Alejandro Labaka Ugarte

ugarte
di Rufino María Grández 

I giornali del mese di maggio 2003 portano la notizia di un eccidio di 15 indios
tagaeri. È successo in Ecuador, nella provincia orientale del Pastaza. Si
attendono i necessari chiarimenti, ma sembra che ciò sia avvenuto per mano di
altri indigeni tigüino, assoldati da gente senza scrupoli. Il territorio
assegnato dal governo ecuadoriano ai tagaeri è infatti pieno di legname
prezioso. La drastica riduzione di terra vivibile, per indigeni abituati a
grandi superfici, la non conoscenza di questi clan isolati, che vivono in
Ecuador e le infrazioni delle leggi di rispetto dell’ambiente hanno portato alla
morte di un buon numero di indigeni e al pericolo di una definitiva estinzione.
Per difendere questa minoranza etnica dei tagaeri, del popolo dei huaorani, nel
1987 offrirono la loro vita Alejandro Labaka Ugarte, vescovo dell’Aguarico,
Vicariato apostolico nella selva dell’Ecuador e la colombiana Inés Arango,
missionaria delle Terziarie cappuccine.
Il 7 maggio 2000, al Colosseo di Roma, in una commemorazione ecumenica dei
testimoni della fede, vennero ricordate le loro figure.

Alejandro era nato tra le montagne del Guipúzcoa, nei Paesi Baschi della
Spagna. La famiglia aveva un’azienda agricola che dava da vivere ai genitori di
Alejandro, ai loro sette figli e ai parenti. Alejandro seguì suo fratello
maggiore Manuel nel seminario di Alsasua, Navarra, per diventare frate
cappuccino. Era infatti attratto dalla vita missionaria.

Nel 1936, primo anno della guerra civile spagnola morì la madre Paula,
preoccupata per il marito imboscato, il figlio Pedro al fronte e senza poter
avere notizie dei due figli cappuccini, per la mancanza di comunicazione a causa
della guerra.
Il 14 agosto 1937 Alejandro prende l’abito cappuccino e riceve il nome di fra’
Manuel da Beizama. Dopo l’esperienza dell’acquartieramento nella Caserma di
Montagna di Pamplona e poi nelle colline di Javalambre, viene congedato qualche
mese dopo la conclusione della guerra civile, avvenuta il 1° aprile 1939.
Mantiene il suo ideale di diventare un frate minore, aiutato da un bravo
sacerdote e da una promessa fatta davanti alla Patrona della provincia
cappuccina, alla Vergine del Pilar. 
Continua gli studi filosofici a Estella, il 29 settembre 1942 pronuncia i voti
perpetui come religioso della famiglia francescana cappuccina e, terminati gli
studi teologici, il 22 dicembre 1945 diventa sacerdote. Il 29 dicembre dello
stesso anno presenta una lettera al Superiore per chiedere di andare in Cina.
Nel luglio del 1946 gli viene notificata l’accettazione della sua proposta: andrà
in Cina!
Esperienza missionaria in Cina (agosto 1947-febbraio 1953)
Dopo un periodo di preparazione trascorso a studiare lingua e cultura cinese e
una pratica di infermieristica e dopo avere celebrato l’Eucaristia davanti alla
Vergine del Pilar a Saragozza chiedendo la grazia di essere martire, il 28
aprile 1947 parte in nave con alcuni confratelli con destinazione alla Missione
di Pingliang, Kansu, nel nord est della Cina continentale.
Come prima cosa, Alejandro studia il cinese, poi, ottenuto il diploma statale
d’infermiere, si dedica a curare i malati.
Con l’avvento della rivoluzione culturale di Mao Tse Tung e l’instaurazione
della riforma religiosa cinese, appoggiata dal Governo, vengono espulsi molti
missionari. Alejandro resiste, ma, non potendo in coscienza aderire al
comunismo, alla riforma religiosa delle tre Autonomie: autoamministrazione,
autopredicazione, autosostentamento e alla direttive del governo riguardo alla
non- comunione con Roma, viene mandato via.

Esperienza missionaria in Ecuador 
Dopo un anno d’attesa in Spagna, viene inviato in Ecuador. Viaggia a bordo del
transatlantico di bandiera italiana “Antoniutti Usodimare”. Dal 1954
al 1957 risiede a Pifo, a 25 km. da Quito, a 2.555 metri d’altezza. Si dedica
alla parrocchia, ai malati, alla scuola. Alla sua partenza la popolazione di
Pifo insorge con una viva protesta – che arriva fino alla moglie del Presidente
della Repubblica- per chiedere il suo rientro. Doveva recarsi all’Aguarico, ma
dopo il reclamo della popolazione, va a Guayaquil, come parroco e direttore di
una scuola elementare, dal 1958 al 1961.
Dal 1961 al 1964 è superiore (Custode) dei suoi frati cappuccini in Ecuador e
risiede nella capitale. Durante il periodo di servizio, fa costruire a Quito il
collegio San Lorenzo da Brindisi destinato alla formazione dei giovani
religiosi. All’apertura del Concilio ecumenico Vaticano II, offre la preghiera e
la coerenza di vita sua e dei suoi confratelli per il buon esito
dell’avvenimento ecclesiale.
Viene rieletto Custode e propone di organizzare su nuove basi i collegi di
formazione e di ampliare l’insegnamento con collegi di scuola superiore. Il 1°
febbraio 1965 è nominato Prefetto Apostolico dell’Aguarico e il Nunzio della
santa Sede gli affida l’evangelizzazione degli aucas o huaorani. È Prefetto
fino al 1970, data in cui rinuncia all’incarico interrogandosi sulla precedente
pastorale da lui promossa (con la relativa costruzione di grandi edifici) e in
ricerca di nuovi sentieri di presenza evangelizzatrice. Dal 1970 al 1984 è un
semplice missionario. Il 9 dicembre 1984 viene ordinato vescovo del Vicariato
apostolico dell’Aguarico.
Nel 1977 giunge all’Aguarico suor Inés Arango, terziaria cappuccina che
condivide con lui la vocazione per le minoranze etniche.
Dopo il Concilio Vaticano II, i cappuccini del Vicariato decidono di
accompagnarsi alla popolazione rinunciando ad imporre scelte economiche e
religiose. Per questo motivo celgono dei leaders tra gli stessi destinatari
dell’evangelizzazione. Si cerca una presenza povera di mezzi materiali che,
sulla scia delle scelte della Chiesa latinoamericana, profeticamente denunci le
situazioni di ingiustizia e annunci il Vangelo di Cristo.
Dal 1976 al 1980 scrive le sue riflessioni e cronache di viaggio, pubblicate
dopo la morte con il titolo di Cronache huaorani. E’ molto interessante la
descrizione della sua permanenza tra le popolazioni indigene e il suo sforzo di
conoscere e amare la loro cultura. 
Il 9 agosto 1976, grazie a un intermediario nativo che vive nella zona
civilizzata, Alejandro incontra alcuni rappresentanti della popolazione huaorani
tristemente famosa per incursioni ed uccisioni nella zona abitata dai coloni.
Vocazione per le minoranze etniche

Quella di Alejandro è una chiara vocazione per le minoranze etniche, per la
difesa di quelle popolazioni autoctone che, se non hanno uno spazio vitale per
provvedere all’autosostentamento e una certa tranquillità di vita, non possono
mantenere la loro cultura. Avviene o la distruzione della stessa, con la sua
lingua, la sua mitologia, la sua filosofia, oppure una forzata integrazione che
li annienta. La storia, purtroppo, ci racconta di tante culture disintegrate,
con il relativo impoverimento per tutti gli uomini.
Il problema della sopravvivenza delle Nazionalità Indigene. Popoli Indigeni
In America latina, in Ecuador, nella zona della montagna, la lingua quechua ha
unito varie culture preesistenti e con la forza dell’impero Inka hanno potuto
resistere al dominio dei bianchi. Nella zona della foresta amazzonica, le
popolazioni indigene che sono riuscite a sopravvivere alla schiavitù
dell’estrazione del caucciú o albero della gomma, al lavoro nei campi o al
lavoro di ricerca del legname prezioso, si sono rifugiati in zone impervie della
selva dove la natura stessa con la sua bellezza e le sue insidie li ha difesi.
Il petrolio e la colonizzazione
Con la ricerca del petrolio nella zona della foresta amazzonica, il problema si
è riproposto, perché include un travolgimento dell’habitat, una migrazione in
massa di coloni in cerca di fortuna, che tendono a imporre la loro cultura agli
abitanti originari con cui devono convivere.
Inculturazione “fino al massimo possibile”, per amore
Alejandro cerca, aiutato dal confronto con antropologi, di mettere in pratica il
comandamento dell’amore e della solidarietà con i piccoli e gli indifesi. In
uno sforzo di inculturazione si è fatto adottare da due indigeni che considera
da quel momento in poi suoi genitori adottivi. Prescinde da tutto, anche dalla
manifestazione esterna della sua religiosità, per comprendere e vivere la
religiosità indigena.
La pratica missionaria
Lo studio e la riflessione, l’osservazione diretta, il confrontarsi con altre
esperienze missionarie, per esempio quella dei fratelli protestanti, il
coordinare con altre esperienze pastorali indigene, il chiedere opinione ad
altri e poi l’ascoltare fino in fondo l’altro, imparare la lingua il meglio
possibile, convivere fraternamente per poter conoscere la vita quotidiana e poi
la filosofia sottesa sono le direttrici missionarie di Alejandro. Si trattava,
secondo il Concilio e la pratica migliore della Chiesa, di cercare nella cultura
i semi del Verbo, cioè le tracce di Dio che in ogni uomo e in ogni cultura sono
presenti e da lì proporre a poco a poco la ricchezza del messaggio cristiano.

La difesa degli indigeni fino alle ultime conseguenze
E questo facendo da ponte tra i ministeri, tra le compagnie petrolifere e i
nativi, cercando di presentare sempre gli interessi dei più deboli, contento di
evitare spargimento di sangue. Realisticamente comprendendo che un paese che
vuole superare la crisi economica non può prescindere del tutto da esplorazioni
petrolifere. L’importante è che vengano salvaguardati i diritti dei popoli
originari delle zone interessate.
La morte
Forse scambiato per uno dei temuti petroleros, e per vendicare la recente
uccisione di Taga, il capogruppo dei tagaeri, nel viaggio del 21 luglio 1987
monsignor Alejandro Labaka e suor Inés Arango, che si erano recati nella zona
per salvaguardare la vita dei nativi, vengono uccisi dalle lance degli abitanti
della selva.

L’arcivescovo di Cuenca, Ecuador, e amico di Alejandro, Luis Alberto Luna Tobar,
ha commentato: “Non sono stati in realtà i tagaeri a trafiggere Alessandro
ed Inés, ma chi ha violentato questi indigeni per ottenere una palma africana o
un litro di petrolio in più. Che vale di più? La vita o il petrolio? L’uomo o
la palma?” (Mensile della diocesi di Cuenca, 30 Días, agosto 1987). 
Il 26 gennaio 1988 il governo dell’Ecuador decide di sospendere definitivamente
la ricerca del petrolio nella zona del fiume Tigüino, occupata dalla famiglia
tagaeri dell’etnia huaorani. Verrà assegnata un’ampia zona di selva al Parco
Nazionale Yasuní, ma rimane il problema dell’assegnazione del Territorio
huaorani. Dal 1977 la Missione dell’Aguarico ha chiesto la legalizzazione, la
demarcazione e la protezione del Territorio huaorani. Purtroppo, e sono passati
15 anni, non esiste ancora questa completa demarcazione del Territorio huaorani
e della “Zona Intangible”, mentre continue invasioni di territorio,
penetrazione del turismo, dell’industria petrolifera e taglio indiscriminato e
illegale dei boschi sono sempre più frequenti e la riserva di territorio
concessa dal Governo ha un’estensione molto minore di quella richiesta, secondo
il calcolo delle dimensioni del territorio tradizionale indigena.
Alejandro, che ha usato “il linguaggio dell’amore che tutti
comprendono”, ha voluto “rischiare la vita per il Vangelo”, a
favore di queste minoranze indifese, motivato da grandi ideali di solidarietà,
perché -sono tutte parole sue- “il Vangelo è un’avventura”. 
Su richiesta dei Vescovi dell’Ecuador è stata introdotta la causa di
canonizzazione di Alejandro Labaka e Inés Arango.