diseredati, la lontananza degli esclusi, indicare in abusi e violenze i veri terremoti contro cui è davvero difficile, se non impossibile, costruire argini o rifugi…’”.

Don Mariano Piccotti, parroco di Castelplanio, il paese di Carlo Urbani, ha cercato di identificare le “radici” di Carlo Urbani e ne traccia un profilo di grande ricchezza: “Le radici sono più d’una e si intrecciano reciprocamente.
“Una di queste è la fede. Ne parlo per primo perché è la più profonda e la più difficile da decifrare. Sono i frutti ‘visibili’ che possono dare testimonianza. Non mi ha affatto stupito che Carlo avesse chiesto accanto a sé nelle ultime ore la presenza di un sacerdote. Era naturale. Come era naturale che potesse esserci in chiesa la domenica per la Messa, qui da noi. <…>
“Ricordando Carlo penso anzitutto all’umiltà. Diceva: ‘non credere che i medici sappiano molte cose della fede (eppure lui leggeva molto!!) abbiamo bisogno di saper anche l’essenziale della fede’. Poi c’è il tratto della interiorità: lo si comprende dalle molte lettere. Coltivava la sua anima, e non aveva la fretta di parlare di fede, di esprimere. L’interiorità lo portava a cercare l’essenziale, il cuore, la verità. Ne è testimonianza il racconto che ha fatto per don Dino, suo parroco prima di me. C’è un’intesa con questo vecchio prete sull’essenziale semplicità! E dopo l’interiorità c’è l’esigenza della traduzione in vita. La sua ‘misericordia’ prendeva i connotati della competenza rigorosa – era un ricercatore – unita all’umanità (termine ultimo del suo lavoro è la persona da servire). Eppoi c’era anche nella sua vita il tratto della ‘bellezza’, della musica, della fotografia, dell’arte in generale, della natura da ammirare; come pure l’apertura a quanto c’è di buono in ogni espressione religiosa. Vedo in questi, i tratti del cristiano da costruire. Ma c’è anche un tipico aspetto dell’adulto; quello dell’attenzione critica. Sapeva dire le sue opinioni in modo chiaro. Anche nei confronti della Chiesa. Era ironico, quando altri avrebbero tirato sassate alle persone, tanto c’è da arrabbiarsi per certi comportamenti paurosi e pieni i compromessi!
“La seconda di queste radici è la vita di comunità, qui dico la comunità cristiana in cui è vissuto; una comunità che si intrecciava con la famiglia (l’educazione) e gli amici <…> Si nutriva dei grandi testimoni della carità che hanno dato la spinta ideale a tanti di noi: Follereau, Abbè Pierre (mi regalò un suo libro al mio 25°), Gandhi ecc <…>”.
Nel giorno della morte di Carlo, una sua amica, suor Anna Maria, ne ha tracciato un ricordo straordinariamente intenso. Da quella pagina, oltre alle tante indicazioni di ricchezza spirituale, traspare ancora una volta la profonda sensibilità del medico: “Ricordo quando mi parlavi dei malati particolari,che curavi all’ospedale qui in Italia. Quando tu cercavi di essere vicino a loro, perché costretti all’isolamento e come eri attento alle loro ultime riflessioni sulla vita, alla loro tenerezza per la grande fragilità che dovevano accettare”.
La famiglia del dott. Urbani ha reso pubblica una sua lettera del 23 giugno 2002, in cui egli spiega le ragioni delle sue scelte: “Sono cresciuto inseguendo il miraggio di incarnare i sogni e ora credo di esserci riuscito. Ho fatto dei miei sogni la mia vita e il mio lavoro. Anni di sacrifici mi permettono oggi di vivere vicino ai problemi, a quei problemi che mi hanno interessato e turbato. Quei problemi oggi sono anche i miei, in quanto la loro soluzione costituisce la sfida quotidiana che devo accettare. Ma il sogno di distribuire accesso alla salute ai segmenti più sfavoriti delle popolazioni è diventato oggi il mio lavoro. E in questi problemi crescerò i miei figli, sperando di vederli consapevoli dei grandi orizzonti che li circondano, e magari vederli crescere inseguendo sogni apparentemente irraggiungibili come ho fatto io”.

*Ringrazio di cuore don Mariano Piccotti, parroco di Castelplanio, che ha reso possibile la stesura di questa scheda, fornendomi un ricco materiale su Carlo Urbani